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MORIRE E NASCERE: uno stesso cammino?
2 novembre 2008
C’erano una volta… due fratellini nella pancia della mamma.
Dice
Giulia: “So che per te sarà difficile da accettare, ma credo veramente
che ci sia una vita dopo la nascita”, Leonardo: “Non essere
ridicola! Guardati attorno: esiste quello che vedi. Perché devi sempre
pensare a qualcosa che sta oltre? Nella vita devi accettare la realtà:
mettiti comoda e dimentica tutte queste sciocchezze sulla vita dopo la
nascita!”.
Giulia
tace per un po’. Poi: “Leo, non arrabbiarti, ma ho qualcos’altro da
dire. Io credo anche che esista una madre”, “Una madre? Ma come
fai ad essere tanto assurda? Hai mai visto una madre? Tu sei qui, sola,
con me. Questa è la realtà. Adesso prendi quel cordone, va’ nel tuo
angolo e smettila di essere così stupida. Ah, queste donne! Credimi, non
c’è nessuna madre”.
“Leo!”,
“Che c’è ancora?”, “Per favore, ascolta! Quelle pressioni che
avvertiamo, quei movimenti che ci fanno stare anche scomodi a volte,
quella sensazione di stare sempre più stretti via via che cresciamo… ci
preparano per entrare in un posto di luce splendente! E ci
andremo presto”, “Adesso capisco: sei veramente pazza! Hai mai visto la
luce? Come può venirti una simile idea? I movimenti, le pressioni che
senti sono la tua realtà: questo è il tuo viaggio. Oscurità e pressioni
fanno parte della vita. E finché vivrai dovrai combattere. Ora prendi il
tuo cordone e sta’ tranquilla. Per favore!”.
Giulia
si ferma. Pensa. Gioca un po’ con il suo cordone. Poi, però, non
resiste: ”Leo!”, “Ancora! Che c’è?”, “Solo una cosa, poi non ti romperò
più! Io credo che tutte queste pressioni e scomodità non solo ci
condurranno verso la luce, ma quando saremo nella luce incontreremo
anche la mamma, ci guarderemo negli occhi, faccia a faccia, e la
conosceremo, finalmente! E sarà un’estasi che supera qualsiasi cosa
abbiamo sperimentato fino ad ora…”, “Hai perso proprio la testa! Ora ne
sono convinto. Che tristezza, Giulia, che non vuoi accettare la realtà”…
Un
giorno i due fratellini, ormai cresciuti, hanno completato il loro
viaggio e non possono più restare in un mondo così angusto. Arriva,
così, il giorno della nascita. Giulia e Leonardo si agitano, sono
preoccupati per ciò che sta succedendo: una cosa sconosciuta. C’è una
forza che li spinge ad uscire. Partono. Che fatica, però, fare tutta
quella strada… Ma alla fine del viaggio, finalmente, la luce
illumina i loro occhi e la mamma li accoglie e li prende fra le
sue braccia. Una nuova vita e una vera estasi!
Questi
giorni il calendario ci porta a fare spostamenti e viaggi nuovi, diversi
da quelli che ogni giorno il lavoro ci richiede. E un turbinio di
sentimenti li accompagna. La meta: un cimitero. O tanti cimiteri. Questi
viaggi, accompagnati dal piacere di ritrovarci con altre persone care
che, magari, non vediamo da tempo, e dal dolore di ritrovarci con chi
‘riposa’ nel camposanto, sono un’occasione preziosa che il calendario ci
offre. Come spenderla?
Cimitero
significa il luogo dove si riposa (in greco koimetèrion =
dormitorio). Noi lo chiamiamo anche campo-santo: il campo, la
terra dove abitano i santi. Che sono i nostri parenti, i nostri
amici, le persone con cui abbiamo condiviso una parte dei nostri anni e
che ora hanno lasciato questa dimensione della vita per entrare in
un’altra che per noi, credenti e non credenti, rimane comunque
misteriosa e sconosciuta. Proprio come sconosciuta è per Giulia e
Leonardo, ancora nella pancia della mamma, la vita che li aspetta
dopo la nascita.
Proviamo
per un momento a restare in questo pensiero: noi ora, immersi in questa
dimensione della vita, siamo come questi due bambini chiusi nell’utero
della loro madre. Noi non ce lo ricordiamo, cioè non ne abbiamo un
ricordo cosciente, ma il nostro corpo e la nostra mente non hanno
dimenticato che anche per un bambino è faticoso nascere. Come per una
donna partorire.
Anche
morire, come nascere, comporta una fatica. L’abbiamo chiamata
‘agonia’, che significa proprio ‘lotta’, combattimento, quindi fatica.
Nascere e morire: un passaggio faticoso.
La storia
di Giulia e Leonardo possiamo pensarla come una metafora, come
un’immagine della nostra vita, ora, qui, su questa terra? Ci stiamo
bene, ma a volte - o spesso - ci stiamo proprio stretti. Le fatiche e le
prove della vita ci rendono tante volte angusto il tempo che viviamo.
Anche questo, però, è un tempo di crescita. Proprio come sono un tempo
di crescita per il bambino quei nove mesi che passa dentro il corpo
della madre: così è stato per ciascuno di noi.
In fondo,
se ci pensiamo bene, i pensieri di questi due bambini sono un po’ i
nostri pensieri quando parliamo tra noi della vita e della morte, della
vita che stiamo vivendo ora e di quella che ci aspetta dopo aver
attraversato il tempo della morte. Giulia e Leonardo sono la voce
del nostro cuore, con i suoi interrogativi, le sue angosce e le sue
speranze.
Chi sa.
Forse… come la fatica della nascita ci ha portati poi a conoscere
la luce e ad incontrare la mamma, possiamo pensare che
la fatica della morte ci porterà a conoscere un’altra luce e
ad incontrare un’altra mamma? L’altra luce è quello che
chiamiamo l’altro mondo (“è andato all’altro mondo” diciamo di
una persona che è morta). E l’altra mamma? Non può essere questa
un’immagine che ci avvicina al Buon Dio che ci accoglie fra le sue
braccia?
Cantava
Fabrizio De André: “… venite in paradiso, là dove sono anch’io, perché
non c’è l’inferno nel mondo del Buon Dio”. Nella Bibbia è scritto: “Ora
la nostra visione è confusa… ma un giorno saremo faccia a faccia con
Lui” (1a Corinzi 13,12); in un’altra pagina: “Dice il Signore: Avrò cura
di voi come una madre che allatta il figlio, lo porta in braccio
e lo fa giocare sulle proprie ginocchia” (Isaia 66,12). E in fine “Dio
asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi. La morte non ci sarà più. Non
ci sarà più né lutto né pianto né dolore” (Apocalisse 21,4).
Quando
questi giorni saremo in uno dei nostri cimiteri, proviamo a stare lì due
minuti in silenzio. Subito ci accorgeremo di tanta gente che
chiacchiera, chiacchiera, chiacchiera… Tanta confusione e tanto rumore.
Perché? A che servono? Certo, è segno di civiltà e di buona educazione
salutare le persone che incontriamo, ma possiamo farlo anche sottovoce,
o solo con un gesto, poi rivederci fuori con tutto il tempo per una
bella chiacchierata!
Non sarà
che le chiacchiere ci servono per non sentire la paura di incontrare
il pensiero della morte? Se visitare un camposanto è entrare nel
‘luogo dove riposano i nostri santi’, perché disturbare il loro riposo
con il nostro rumore? Se provassimo, invece, ad ascoltarli… Ma per
ascoltarli dobbiamo trovare un po’ di silenzio, perché la loro voce è
sommessa e la loro parola chiede di arrivare alla nostra anima.
Sentiremo allora che la loro parola, se proviamo ad ascoltarla,
ci parlerà di vita. Della loro vita. E della nostra.
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