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PREMESSA
La prima: le radici del fare.
Una
domanda che accompagna sempre l’inizio – non solo l’inizio! - di
un Corso di formazione è “come fare?” o “cosa fare in una data
situazione?”. L’ipotesi da cui partiamo è che il FARE (F) è
sempre e comunque risultato dell'interazione tra il PENSARE (P) e il
SENTIRE (S): esso ne è l'aspetto evidente e rivelatore, potremmo dire
l'aspetto "sintomatico". Il pensiero e il mondo emozionale,
cioè, ne sono le radici.

Se
F, il fare terapeutico, nasce da un buon processo di integrazione tra
le due aree P e S, diventa comportamento consapevole e, come tale,
contenitore e sicuro alleato della spinta evolutiva che appartiene ad
ogni individuo e ad ogni gruppo familiare.
Quando le aree P e S non accedono ai livelli di consapevolezza, come
forze propulsive esse spingono ad una azione (F) cui poi vengono
attribuiti significati che in realtà non le appartengono. L'azione
diventa, allora, non più intervento terapeutico, ma agito (acting
out) inconsapevole e, come tale, ad alto rischio di collusione con
elementi e spinte involutive (pure esse presenti in ogni individuo e
in ogni gruppo familiare).
Pur con tutti i rischi di fare un'operazione riduzionistica, riteniamo
di poter collocare il tema di questo intervento sulle interazioni tra
famiglia d’origine e gruppo di formazione nell'area del SENTIRE,
l'area della formazione personale.
La seconda:
la terapia dell'allievo-terapeuta familiare
E'
un tema del tutto aperto quello della terapia personale dell'aspirante
psicoterapeuta.
Alcune scuole rendono "obbligatoria" la psicoterapia dei
loro allievi, magari con gli stessi didatti della scuola, pur
consapevoli del rischio che un'esperienza, che per definizione può
essere vissuta pienamente solo in quanto "scelta" (fondata
cioè su una motivazione al cambiamento), rischia di essere affrontata
quasi come un corso da frequentare o un esame da sostenere, pena il
non conseguimento del titolo di studio.
Altre, invece, più orientate verso la risoluzione del sintomo che non
verso la comprensione e correzione dei processi che contribuiscono
alla sua genesi, mettono in discussione perfino l'opportunità di
considerare una psicoterapia come parte integrante del percorso di
formazione di uno psicoterapeuta.
Altre ancora - qui, sostanzialmente, si colloca per ora la nostra
scuola - lasciano agli allievi la libertà di scegliere quando e dove
intraprendere questo cammino, consigliandolo caldamente e lavorandoci
perché il "consiglio" possa diventare, nel tempo, scelta
personale.
Ma
quale psicoterapia? Le diverse scuole tendono a dare agli allievi
l'opportunità di percorrere quello stesso processo terapeutico lungo
il quale dovranno poi fungere da guida ai pazienti che chiederanno il
loro intervento. Le scuole di terapia familiare faticano ancora ad
offrire un'esperienza di terapia familiare ai loro allievi:
quell'esperienza dalla quale poter apprendere il significato di un
percorso terapeutico che veda coinvolti tutti i membri del proprio
mondo familiare. (In
un’altra occasione – se non sbaglio dovrebbe essere stato nel
primo convegno dei didatti dell’Accademia cinque anni fa –
Maurizio notava che come terapeuti familiari siamo ancora “troppo
giovani” per una proposta di questo genere. Sarà sicuramente un
discorso da riprendere...)
L'APPRENDIMENTO FAMILIARE:
famiglia d'origine e gruppo di formazione
Venendo,
così, a mancare un percorso terapeutico con la propria famiglia, il
processo formativo di un terapeuta familiare si avvia, si costruisce e
si sviluppa prevalentemente, quando non esclusivamente, all'interno di
un gruppo di formazione. (Che la scuola “Accademia” si
caratterizza per il lavoro di formazione rispetto alla famiglia
d’origine degli allievi è un fatto noto a tutti e da tutti
riconosciuto).
Il
primo apprendimento familiare (l'organizzazione reale e mentale
della famiglia, i significati emozionali, ...) avviene nella FAMIGLIA
DI ORIGINE. E' qui che apprendiamo il modello di famiglia: cosa
significhi essere figlio, cosa significhi essere padre o madre; qui
apprendiamo pure cosa significhi essere coniuge e genitore.
E' nella famiglia che l'individuo, secondo modalità proprie alle
diverse fasi di crescita, costruisce la sua identità: nell'immagine
che i genitori gli riflettono egli impara a riconoscere sé stesso, a
modellarsi nel costante confronto con lo specchio che essi gli mettono
davanti. Vivendo l'appartenenza e sperimentando la possibilità di
separarsi, procede per la strada dell'individuazione, con tutte le
potenzialità e i limiti che la sua famiglia gli può offrire.
La famiglia si pone anche come il luogo dove ciascuno apprende la
capacità di porsi in relazione con il mondo esterno e, in pari tempo,
come la "scuola" dove costruire i valori di riferimento per
le scelte che la vita chiamerà a fare lungo l'arco dell'esistenza.
E' un apprendimento arricchente e nello stesso tempo condizionante. La
famiglia - diciamo - è "matrice di pensiero".
Il GRUPPO DI FORMAZIONE diventa, per il futuro terapeuta familiare, il
luogo del secondo apprendimento familiare.

Questo
avviene, a mio parere, in due tempi: successivi l'uno all'altro sul
piano logico, contemporanei nel loro divenire sul piano cronologico.
In un primo tempo l'allievo all'interno del gruppo, attraverso il
lavoro che fa sulla propria famiglia, procede per ritrovare la sua
famiglia e le sue regole; per ri-vederla e ri-conoscerla fino a
portare a livelli di consapevolezza il modello interiorizzato, con la
sua struttura e le sue regole.
In un secondo tempo egli viene stimolato a procedere per la
ri-costruzione di un modello familiare interno che possa integrare
quello già acquisito negli anni come proprio. Integrarlo, non
sostituirlo. Significa che la propria famiglia rimane comunque la base
del suo modello familiare interno; l'esperienza nel gruppo di
apprendimento permette di costruire nuove relazioni significative e
quindi di fondare nuovi modelli relazionali .
Ciò
avviene
a) al livello della generazione dei figli/fratelli (= la generazione
cui appartiene nella sua famiglia di origine), attraverso le relazioni
che è chiamato a giocare con gli altri allievi;
b) al livello della generazione dei genitori/coniugi (= dei propri
genitori, reali e interni), attraverso le relazioni che giocano i
didatti tra loro;
c) al livello delle relazioni intergenerazionali: il gruppo e i
singoli allievi sono in relazione con i didatti, con ciascuno di essi
e con loro in quanto coppia.
* *
*
Collocandoli
all’interno di quelli che abbiamo indicato come i due tempi che
caratterizzano il percorso formativo, vogliamo accennarvi a due
strumenti particolari, come specifici della nostra esperienza
dell’ITF di Ancona, che riteniamo significativi per favorire e
promuovere il percorso formativo degli allievi.
1. Il primo si colloca in quello che abbiamo indicato come il tempo
del ri-conoscimento del proprio modello familiare d’origine: esso è
un lavoro scritto sulla famiglia d'origine che ciascun allievo fa a
conclusione del 2° dei cinque anni di formazione;
2. Il secondo va collocato, invece, in quello che abbiamo chiamato il
tempo della ri-costruzione di un modello familiare diverso: esso è la
conduzione del gruppo di formazione da parte della coppia dei didatti
in compresenza.
1°
tempo:
IL RI-CONOSCIMENTO DEL PROPRIO MODELLO FAMILIARE D’ORIGINE
“Un
viaggio in famiglia”
Sono
diversi gli strumenti attraverso cui abitualmente lavoriamo, nella
nostra scuola, con la famiglia di origine degli allievi terapeuti. Tra
questi, naturalmente, vanno evidenziati:
a) il recupero della storia della propria famiglia (racconto,
fotografie, documenti, ...); il genogramma; la scultura di alcuni
momenti più significativi;
c) il riferimento costante alla famiglia di origine nella clinica (=
ciò che il terapeuta coglie/non coglie nell'incontro clinico viene
costantemente ricondotto al suo modello interno di famiglia) .
b) Intermedio a questi due momenti, cioè come un elemento che
favorisce l'incontro e l'integrazione tra la propria storia e la
clinica, noi collochiamo, al punto b), un lavoro scritto, come tesi
conclusiva del 2° anno di formazione, cui diamo per titolo
"Viaggio all'interno della mia famiglia".
Il lavoro prende in considerazione la dimensione storica, almeno fino
alla generazione dei nonni (nel senso della ricostruzione dei fatti e
degli avvenimenti), e le dimensioni affettiva e relazionale intra e
intergenerazionali (nei vari sottosistemi: della coppia, di questa con
le rispettive famiglie di origine, dei fratelli).
Nei primi mesi del 3° anno il lavoro di ciascuno viene consegnato,
oltre che ai didatti, a tutti gli allievi del gruppo di formazione.
Ciascuno ha così a sua disposizione anche i lavori degli altri: dovrà
leggerli e farci le sue considerazioni (scritte). Nel corso dell'anno,
poi, alcune giornate intere, cui partecipano in compresenza anche i
due didatti, sono dedicate all'analisi dei lavori e allo scambio delle
osservazioni .
Sulle
motivazioni che sottendono a questa nostra scelta nella costruzione e
conduzione del percorso formativo, voglio dare ora tre indicazioni.
1. Sul
"perché un lavoro sulla propria famiglia" non mi fermo:
credo non ci sia molto da aggiungere, almeno per ora, a quanto già
abbiamo maturato nella nostra scuola (ITF prima a APF poi) in tutti
questi anni di lavoro e a quanto ci siamo detti in questi giornate di
studio.
2. Sul "perché un lavoro scritto sulla propria famiglia"
faccio due considerazioni.
La prima. Credo sia esperienza condivisa come il dover scrivere
costringe a pensare - e a sentire -, più di quanto non faccia il solo
dover parlare. Scrivere spinge a cercare, a trovare quello che credevi
perduto; fa fissare pensieri e sentimenti che altrimenti corrono e
sfuggono; fa incontrare tante parole e tante sensazioni... E tra tutto
questo devi scegliere: è significativo? perché? perché scrivo di
questo momento e non di un altro? a quali parole affidare un ricordo,
un pensiero, un'emozione? Ti accorgi del limite delle parole e nello
stesso tempo della forza che possiedono. E la parola scritta diventa
un punto fermo: un punto in cui senti di essere arrivato e un punto da
cui senti che puoi ripartire. Allora senti, una volta che ne hai
incontrato la forza, tutto il limite dello scrivere: ti accorgi che
appena scritto, da lì devi ripartire, perché la vita continua, così
come la storia, personale e familiare.
La seconda. Dover scrivere sulla famiglia d'origine diventa un invito
a ri-entrarci: a prendere le tue cose e fare un viaggio nella tua
storia, per scoprirla e riviverla. A trent'anni, quaranta, provi a
ritrovare parti di te che credevi perdute. Ti dà il permesso di
"interrogare" i tuoi parenti sulla storia condivisa, di
ricucire, così, momenti e relazioni sfumati o anche scuciti, quando
non anche sospesi o addirittura strappati
3. Sul perché un lavoro scritto in questo momento del percorso
formativo.
Nella
costituzione di un gruppo di formazione e nel suo percorso evolutivo
possiamo cogliere alcuni momenti particolarmente significativi che ne
cadenzano il ciclo vitale. Proprio nel modo in cui, parallelamente,
possiamo guardare il processo evolutivo di una famiglia. Il
corteggiamento, il matrimonio, la nascita dei figli / nascita dei
genitori, il periodo centrale del matrimonio / adolescenza dei figli,
l'emancipazione dei genitori dai figli e di questi dai genitori, il
pensionamento, la vecchiaia e la morte sono fasi che costituiscono la
storia anche di un gruppo di formazione.
L'insieme di questi momenti può essere considerato, a mio parere,
come appartenenti a due fasi, successive l'una all'altra.
In
un primo tempo il bisogno di appartenere (appartenere alla scuola,
appartenere al gruppo e, in senso più propriamente affettivo,
sentirsi accolti, accettati) viene sentito come prioritario. Sostenuto
all'inizio da tutta una ritualità (la domanda di iscrizione, la
selezione, i documenti, le presentazioni) si sviluppa poi attraverso
la costruzione delle relazioni che permettono il conoscere e il farsi
conoscere. In questo periodo il gruppo si costituisce e costruisce una
propria identità che è il risultato dell'apporto di ciascuno,
allievi e didatti. Questa fase del ciclo vitale diventa fondamentale
nell'evoluzione di un gruppo: se "sufficientemente buona",
il gruppo potrà diventare il luogo di contenimento per l'allievo in
formazione.
In
un secondo tempo, una volta consolidata l'appartenenza, il gruppo
diventa la "base sicura" (Bowlby) a) dalla quale partire per
incontrare la propria famiglia senza il timore di potercisi
"perdere" e b) alla quale poter ritornare con quanto si è
ri-trovato e ri-preso della propria storia.
La
condivisione del lavoro con gli altri allievi, anche essi reduci dal
medesimo viaggio, e con i didatti come "genitori affidatari"
permette di potenziare quel processo di trasformazione di ciò che
prima poteva essere non-pensabile e non-dicibile e che ora può essere
pensato e detto, quindi, in quanto consapevole, metabolizzato (Bion).
La famiglia d'origine del futuro terapeuta familiare, in quanto
modello di riferimento con il quale egli si dovrà sempre e comunque
misurare, può consolidare quel processo di trasformazione degli
elementi-zavorra in elementi-àncora, procedere, cioè, verso la
trasformazione da famiglia-handicap a famiglia-risorsa (Andolfi).
2°
tempo:
RI-COSTRUZIONE DI UN MODELLO FAMILIARE INTERNO
La
compresenza della coppia dei didatti
Il modello interiorizzato di coppia
La
conduzione di un gruppo di formazione in compresenza da parte della
coppia di didatti si pone l'obiettivo di proporre all'allievo come un
modello di funzionamento. L'allievo è chiamato ad entrare in una
contesto relazionale in grado di operare una sorta di medicazione di
conflitti e ferite accumulate nel tempo e di costituire un luogo dove
accedere alla possibilità di fantasmatizzare e di pensare (rendere
pensabile) il proprio modello di coppia genitoriale (e di coppia
coniugale).
La compresenza dei didatti attiva un sistema relazionale di
apprendimento assai più potente rispetto alla sola presenza dell'uno
o dell'altro che si alternano.
Il
piccolo dell'uomo, relazionandosi ai genitori come individui - cioè
come padre e come madre - spinto dalla sua normale curiosità, non
riconosce il legame tra i genitori: lui si muove nell'idea di un
possesso unico e totale sia del padre che della madre. Solo
successivamente egli inizia ad avvertire che c'è una relazione tra i
genitori e delle differenze tra questa e la relazione tra il singolo
genitore e lui.
Le difficoltà del bambino di accettare nel suo mondo interno che i
genitori vivano una relazione privilegiata e significativa con lui e
in pari tempo condividano uno spazio privilegiato di coppia dal quale
egli è escluso (al quale non appartiene) si misura, nel gruppo di
apprendimento, con la realtà nuova che porta la presenza di una
coppia (coniugale / genitoriale), quella dei didatti, che gioca
relazioni proprie.
In
queste relazioni l'allievo sente che non è chiamato ad entrare, perché
non gli appartengono. Contemporaneamente, però, si sente assicurato
perché questa coppia, che pure lo esclude da spazi propri, si prende
cura di lui sia come coppia che come singoli "genitori".
In
questo contesto appaiono, a nostro parere, assai significative le
dinamiche relazionali che operano all'interno della coppia dei
didatti.
L'allievo
apprende (nel senso Bioniano di "apprendere
dall'esperienza", non nel senso di apprendimento
scolastico-concettuale) che la "coppia genitoriale" può
vivere una relazione fatta di accordi e disaccordi, di conferme e
contestazioni, di funzioni e capacità di apporto differenziate
rispetto agli obiettivi del sistema (in questo caso: la formazione di
psicoterapeuti), ma nel contempo reciprocamente integrantesi. Apprende
soprattutto - sempre che le relazioni di questa coppia lo permettano!
- che può appartenere senza per questo dover pagare il biglietto
della triangolazione, necessaria alla sopravvivenza della coppia, che
nella famiglia di origine, con buona probabilità, si è sentito
chiamato a giocare.
La relazione coppia dei didatti
- allievi
Se
è vero che l'essere umano può procedere verso la propria
individuazione attraversando le aree della appartenenza e della
separazione, anche nella sua dimensione professionale, credo, possiamo
ipotizzare un percorso analogo.
In
una famiglia "sufficientemente sana" ogni soggetto, nel suo
percorso evolutivo di bambino, di adolescente e di giovane adulto,
costruisce la propria individualità rispetto alla massa
indifferenziata dell'io familiare (Bowen) cui appartiene all'inizio
della sua storia, attraverso l'interazione costante tra queste due
istanze. La funzione dei genitori, nella fattispecie, è quella di
supportare, differenziandosi, queste due forze propulsive: diciamo, in
genere, che propria della funzione materna è l'istanza di
appartenenza e propria della funzione paterna è l'istanza di
separazione .
I genitori possono giocare queste funzioni in modo "sufficientemente
sano" se possono dirsi che la loro sopravvivenza come individui
non dipende dalla presenza dei figli: se, cioè, nel nostro
linguaggio, accanto alla dimensione genitoriale essi sono in grado di
condividere anche una dimensione coniugale.
Noi
ipotizziamo che la funzione del gruppo di formazione sia analoga, con
in più il compito di permettere l'apprendimento di una modalità
relazionale riparatoria rispetto alla quella "appresa" nella
famiglia di origine.
Sul
piano relazionale, il processo di appartenenza si gioca attraverso la
messa in campo delle dinamiche identificatorie (identificazione e
controidentificazione proiettiva) e delle potenzialità se-duttive che
ciascuno ha acquisito e sviluppato nel corso della sua storia. I
didatti diventano il luogo di proiezione del "genitore
ideale", come avviene nella relazione terapeutica. I didatti sono
buoni e bravi, i migliori sul mercato... (e i didatti, da parte loro,
ce la mettono tutta per sostenere questo processo; ciascuno con le
modalità che gli sono proprie: da chi si propone sfoderando tutte le
sue abilità da primadonna a chi si presenta con tutta le riservatezza
e modestia che fa tanto richiamo verso la scoperta) così come gli
allievi diventano i più belli e i più bravi per i loro didatti!
Diciamo
questo, senza perdere di vista, tuttavia, che nella realtà non tutti
riescono a fare facilmente questa parte del percorso. C'è sempre
qualcuno che vive l'appartenenza come perdita di sé. La sua
esperienza di figlio gli ha insegnato che se appartiene non può più
uscirne o, d'altro canto, che per lui non c'è posto nel gruppo di
appartenenza. I conti sospesi con un padre deludente, perché troppo
assente o poco attento ai suoi richiami di figlio/a, per esempio, o
con una madre poco affettiva, quindi scarsamente contenitiva,
diventano un grosso ostacolo a potersi dare il permesso di entrare nel
gruppo; un ostacolo a potersi affidare al didatta nel lavoro di gruppo
o al didatta-supervisore quando, come terapeuta-allievo, incontra una
famiglia...
E'
necessario appartenere dunque; ma appartenere per poi separarsi. E' in
questo gioco di relazioni che si può costruire la propria identità
professionale.
QUI
crediamo debba giocare la sua funzione la COPPIA dei didatti. Nella
duplice dimensione a) di coppia "genitoriale" nella
relazione con gli allievi (relazione inter-generazionale) e b) di
coppia "coniugale" nella relazione al proprio interno
(relazione intra-generazionale).
Anche
il didatta porta con sé la sua storia familiare, anche egli viene da
una famiglia presumibilmente non così ideale... anche in
considerazione della scelta professionale doppiamente riparatoria (si
può dire così?), come terapeuta prima e come didatta poi (magari
anche per riparare la relazione allievo-didatta vissuta come non
sufficientemente buona). Nulla gli garantisce l'immunità dall'entrare
nel gioco collusivo delle seduzioni o delle esclusioni che l'uno o
l'altro degli allievi gli propongono.
In
un lavoro fatto per un convegno sul padre qualche tempo fa, ho avuto
l'occasione di riflettere sulla funzione che questi deve svolgere come
partner verso la "sua" donna: il compito di richiamarla
all'appartenenza di coppia, perché non si perda nel legame materno . Con un parallelismo, sia
pure semplificatorio ma utile per il contributo di chiarezza che può
dare, possiamo ricordare qui come al compito "paterno"
corrisponda un compito "materno" che è quello di richiamare
il "suo" uomo all'appartenenza di coppia nella duplice
dimensione, questa volta, di coniuge e di genitore.
Continuando
nel parallelismo: la funzione di vigilanza (= controllo) di un didatta
nei confronti dell'altro, accanto a quella di stimolo (= aiuto) pure
da giocare nella reciprocità, appaiono sostanziali per favorire la
costruzione di un gruppo (sistema) di apprendimento sufficientemente
aperto. I due didatti, come coppia "coniugale" hanno il
compito di favorire la fluidità della dinamica
appartenenza-separazione, per evitare che gli allievi, o qualche
allievo, rimangano congelati sull'uscio, senza potersi permettere di
entrare e trovare nel gruppo di formazione un luogo di contenimento
atto a favorire il processo di formazione, o per evitare, più
frequentemente, che restino intrappolati nelle maglie della
appartenenza.
Come
nelle relazioni familiari le funzioni paterna e materna richiedono ad
ambedue i genitori la capacità di accoglierle ed esercitarle, anche
al di là dell'identità di genere, così nelle relazioni del sistema
coppia-di-didatti-e-allievi ambedue i didatti dovranno sviluppare la
capacità di permettere il processo di appartenenza e il processo di
separazione, sostenendosi reciprocamente nel costruire una membrana di
coppia (Dicks) e una membrana gruppale con livelli di permeabilità
sufficientemente elastici, tali da permettere agli allievi di entrarvi
(per sentirsi accolti e contenuti) e di uscirne (per
individuare un'identità professionale propria).
Noi
riteniamo che questo processo sia molto più forte se i didatti
possono permettersi di giocarlo attraverso la compresenza nel gruppo,
parallelamente alla maggiore forza che porta la presenza di due
coterapeuti in un processo terapeutico (soprattutto con le coppie).
Una
rielaborazione di questo lavoro è pubblicata sul libro
M. Andolfi e V. Cigoli (a cura di), LA FAMIGLIA D'ORIGINE, F.
Angeli ed., 2003
Per completare il
parallelismo: il gruppo di formazione è anche il luogo della
prima costruzione dell'"identità professionale" del
futuro terapeuta.
Questa modalità è in
realtà una costante che seguiamo per i lavori scritti (tesina)
che facciamo fare a conclusione di ogni anno di corso.
Se il suono in italiano
con fosse tanto male, userei la parola co-didattica per rendere il
parallelo con la parola coterapia, perché sostanzialmente di
questo si tratta. In pratica la conduzione dei gruppi viene fatta
in compresenza dai due didatti per un buon 80 % degli incontri;
per il rimanente 20 % ciascun didatta lavora con il gruppo da
solo.
Parlo di
"funzione" paterna e materna, non di padre o madre
semplicemente, in quanto sia l'uno che l'altro possono svolgere,
in tempi e modalità differenti, sia l'una che l'altra funzione in
una relazione complementare e non rigida.
F. Cardinali, "Ruolo
del padre in situazioni di gravi difficoltà", in Atti del
Convegno ESSERE PADRE OGGI, Senigallia, 1993. Questa funzione, in
realtà, altro non è che, sul versante della relazione di coppia,
quella che, come genitore, svolge in quanto luogo privilegiato
dell'istanza di separazione. Specifico della funzione paterna è
il compito di portare la legge nelle relazioni familiari: la legge
della proibizione dell'incesto.
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