|
(Riassunto)
Gli autori propongono in questo lavoro una lettura della relazione di supervisione,
vista come relazione parallela alla stessa relazione terapeutica, attraverso un'analisi
delle collusività (relazioni collusive) presenti nel rapporto terapeuta-supervisore
(T-S). Sono indicate alcune delle modalità pi frequenti di contratti collusivi,
potenzialmente rigidi, che i due possono in qualche modo 'sottoscrivere'; la capacita del
supervisore a sapersi porre in una posizione 'meta' rispetto alla coppia S-T, viene
individuata come potenziale via di risoluzione.
La necessità di tale risoluzione è sottolineata dal fatto che "se da una parte
quegli stessi meccanismi (relazioni collusive) che regolano le dinamiche all'interno di un
sistema familiare sono da questo riproposti nella relazione con il terapeuta, in pari
tempo questi stessi processi agiscono anche nella relazione di supervisione; e nella
misura in cui vengono sciolti, man mano, i nodi di rigidità presenti in quest'ultima,
anche la terapia procede verso livelli maturativi più evoluti"
(Summary)
In this paper the authors propose a reading of supervision relation, viewed as
parallel to the therapeutic relation, by the analysis of Therapist-Supervisor (T-S)
collusion. A few of the most frequent potentially rigid collusive contracts
between Therapist and Supervisor are analysed, and a way of resolution is shown in the
ability of the Supervisor to put himself in the 'meta'-position as regards S-T couple.
The thesis of this paper is that if on one hand the same processes (collusive
relations) inside a family system are re-proposed [from family] in the relation with the
Therapist, in the same way those processes work as well in the supervision relation, and
as those rigid knots in the S-T relation are untied, both supervision and therapy can
really progress.
|
PREMESSA
Nell'ambito della maggior parte delle scuole di psicoterapia, parlare di supervisione
significa prevalentemente, se non esclusivamente, parlare di 'supervisione didattica', di
quella supervisione, cioè, che ha luogo in quel periodo definito da un contesto di
insegnamento/apprendimento tra un didatta e un allievo. La Terapia relazionale si
presenta, da questo punto di vista, con una struttura propria per l'inclusione,
all'interno del sistema terapeutico, della relazione di supervisione come componente
abituale.
Presentiamo in queste pagine alcune osservazioni per una lettura della relazione di
supervisione vista come relazione parallela alla stessa relazione terapeutica. Particolare
attenzione sarà posta alla supervisione didattica: questa infatti è la prima esperienza
di una relazione del tutto particolare e come tale tende a 'segnare' con la propria
impronta ogni altra situazione analoga successiva.
L'ipotesi che vorremmo discutere è che, se da una parte quegli stessi
meccanismi (relazioni collusive) che regolano le dinamiche all'interno di un sistema
familiare sono da questo riproposti nella relazione con il terapeuta, in pari tempo questi
stessi processi agiscono anche nella relazione di supervisione; e nella misura in cui
vengono sciolti, man mano, i nodi di rigidità presenti in quest'ultima, anche la terapia
procede verso livelli maturativi più evoluti.
1. SUL CONCETTO DI COLLUSIONE
L'identificazione proiettiva
Perché un sistema interpersonale si costituisca come tale deve esistere
un certo grado di integrazione tra i suoi membri: il meccanismo che sta alla base di essa
è lo scambio di parti di sé che ciascun membro attua con l'altro.
Questo scambio, che M. Klein chiama "identificazione proiettiva", è un
meccanismo estremamente primitivo e funziona alla sua massima espressione nei primi
istanti di vita, ponendosi alla base delle prime relazioni oggettuali. Nei primi mesi di
vita nel bambino esiste la fantasia onnipotente per cui parti non desiderate della
personalità e degli oggetti interni possono essere: a) scisse, b) proiettate e c)
controllate nell'oggetto in cui sono state proiettate1.
Ciò che in un primo tempo viene considerato e studiato soltanto come un processo dalle
sole caratteristiche di patologia, viene poi analizzato e indicato come un processo
normale della vita psichica che fonda il vincolo di empatia con l'oggetto. Ciò che
si attua dunque, è la proiezione non solo di parti non desiderate, ma anche di parti
buone del sé verso gli oggetti esterni: l'identificazione proiettiva assume così un
ruolo essenziale anche nello sviluppo ulteriore delle buone relazioni doggetto (11,
12). Essa si rivela utile e necessaria non solo per riconoscere gli oggetti, ma anche per
cercare nuovi oggetti con cui stabilire legami significativi. In altri termini possiamo
dire che essa è alla base della comunicazione normale di empatia: è assolutamente
necessario che uno si ponga nei panni dell'altro per capirne sentimenti, comportamenti,
atteggiamenti, reazioni, ecc. Scrive Grinberg (10): "E' ciò che noi facciamo nel
nostro lavoro di terapeuti e ciò che accade in ogni relazione umana".
Rosenfeld (24) parlando di identificazione proiettiva ne distingue due qualità: 1)
un'i.p. usata per la comunicazione e 2) un'i.p. usata per liberare il sé da parti non
desiderate. Le parti buone o cattive del sé si dissociano dall'io e vengono proiettate
con amore e con odio sugli oggetti esterni.
Il meccanismo in una relazione a due è reciproco: ciò che avviene è uno scambio di
parti di sé che ciascun partner attua con l'altro. "In condizioni normali l'i.p.
determina la relazione di empatia con l'oggetto, non soltanto perché permette di situarsi
nel luogo dell'altro e meglio comprendere i suoi sentimenti, ma anche per ciò che
nell'altro evoca. Il soggetto produce sempre qualche risonanza emozionale nell'oggetto,
per l'atteggiamento con cui gli si presenta dinanzi, la forma con cui lo guarda o gli
parla, per il contenuto di ciò che dice o dei suoi gesti, ecc. Vuol dire che stanno
sempre funzionando identificazioni proiettive emanate dalle diverse forme che originano e
che ridestano le risposte emozionali corrispondenti: simpatia, pena, ostilità, fastidio,
ecc. Ciò accade solitamente, all'interno di certi limiti, in ogni relazione umana e crea
la base della comunicazione. L'oggetto, a sua volta, funziona anch'esso con le sue
rispettive identificazioni e si produce così uno scambio in entrambe le direzioni"
(10).
Secondo Meltzer (18) l'identificazione proiettiva svolge un ruolo anche nella
comunicazione verbale quando trascende i meccanismi sintattici per trasmettere
informazioni: ciò che questo meccanismo trasmette è lo stato d'animo del soggetto che
proietta.
In una relazione si può dunque osservare un gioco continuo di proiezioni e introiezioni
sia per l'uno che per l'altro partner. Nella dinamica di una coppia, ogni partner
considera l'altro sia una parte esternalizzata di se stesso che un oggetto nuovo con cui
rapportarsi. Cerca così di indurre l'altro a diventare l'incarnazione della persona
complementare e necessaria per la sua identità (19).
L'altro
L'altro reagisce di fronte alle identificazioni proiettive del soggetto
come se realmente e concretamente avesse acquisito, assimilandoli, gli aspetti che gli
sono stati proiettati. E' come se smettesse di essere sé stesso per trasformarsi in ciò
che il partner ha voluto, al di là dei livelli di coscienza, farlo trasformare. E'
questa una risposta specifica dell'altro che si vede portato a svolgere il ruolo che,
"in forma attiva anche se inconscia", il primo ha forzato in lui.
E' evidente che "l'altro deve avere un suo proprio interesse personale a svolgere
questa funzione" (21). La sua risposta cioè è direttamente legata alla
risonanza emozionale che nasce in lui per i bisogni, i conflitti o le ansie riattivati, o
acutizzati, dalla 'proposta' fattagli (dal messaggio che gli è pervenuto).
A titolo di esempio, semplificando in modo molto elementare, potremmo dire che un uomo che
è ancora legato in maniera infantile con la propria madre, cercherà di perpetuare nel
corso del tempo quella relazione madre-bambino che egli non ha accettato di ridefinire o
perdere; la donna che accetterà questa relazione, d'altra parte, non può essere che una
donna incapace a sua volta di sostenere un ruolo adulto e paritario con il marito.
Il rapporto collusivo
A questo accordo reciproco, a questa modalità di funzionamento
interpersonale viene dato il nome di 'collusione'. Essa determina un rapporto
complementare nel quale ciascuno accetta di sviluppare quelle parti di sé che sono
rispondenti ai bisogni dell'altro, rinunciando invece a svilupparne altre che sull'altro
vengono proiettate .
Il processo collusivo appare in tutta la sua pregnanza nelle dinamiche di coppia 2 . Esso si configura come un gioco reciproco tra i due, una sorta
di accordo tacito, inconscio, che essi stabiliscono tra loro, in cui decide ciascuno di
giocare il gioco dell'altro. I partner hanno alle spalle spesso una storia [familiare]
simile, in relazione al rapporto tra i genitori e con l'uno e/o l'altro di essi, ai ruoli
che hanno dovuto svolgere nella loro famiglia di origine, e presentano di conseguenza
aspettative (reciproche) che inizialmente portano a vedere nell'altro, e a chiedergli,
l'esatto opposto e complementare in grado di rispondere a quei bisogni del proprio sé che
sente frustrati nella sua esperienza.
L'intervento terapeutico
Nella terapia di coppia è proprio questo accordo, questo incastro dei due
mondi interiori, questo gioco che, seppur condiviso, rimane però sconosciuto ai partner,
il punto focale dell'intervento terapeutico. Esso mira non soltanto alle relazioni che
intercorrono tra i due partner o alla dinamica psicopatologica di ciascuno: l'intervento
è focalizzato su ciò che Dicks (6) chiama l'"incastro tra i due mondi
interiori".
In tutte le coppie osservate appare un profondo senso di appartenenza reciproco che sembra
sopravvivere al di là di ogni comportamento apparentemente distruttivo del rapporto: come
se la coppia fosse "un sistema a due in cui ciascun partner sente l'altro come parte
di sé" (6). Nell'ambito del processo terapeutico ciascuno dei membri della coppia è
portato a riappropriarsi di quelle parti del proprio sé che sono proiettate sull'altro e
di cui l'altro si fa carico, così da utilizzare l'energia, finora impiegata nel
rinforzare la collusività, in una nuova direzione: verso la ricerca di una risposta ai
propri bisogni reali (21).
2. IL RAPPORTO COLLUSIVO CON IL TERAPEUTA
E LA SUPERVISIONE
La collusività con il terapeuta
Quel rapporto collusivo che si verifica nella coppia (e nella famiglia)
viene riproposto dalla stessa nel rapporto terapeutico. Anche nella relazione
paziente-terapeuta opera lo stesso bisogno di disappropriazione e proiezione, di scissione
e collusione. Il paziente (singolo, coppia, famiglia) cerca di collocare il
terapeuta nello spazio funzionale ai suoi bisogni. E viceversa.
Si pensi, per fare un esempio, alle possibilità di incastro che offrono l'impotenza che
la famiglia porta al momento in cui "non ce la fa più ad andare avanti così" e
il desiderio di onnipotenza del terapeuta che, specie se ancora giovane terapeuta, deve
rinforzare il suo Io professionale. E' piuttosto facile immaginare la sterilità di
questo gioco in una prospettiva di cambiamento e, nel contempo, la funzionalità dello
stesso per il mantenimento, all'infinito, della relazione [omeostatica].
Bion (2), parlando dellidentificazione proiettiva, ha elaborato un modello: la
relazione contenitore-contenuto. Secondo questo modello il bambino proietta parti di sé,
soprattutto quelle emozioni che per lui risultano incontrollabili [il contenuto], nel
seno-buono [il contenitore] per poterle poi ricevere indietro disintossicate e quindi
tollerabili. E' in base alla capacità della madre di metabolizzare o meno le proiezioni
del bambino che si attuerà l'una o l'altra di queste possibilità:
a. al bambino potrà ritornare ciò che è suo, ma con una connotazione affettiva
tollerabile;
b. al bambino potrà tornare indietro il suo timore, ma ancora con la stessa tonalità e
intensità originaria: l'ansia e l'incomprensione non hanno permesso alla madre di
metabolizzare le proiezioni del bambino;
c. il turbamento della madre ritornerà al bambino con una connotazione di ancora maggior
pericolo per lui: la madre, oggetto cattivo, gli restituisce un 'terrore senza
nome'.
Nella relazione terapeutica il paziente (famiglia, coppia, singolo) con le sue tensioni
non è in grado di tollerare quelle parti di sé che non ha potuto elaborare e
trasformare. Queste parti che non sono appropriate al pensare, al sognare, al ricordare (=
gli elementi a di Bion) sono vissute come cose-in-sé e possono
essere solo evacuate dentro un oggetto esterno. Il terapeuta funge da oggetto
esterno contenitore, e nel momento in cui pone in atto la sua capacità di ricevere,
contenere e modificare le proiezioni del paziente, può elaborarle e restituirle come
parti che gli appartengono e che egli può ora vivere non più come minacciose, quindi
solo da evacuare. Il terapeuta dà contenimento.
Si dà anche il caso, però, in cui il terapeuta non è in grado di accettare e di
contenere le proiezioni dei pazienti che con la loro intensità riacutizzano o fanno
riemergere problematiche non risolte del terapeuta stesso; né egli è in grado di
riconoscere nelle sue reazioni la componente di retroazione alle proiezioni della
famiglia...
"Lo studente allora farà sentire al supervisore la stessa qualità di reazione
emozionale che il paziente ha fatto sentire a lui" (10). A questo punto
"solo se il supervisore riesce a prendere coscienza della genesi della sua
ripercussione affettiva può con maggiore capacità, oggettività ed esperienza, mostrare
al terapeuta l'origine della reazione emozionale che questi ha sperimentato nella seduta
con il proprio paziente" (10).
Il luogo del supervisore
Ma questo significa, per il supervisore, potersi collocare come contenitore per il
terapeuta, per quei vissuti emozionali che non può e/o non sa gestire.
Il terapeuta ha difficoltà a volgere la sua attenzione al mondo interno dei pazienti (e
proprio), non riesce cioè a lasciarsi andare a quella 'attenzione fluttuante' tra il
piano del reale e quello del mentale, tra la dimensione di contenuto e quella di relazione
nel processo comunicativo tra i componenti la famiglia e tra questi e lui stesso.
Il supervisore si pone, in questo contesto, come colui che può ascoltare ed esplicitare i
bisogni dei pazienti, inviando così al terapeuta il messaggio che dare contenimento è
possibile, senza per questo 'morire'. Il supervisore diventa così anche il luogo della
"sofferenza di una continua problematizzazione" (14), il luogo cioè dove ha la
possibilità di emergere ciò che è nuovo, quindi non previsto e non contemplato.
In questa relazione particolare, che è la relazione di supervisione, operano ovviamente
quegli stessi meccanismi che regolano ogni relazione significativa tra esseri umani. Anche
il supervisore, cioè, si trova ad essere collocato, da parte del terapeuta, nello spazio
funzionale ai suoi (del terapeuta) bisogni; allo stesso modo in cui il paziente (singolo,
coppia o famiglia) cerca di collocare il suo terapeuta nello spazio funzionale ai propri
(20, 21).
In altra occasione (21) abbiamo usato questo modello F (------) T
(------) S per rappresentare l'intero sistema terapeutico comprendente la famiglia (F), il
terapeuta (T) e il supervisore (S) in reciproca relazione collusiva.
Vorremmo far notare come il concetto di 'collusione' non è di per sé un concetto
negativo: colludere significa 'giocare insieme' (cum-ludere = giocare con), fare insieme
lo stesso gioco. Come ogni altra modalità di comunicazione, però, assume un valore
negativo nel momento in cui si colloca su un piano di rigidità e non evolve verso livelli
relazionali e personali più maturi e più dinamici. (E' questo il senso in cui ne
parliamo in queste pagine).
Crediamo che anche a proposito della relazione di supervisione si possa affermare, così
come per la relazione terapeutica, che in ogni 'buona' relazione di supervisione si
realizza "un incontro di bisogni reciproci in evoluzione" (20).
Alcuni modelli di contratto
Vorremmo presentare ora, a titolo di esempio, alcuni modelli di contratti
collusivi potenzialmente rigidi che hanno la possibilità di venire sottoscritti
all'interno di una relazione di supervisione. Essi sono soltanto alcuni, tra i tanti
possibili...
Come noi non cè nessuno
Il supervisore e il terapeuta decidono di uscire dallimpasse dello
scontro sottoscrivendo un accordo che suona presso a poco così: "Se tu trovi che io
sono un supervisore straordinario, io troverò che tu sei un terapeuta straordinario"
e viceversa.
Ma il narcisismo reciproco, così soddisfatto, può anche richiedere una vittima per la
sua alimentazione: il terzo. Questi di volta in volta può essere:
a) la famiglia: specie se è una famiglia che osa abbandonare questa coppia così
straordinaria di genitori... Ad alcune coppie terapeuta-supervisore capita più spesso che
ad altre di 'perdere' famiglie; come si fa, del resto, ad essere figli all'altezza di
così bravi genitori!
b) l'Istituto, la Società scientifica di appartenenza, con le sue regole (e la sua
rigidità) che costringono magari a interrompere dopo un tempo prefissato un matrimonio
così felice; con la sua dottrina che non ammette eresie né di pensiero né di
azione;
c) altri colleghi del supervisore o del terapeuta che, "poverini, non sono certo
così bravi come il nostro!"; a patto, ovviamente, che anche lui riconosca che
"non ci sono altri terapeuti all'infuori di te"; questo, specialmente
all'avvicinarsi della dovuta separazione (al termine di un ciclo di supervisione, per
es.).
Il creatore e la sua creatura
Il terapeuta 'decide' che non potrà mai rapportarsi al suo supervisore se
non sacrificandogli qualcosa di sé stesso. 'Decide' anche che solo così lui può
sopravvivere alla temuta richiesta di differenziazione (e quindi di separazione). Fa
allora continue richieste di rassicurazione ("dimmi cosa debbo fare", "ho
fatto bene a fare così?", ecc.) fino a chiedergli un 'modello di terapeuta' da
inglobare e porre dentro di sé. Si pensi che bella esca per il narcisismo del supervisore
avere la possibilità di creare tanti terapeuti 'a propria immagine e somiglianza' sparsi
per il mondo.
Il persecutore e la vittima
Anche la famiglia può 'decidere' di colludere col narcisismo del
terapeuta: "Lei dottore è veramente molto bravo, ha capito subito il problema; non
come il dr. X che non ci diceva mai niente, o come il dr. Y che ci trattava sempre male e
non ci guardava neppure in faccia... non parliamo poi del dr. Z che se la prendeva
sempre con questo povero ragazzo che sta tanto male". E' certo un'esca allettante per
il terapeuta, tanto più se il supervisore, invece, gli fa richieste di cambiamento e di
crescita, scoprendogli magari, e quindi interrompendo, una relazione collusiva così
gratificante (ma altrettanto sterile).
Il terapeuta vive nella scissione: il supervisore diventa il luogo di proiezione delle sue
parti persecutorie, le accoglie e le fa crescere ponendole in atto; mentre il paziente,
dall'altra parte, è il luogo di proiezione delle sue parti idealizzanti.
O con me o contro di me
In risposta allesclusione che il terapeuta con la 'sua' famiglia
pone in atto nei confronti del supervisore, questi può anche reagire con tentativi di
riappropriazione sia del terapeuta, sottraendolo così alla famiglia, come pure della
famiglia stessa, sottraendola in questo modo al terapeuta. Certi interventi del
supervisore (alcune invasioni di campo oltre i confini dello specchio equivalgono a dire:
"Io sono più bravo del vostro terapeuta"), come anche certi suoi non interventi
(= non trasmette il suo sapere, non interviene in modo correttivo sulla relazione
terapeuta-famiglia, lasciando questa coppia nel suo rapporto collusivo sterile e
impotente) sono un chiaro messaggio per il terapeuta: "O con me o contro di
me". A quest'ultimo non rimane che dover scegliere: o i pazienti o il
supervisore.
Il terapeuta del terapeuta
In un rapporto di supervisione nel campo della psicoterapia, in un settore
cioè dove le componenti emozionali hanno un peso di gran lunga maggiore di quello che
hanno le tecniche, lo scivolamento verso il terapeutico è sempre in agguato. Il
Supervisore considera l'allievo, e questi si pone, come se lui e il paziente avessero
bisogno di aiuto allo stesso modo.
Dicevamo sopra di come il mondo emozionale del terapeuta e quello della famiglia entrino
in contatto e di come, sia l'uno che l'altro, contribuiscano alla formazione del clima
emotivo della singola seduta così come della stessa relazione terapeutica; il terapeuta,
continuamente stimolato ad entrare 'in contatto con il proprio sé' durante il suo lavoro,
è facilmente portato a chiedere al supervisore quel supporto che lui in seduta deve
offrire al paziente.
Vogliamo sottolineare qui che ciò avviene tanto più se egli non ha fatto, o non sta
facendo, la sua terapia personale e non ha quindi già trovato un proprio 'luogo'
personale dove poter "assimilare l'esperienza della propria ansia, depressione,
invidia e di tutte le emozioni relative a quell'insieme di conflitti che fondano la sua
stessa vocazione, in modo da poterle tollerare" (14) sia nel suo quotidiano che nel
rapporto con i pazienti, che, proprio per le sue peculiarità, agisce riattivando o
riacutizzando certe sue problematiche non risolte, né accettate.
3. DISCUSSIONE
Terapia o supervisione?
Il supervisore nel suo lavoro, in base allesperienza acquisita,
arriva a capire delle verità non solo sul paziente, ma anche sul terapeuta: e
ciò anche attraverso l'ascolto attento di quanto dicono gli stessi pazienti i quali,
spesso, arrivano a capire cose sul terapeuta prima ancora del supervisore e del terapeuta
stesso.
Se il supervisore non accetta la richiesta di un sostegno terapeutico dello studente,
quest'ultimo si sentirà facilmente tra due fuochi S -----> T <----- P senza
che nessuno lo soccorra.
Se il supervisore accetta però una relazione terapeutica, o se è lui stesso in qualche
modo a proporla, raggela l'allievo in una situazione di dipendenza e di rinuncia al suo
processo di crescita. Ciò che prende via è invece un processo dintrusione
reciproca da parte dell'uno nella mente dell'altro.
Obiettivo del contratto di supervisione è, per lo studente terapeuta, quello di
consolidarsi nella sua posizione di terapeuta affinando le capacità e sviluppando le
proprie doti e la propria individualità irripetibile attraverso lo scambio di
esperienze con un collega 'più esperto'. Compito del supervisore è quello di
"evidenziare le simmetrie, le complementarietà, le dissonanze delle angosce e delle
difese, senza dimenticare, però, che nella coppia terapeutica il terapeuta ha un ruolo
funzionale diverso e che il supervisore si rivolge alle parti più adulte del
terapeuta" (14).
Intrusione o comunicazione?
Abbiamo parlato, all'inizio di queste pagine, di identificazione
proiettiva, e siamo arrivati a parlare di 'intrusione' nello spazio e nella mente
dell'altro, sia nella relazione famiglia-terapeuta che in quella terapeuta-supervisore (in
ambedue le direzioni, ovviamente):
F
-------> T S -------> T
<-------
<-------
Abbiamo già detto di una i.p. per comunicare e di una i.p. per intrudere, che poi è
lo stesso che parlare di un processo di comunicazione e di un processo di intrusione
all'interno di una relazione significativa:
identificazione proiettiva ------> comunicazione
identificazione intrusiva ------> intrusione
Il problema nasce quando, in certe situazioni, comunicazione e intrusione si scambiano
tra loro prendendole l'una per l'altra.
Sulla base del modello di Bion, già citato, possiamo ora dire che se in un processo
comunicativo allidentificazione proiettiva corrisponde una "madre"
[terapeuta, supervisore] che contiene, in una relazione intrusiva al processo di
identificazione corrisponde una "madre" [terapeuta, supervisore] che soffoca,
che chiude, che perseguita in qualche modo, che intrude cioè nello spazio mentale
dell'altro.
E il terapeuta che può intrudere nella mente del supervisore ponendolo rigidamente
nel ruolo funzionale al soddisfacimento dei suoi bisogni; ma può anche il supervisore
porre in atto un comportamento altrettanto intrusivo verso il terapeuta che, in una tale
situazione, non ha altra possibilità che chiudere verso i messaggi che gli sono
inviati.
In una situazione così strutturata il superamento della collusività può avvenire
solo nel momento in cui il supervisore riesce a porsi ad un livello "meta"
rispetto alla coppia (S-T) e a portarvi il terapeuta stesso: i due possono iniziare da
quel momento a comunicare e quindi a porsi in una relazione reciprocamente
trasformativa.
Comunicazione e intrusione non possono marciare insieme. La comunicazione avviene solo
quando l'altro può accettare quello che gli viene detto: lo può prendere e trasformare
(= metabolizzare). Solo una comunicazione non intrusiva porta alla trasformazione. E
questo, ovviamente, in ambedue le direzioni. La trasformazione del messaggio e la
trasformazione dell'altro (dell'emittente e del ricevente) non sono che due aspetti dello
stesso processo.
Sulla posizione 'meta' del supervisore (nota)
(A titolo di esempio riportiamo un frammento di supervisione che ci mostra il
momento il cui il supervisore ha potuto fare questo 'passaggio di livello' di cui abbiamo
parlato.)
Una coppia in terapia: Mario sulla sessantina, Luisa, sua moglie, è dieci anni più
giovane. Non hanno figli. Da oltre cinque anni non hanno più rapporti sessuali e, pur
vivendo nella stessa casa, si sono organizzati come se questa fosse fatta di due sub
appartamenti. Sono inviati per una terapia di coppia da parte di unanalista cui si
era rivolta la moglie dopo aver sentito, per caso, una telefonata molto 'affettuosa' tra
Mario e la sua (di lui) analista: lui era in terapia individuale da parecchi mesi con una
terapeuta molti anni più giovane di lui.
Mario si comporta in seduta come un uomo che sa solo prendersi sul serio, senza il minimo
senso di humour, è noioso; parla, fa discorsi, chiacchiera, tiene conferenze su tutto,
anche su sé stesso, il sesso e il rapporto con la moglie. Si presenta sempre sul
grigio-scuro quasi fosse un impresario di pompe funebri. Lei scalcia, si ribella, dice che
se ne andrà... poi, però, rimane sempre lì e fa le bizze come una bambina
insoddisfatta. Veste e si atteggia come se fosse una bambolina da guardare, ma non
toccare.
Quanto più lui si presenta come testa, tanto più lei come corpo; e viceversa. Il loro
gioco collusivo si rivela di un così perfetto equilibrio che l'uno e l'altra possono
continuare a spingere, ciascuno nella sua direzione, tanto sanno perfettamente che non si
toccheranno mai e che nessuno dei due lascerà la presa. L'intrusione di una donna
(l'analista di lui) che aveva portato un corpo sessuato rischiava di far naufragare questo
gioco e tutti e due, in perfetto accordo, hanno deciso di scaricarla: dopo la scenata
della moglie, Mario chiude la sua terapia e non far più neanche una sola seduta (!):
"io per mia moglie sono disposto a tutto, le voglio molto bene".
Ora l'altra coppia: il terapeuta e il supervisore sono al loro primo incontro, non avevano
mai lavorato insieme in precedenza: questa è la prima terapia che fanno insieme. Il
contesto è quello di una supervisione didattica. La terapia (con relativa supervisione)
va ormai avanti da due mesi. Il supervisore sta diventando sempre più attivo e
propositivo e il terapeuta, da parte sua, si pone come un buon esecutore delle direttive
che gli vengono da oltre lo specchio, ma appare sempre più evidente che non si sta
prendendo in carico la terapia, ...tanto cè il supervisore! L'uno e l'altro, però,
vivono una situazione di disagio che li porta piano piano ad aumentare, irrigidendola,
questa loro reciproca attribuzione di funzioni: il supervisore fa sempre meno il
supervisore e sempre più il terapeuta mentre quest'ultimo è sempre meno terapeuta
e sempre più portavoce del supervisore.
La terapia non procede (anche se le sedute continuano) e ognuno dei membri di questo
sistema terapeutico è incastrato nella sua funzione che, per altro, si rivela
perfettamente 'funzionale' a quella del partner: questo, sia all'interno della coppia dei
pazienti che nella coppia S-T, così come nella stessa relazione tra le due coppie: l'una
e l'altra, in perfetto accordo, si aiutano a non cambiare.
Finché un bel giorno...
Si era deciso (= il supervisore aveva deciso) di fare le due sedute successive, ciascuna
con uno soltanto dei partner. La seduta con Luisa è già stata fatta, ora è la volta del
marito. L'incontro sta proprio diventando noioso, Mario fa una delle solite conferenze sui
suoi sensi di colpa e sui condizionamenti della rigida educazione cattolica che ha
ricevuto nella sua infanzia e giovinezza; il terapeuta ha abboccato all'amo e suoi
interventi servono solo... a migliorare lo stile del conferenziere. Dietro lo specchio il
supervisore sente crescere il disagio, sbuffa, si agita, non ne può più e chiama fuori
il terapeuta:
S (... fa un lungo intervento su come sta andando la seduta. Poi continua:) Divorato dai
sensi di colpa! dico io: pure Gesù Cristo per quaranta giorni è stato divorato... lui
vada nel deserto se è divorato di più: perché viene a spendere i soldi qua? paga di
meno ad andare a Tamarasset, no?, a fare esperienza nel deserto!
T (... si sente bloccato e paralizzato, quasi in trance; ora poi è particolarmente
colpito dalla fantasia creativa del supervisore. Gli dice:) Sei proprio bravo! [...
altre parole incomprensibili, pronunciate con tono sempre più flebile]
S Certo che so' bravo! Il problema però è che non sono bravo con te. Ho più difficoltà
con te che con lui: capisci qualè il dramma? Questo (il paziente) è una specie di
enciclopedia ambulante, noioso: e tu sei serio! Ogni tanto ci provi... (... il supervisore
fa ancora delle osservazioni sulla relazione del terapeuta con il paziente e gli propone
una diversa modalità di intervento. Il terapeuta è sempre più serio e preoccupato: ciò
che gli pesa di più è quel "non riesco a lavorare con te" che proprio non si
aspettava ...). Non partire preoccupato di te. Parti, come dire... Be', fa' una cosa: se
non ci riesci, dici: "non ci riesco, viene il mio supervisore". T'accorgi che
non ci riesci, fa' una cosa: dici: "io con lei non ci riesco e mando qui il mio
supervisore!" . O.k.? ti dimetti! o.k.?
Il terapeuta si trova spiazzato e 'abbandonato' dal suo supervisore e si vede costretto a
prendersi in carico il paziente oppure sa che dovrà lasciare il campo, perché il
supervisore 'non ci sta più' al gioco della loro coppia. La seduta continua, ma il clima
cambia velocemente, e, ciò che più conta, prende avvio un profondo cambiamento nelle
relazioni che legano i due. Ulteriori tentativi di riproposizione del vecchio gioco
saranno fatti ancora in seguito, ma ormai ambedue se ne rendono conto e il
cambiamento innescato può procedere fino a coinvolgere - e questo è un punto altrettanto
significativo - l'intero sistema terapeutico, permettendo anche alla coppia dei pazienti
di uscire dalla loro impasse collusiva.
Il supervisore aveva portato in questo momento la sua attenzione sulla coppia che lo
vedeva partner del terapeuta ponendosi, appunto, in posizione meta rispetto ad essa. Da
questa posizione ha potuto osservare il gioco che ambedue stavano facendo.
Da due versanti, crediamo, è venuta al supervisore la spinta necessaria per 'salire',
e non solo rispetto alla relazione tra terapeuta e paziente, ma proprio rispetto alla
stessa coppia S-T: a) la paralisi dell'intero sistema terapeutico che non faceva procedere
in nessun modo la terapia, e b) il disagio (la sofferenza) con cui lui stesso e il
terapeuta vivevano la loro relazione.
Compito del supervisore, crediamo, è proprio quello di essere in grado di
tenere costantemente presenti ambedue questi canali. La sola percezione e osservazione
delleventuale stasi nel processo terapeutico (a) porterebbe facilmente
all'attribuzione di responsabilità - incapacità, non volontà - verso il paziente
(singolo, coppia o famiglia) in una logica totalmente lineare. Nell'altro versante, la
sola osservazione del terapeuta (b) potrebbe facilmente sfociare verso designazioni di
capacità/incapacità come attributi personali del terapeuta stesso - ancora in una logica
di linearità. E' solo l'osservazione del (e l'intervento sul) funzionamento della coppia
S-T che permette ai due di superare i momenti dimpasse e al supervisore di svolgere
la sua funzione di super-visione [che in un contesto didattico, poi, comprende anche
quella di formazione del terapeuta-allievo]. 'Buon supervisore' è colui che sa entrare ed
uscire nella/dalla relazione con il terapeuta: 'entrare' per esserci e sentire il loro
legame di coppia, 'uscire' per osservarne gli aspetti collusivi (le modalità
comunicative) e apportarvi le opportune correzioni di rotta; dovrà essere in grado di
comprendere sé stesso come parte del suo campo di osservazione [e di intervento].
Formare: de-formare o trans-formare?
Potremmo dire dunque che una relazione terapeutica e/o di supervisione
funziona quando avviene la comunicazione, quando cioè è situata in un contesto
trasformativo. Diversamente dovremmo parlare di intrusione, che però né modifica né
trasforma, può solo deformare.
'De-formare' significa togliere all'oggetto la sua forma; 'trans-formare' significa
consentire all'oggetto di mettere in atto le sue potenzialità. Esemplificando in
modo molto semplice, possiamo dire che un bambino che cresce si trasforma; un bambino che,
nonostante il passare degli anni, non cresce, si deforma. Uno studente che lasciando la
relazione di supervisione imita il suo supervisore ne esce deformato, non trasformato;
allo stesso modo, però, anche il supervisore che, lasciando la relazione di supervisione,
rimane quello che era prima, ha bloccato il suo processo di crescita.
La formazione del terapeuta viene normalmente considerata come il primo degli obiettivi di
una supervisione didattica.
'Formare', letteralmente, significa 'dare forma', e ciò in due sensi: ad un livello più
di superficie significa modificare l'apparenza di un oggetto, la sua forma esteriore; ad
un livello più profondo, però, la forma è l'anima di una cosa, ciò per
cui una cosa è quello che è. In questo secondo senso, che abbiamo indicato come più
profondo, formare e trans-formare sono due termini che esprimono lo stesso concetto.
La formazione (= liberare la propria forma-anima) e la trasformazione dello
studente-terapeuta sono in realtà lo stesso processo di crescita.
Il luogo della teoria: una fede o un'ipotesi di lavoro?
Abbiamo indicato, sopra, la supervisione come "il luogo della
sofferenza di una continua problematizzazione" (14), il luogo cioè dove
il nuovo, il non compreso e anche il non previsto può emergere; ciò significa che se i
momenti di apertura e di novità, sia dello studente-terapeuta che del supervisore, come
pure della relazione emergente tra i due, non possono trovare il loro spazio nel processo
di supervisione, questa diverrà invece il luogo in cui l'allievo va ad acquistare la sua
protesi professionale.
Il nuovo, il non compreso e il non previsto, però, va in qualche modo 'preventivato' non
solo in riferimento alle dinamiche personali e relazionali dei soggetti coinvolti nel
rapporto, ma anche verso una possibile trans-formazione di quei presupposti teorici che
sottostanno allo stesso lavoro clinico e didattico.
Si dice che l'ortodossia non è altro che uneresia che ha ottenuto il consenso. Ma
eretici di fronte a chi? Può lo studente essere eretico per il suo supervisore?
Può il supervisore ortodosso con-dividere l'eresia che porta lo studente?
L'istituzione poi, cioè l'Istituto o la Società scientifica di appartenenza, si
mostrerà capace di favorire lo svezzamento (= formazione, trasformazione) dello studente,
o vivrà come un rifiuto, e quindi rifiuterà a sua volta, ogni 'novità' non prevista che
l'incontro tra due persone può far emergere?
4. NOTA CONCLUSIVA
Più che trarre delle conclusioni su quanto sopra detto, vorremmo porre un
problema sul quale crediamo si debba approfondire il confronto tra i terapeuti che ogni
giorno si trovano faccia a faccia con la clinica.
Le osservazioni fatte in questo lavoro riguardano, per molti aspetti, la relazione di
supervisione in un contesto di apprendimento (supervisione didattica).
Ciò tuttavia non toglie che, sia pure con certe differenze, ogni volta che si costituisce
un sistema terapeutico e di supervisione si innescano gli stessi processi, che possono poi
o evolvere verso il cambiamento delle persone coinvolte e delle loro relazioni, o
contribuire a rinforzarne la rigidità. Tra i compiti del supervisore, sia esso didatta o
collega, riteniamo prioritario quello di sapersi porre in una posizione 'meta' non
soltanto rispetto al rapporto paziente-terapeuta, ma anche rispetto alla stessa relazione
che lo vede coinvolto in prima persona con il terapeuta medesimo. E' a questa condizione
che riuscirà a far sperimentare modalità più evolute di percezione di sé e dell'altro
al terapeuta, al paziente e, di conseguenza, a sé stesso.
Un'osservazione vorremmo fare sulla supervisione 'non didattica'. Il
modello appreso durante gli anni di formazione viene spesso riproposto tale e quale in una
supervisione 'tra colleghi' configurando così una situazione che, per rifarci a un
modello familiare, potremmo definire di 'confusione generazionale'. Nella famiglia o si è
genitori o si è figli: non esiste una generazione intermedia; e quando un membro fa
confusione di ruoli, il figlio genitoriale o il partner figlio, per esempio, parliamo di
funzionamento patologico. Un analogo meccanismo perverso si innesca quando il
collega-supervisore, riproponendo il modello 'appreso' durante gli anni di formazione, si
attribuisce funzioni di maestro e/o il collega-terapeuta, riproponendo da parte sua lo
stesso modello, si pone nei suoi confronti come allievo.
Il didatta e l'allievo appartengono a due generazioni diverse sul piano delle funzioni
attribuite e reciprocamente condivise; due terapeuti, colleghi di un Servizio, per
esempio, appartengono alla medesima generazione e si trovano a dover apprendere una regola
diversa e nuova: il supervisore non è il maestro, così come il terapeuta non è
l'allievo; tuttavia il collega-supervisore non può non svolgere la sua funzione di
'contenitore' nei confronti non solo del terapeuta, ma dell'intero sistema
terapeutico-e-di-supervisione che lo vede coinvolto.
Se non è facile scegliersi un supervisore didatta al quale 'affidare', diciamo così, la
propria formazione, meno ancora crediamo che lo sia trovare un collega al quale 'affidare'
il proprio lavoro clinico. Due componenti vogliamo indicare che, dal nostro punto di
vista, concorrono a fondare una tale difficoltà.
Da una parte solo un reciproco rapporto di conoscenza e di stima può permettere una
collaborazione così particolare tra due colleghi. Il fatto che tra i due ci si possa
scambiare le funzioni di terapeuta e supervisore, l'uno dell'altro, nelle diverse
situazioni, crediamo sia un 'segno' favorevole del buon funzionamento della coppia: la
supervisione 'a senso unico' tra due colleghi ci richiama tanto certe rigidità collusive
di quelle coppie con un membro sempre 'sano' e l'altro costantemente 'malato' che
incontriamo nella nostra clinica...
Dall'altra parte, però, crediamo che un altro aspetto della realtà dovremmo considerare.
Nel lavoro che si svolge durante gli anni di formazione l'attenzione alla formazione del
terapeuta è di gran lunga maggiore rispetto a quella che si presta alla 'formazione del
terapeuta-supervisore-di-un-collega-terapeuta': troppo spesso, anzi, quest'ultima è
trascurata completamente.
Chi sa, se non sarà anche per questo che esistono in Italia così tanti didatti (con
quasi altrettanti Istituti di formazione), così tanti allievi, e così pochi 'colleghi'
terapeuti?!
note_________________________
1 Il concetto di collusione appare strettamente
collegato a quello di identificazione proiettiva, pur non identificandosi con esso.
Stuart e coll. (24) affermano che la collusione è parte integrante dell'i.p. in quanto il
destinatario della parte scissa del partner non si disappropria della proiezione, ma
agisce il messaggio che riceve. L'i.p. è alla base della collusione, ne è un meccanismo
molto importante; non siamo però ancora in grado di definire tutte le componenti che
determinano il processo collusivo.
2 Limitiamo a queste le nostre osservazioni. In realtà in ogni
sistema familiare, come pure in ogni situazione significativa, si giocano continuamente
rapporti collusivi tra i membri.
.
BIBLIOGRAFIA
1. Andolfi M., Menghi P., "Un modello di training in terapia
familiare", Terapia Familiare, 4, 1978
2. Bion W.R. Apprendere dall'esperienza, Roma, Armando 1972
3. Boszormenyi-Nagy I., "Il cambiamento individuale attraverso il cambiamento della
famiglia", Terapia Familiare, 6, 1979
4. Carotenuto A., "Un problema dell'analisi didattica", Rivista di Psicologia
Analitica, 25, 1982
5. Corrao F., "Sulla supervisione", Rivista di Psicoanalisi, 4, 1984
6. Diks H. V., "Il matrimonio collusivo e i confini dell'ego", in Cigoli V.,
Terapia Familiare, l'orientamento psicoanalitico, Milano, Angeli, 1983
7. Freud A., "Problemi dell'analisi didattica",Opere vol.1, Torino, Boringhieri,
1967
8. Freud A., Riflessioni sulla collocazione della teoria psicoanalitica nell'addestramento
degli psichiatri", Opere vol.3, Torino, Boringhieri, 1966
9. Freud S., "Psicoanalisi selvaggia", Opere vol.6, Torino, Boringhieri,
1974
10. Grinberg L., Teoria dell'identificazione, Torino, Loescher, 1982
11. Klein M., "Sull'identificazione", in Il nostro mondo adulto ed altri saggi,
Firenze, Martinelli, 1972
12. Klein M., "Note su alcuni meccanismi schizoidi", in Scritti 1921-1958,
Torino, Boringhieri, 1978
13. Kniskern T., Gurman A., "La ricerca sul training in terapia familiare e di
coppia", Terapia Familiare, 4,1978
14. Lo Cascio A. et al., "Dal contratto psicoanalitico al contratto didattico",
Rivista di Psicologia analitica, 25, 1982
15. Manfredi S. Nissim L., "Il supervisore al lavoro", Rivista di Psicoanalisi,
4, 1984
16. Mannoni M., La teoria come fantasia, Milano, Bompiani, 1980
17. McDaniel S.H., Weber T., McKeever J., "Approcci diversi alla supervisione: un
orientamento nella formazione in Terapia Familiare", Terapia Familiare, 15,
1984
18. Meltzer D., The psychoanalytic Process, London 1967 (trad.it. Roma, Armando,
1971)
19. Nicolò A.M. (a cura di), "Formazione: due modelli a confronto", Terapia
Familiare, 10, 1981
20. Nicolò A.M., "Le emozioni del terapista nella relazione terapeutica e in
supervisione", in La formazione relazionale, individuo e gruppo nel processo di
apprendimento, Atti del 2° Convegno Italiano dell'I.T.F., Roma, 1985
21. Nicolò A.M., Cardinali F., Guidi G., "Il sogno come metafora relazionale,
esperienze in un gruppo di supervisione", in La formazione relazionale, individuo e
gruppo nel processo di apprendimento, Atti del 2x Convegno Italiano
dell'I.T.F., Roma, 1985
22. Parise S., "La mitologia della formazione", Rivista di psicologia analitica,
25, 1982
23. Pignatelli M., "Il fantasma del terzo", Rivista di psicologia analitica, 25,
1982
24. Rosenfeld H., Psychotic states, London, 1965 (trad. it. Roma Armando, 1973)
25. Sluzki C.E., "Il processo di coalizione nella formazione del sistema
terapeutico", Terapia Familiare, 2, 1977
26. Stewart R.H., Peters T.C., Marsh S., Peters M.J., "Un approccio di relazioni di
oggetto alla psicoterapia con coppie di coniugi, famiglie e bambini", in
Cigoli V., Terapia familiare, l'orientamento psicoanalitico, Milano, Angeli,
1983
27. Tagliacozzo R., "Analisi Didattica", Rivista di Psicoanalisi, 4, 1984
Pubblicato su TERAPIA FAMILIARE n. 26, 1988
Biblioteca Home

 |