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Cerca la
ragione della tua esistenza
nella fiamma della lampada del dolore:
forse vi troverai
un tesoro eterno (Tagore, 1961, p. 68)
SOMMARIO
Premessa
- Quando il dolore congela: la perdita negata
- La ricerca di senso: salute o malattia?
- Dolore e sofferenza …e solitudine
- La sofferenza come processo evolutivo
- Scienza e tecnologia: dolore e sofferenza nella società
contemporanea
- Tra miti e storia: da Pandora a Gesù di Nazareth
- Il terapeuta e il dolore che cura
Cercando una conclusione
Bibliografia
Premessa
Un giorno, nel
piccolo pozzo in cui una rana è vissuta tutta la vita, salta una
rana che dice di venire dall’oceano.
“L’oceano? E cos’è?” chiede la rana nel pozzo.
“Un posto grande, grandissimo” dice la nuova arrivata.
“Grande come?”
“Molto, molto grande”.
La rana nel pozzo traccia con la zampa un piccolo cerchio sulla
superficie dell’acqua: “Grande così?”
“No. Molto più grande”.
La rana traccia un cerchio più largo: “Grande così?”
“No. Più grande”.
La rana allora fa un cerchio grande quanto tutto il pozzo che è il
mondo da lei conosciuto. “Così?”
“No. Molto, molto più grande” dice la rana venuta dall’oceano.
“Bugiarda!” urla Kup Manduk, la rana del pozzo, all’altra. E non ne
parla più.
Immersi
nell’esperienza del dolore, facciamo fatica a sollevare il nostro
sguardo e poter pensare che il pozzo di Kup Manduk non esaurisce la
realtà dell’universo. La domanda che vorrei condividere con i
lettori è quella che ci fa chiedere quale posto occupa il dolore
nella vita degli uomini, più ancora, nella vita dell’universo per
come noi lo conosciamo. Le parole messe a sottotitolo sono prese da
un documento del I sec. d.C. scritto da Paolo di Tarso nella lettera
ai cristiani di Roma: mi sono sembrate una straordinaria sintesi del
pensiero che vorrei proporre. Incontrare la sofferenza come fase
di passaggio, come dimensione necessaria di un processo
evolutivo, proprio come il travaglio per una donna che sta per
partorire. Il sapere che nascerà suo figlio non toglie né attenua il
dolore delle contrazioni, ma le è di grande aiuto per viverlo con
pensieri ed emozioni diverse da quelle che accompagnano l’esperienza
del dolore, quando esso, sconosciuto nel suo significato, invade il
corpo e, come tale, giunge carico d’ansia e d’angoscia.
Quando il dolore congela: la perdita negata
Tutte
le famiglie felici si assomigliano tra loro,ogni
famiglia infelice è infelice a suo modo. (L. Tolstoj, 1875)
Giovanna, una signora sulla cinquantina contatta il nostro Istituto,
inviata dal neurologo che ha in cura Elisa, la figlia quindicenne,
perché “batte la testa contro il muro, si strappa i capelli, è
sempre nervosa e, quando gli prende, sfascia tutto…” sia a scuola
che, soprattutto, in casa. I genitori e il medico collegano queste
crisi al grave incidente stradale, che la ragazza ha avuto due anni
prima, seguito da un periodo di coma e da un successivo grande
nervosismo che, appunto, dura tuttora e non sembra avere vie di
attenuazione.
La
storia di questa famiglia appare subito costellata da un susseguirsi
di eventi dolorosi che di volta in volta hanno scatenato esperienze
di sofferenza di forte intensità: dice Giovanna che più volte si
sono trovati, lei e il marito, a fare i conti con il pensiero di
“farla finita”.
Tutto
sembra iniziare, quando, all’età di 7 anni, Valentina, la prima
figlia, muore, improvvisamente e inaspettatamente, in ospedale, due
giorni dopo essere stata sottoposta ad un normale intervento di
tonsillectomia, per un’emorragia improvvisa e incontrollabile. La
morte di questa figlia congela Giovanna e Mario nel loro dolore:
disperazione, sensi di colpa, solitudine e incomprensioni con le
loro famiglie d’origine… Quando poi provano ad uscirne - almeno così
essi pensano - si scoprono dentro un nuovo tunnel, quello della
sterilità. Hanno pensato di fare un altro figlio, ma questo figlio
non viene. Dopo quattro anni di tentativi inutili, Giovanna aderisce
alla proposta del marito di adottarne uno e si attivano in questa
direzione. Avuta l’idoneità all’adozione, lei rimane incinta e poco
dopo arriva la notizia che la loro famiglia è stata scelta per una
bambina di 8 anni. Anche se ora aspettano un figlio biologico,
decidono di prendere ugualmente questa figlia adottiva. Così Vanessa
entra in questa casa e due mesi dopo il suo arrivo nasce Elisa.
Vanessa viene da un altro paese: dato che lo stato di gravidanza
avanzata impedisce a Giovanna di affrontare il viaggio, vanno a
prenderla Mario e sua cognata, la sorella della moglie.
Il
pensiero che li ha guidati nel confermare la loro disponibilità ad
accogliere in casa una figlia adottiva, nonostante ora stessero
aspettando la nascita di una figlia naturale, a livello di
consapevolezza, è stata l’intenzione di “non dare una delusione alla
bambina che già sapeva di una famiglia che in Italia la stava
attendendo”. Solo successivamente, durante il processo terapeutico,
entreranno in contatto con un disegno più profondo che li stava
guidando nelle loro scelte: colmare il vuoto che la morte di
Valentina aveva creato; ma allora sentivano che quella era una buona
decisione, non solo per Vanessa, ma anche per tutta la loro
famiglia.
Quando
vengono in terapia, spinti dalla preoccupazione per il comportamento
di Elisa, ora quindicenne, in questa casa sono già successe tante
cose che hanno appesantito ulteriormente la loro storia. Mario, il
padre, nei suoi 56 anni è in uno stato di salute assai precario:
operato per un meningioma, gli è stata asportata la teca cranica;
questo stato, aggravato da due infarti sopraggiunti successivamente,
gli impedisce di svolgere qualsiasi attività che possa richiedergli
un minimo di sforzo fisico (portare in casa dall’auto le bottiglie
d’acqua minerale, per es., per lui è impossibile), ha frequenti mal
di testa accompagnati da altri disturbi, ma soprattutto vive – e
vivono – nell’attesa che possa “capitare da un momento all’altro
qualcosa di peggio”. Vanessa, ora 22enne, non vive più in famiglia e
non per una scelta evolutiva, ma “perché - dice la mamma - l’ho
buttata fuori di casa [dal momento che] ne ha combinate così
tante…”.
Il
procedere della terapia ci aiuta a cogliere le crisi e gli
aggiustamenti che la famiglia mette in atto di fronte alla
sofferenza che rischia, ogni volta, di travolgerli. Tante sono le
fonti di dolore, ma l’esperienza che più di ogni altra li ha segnati
è la morte della loro bambina: è come se fossero fermi lì, e tutto
ciò che è successo dopo non solo non ha portato alcun sollievo, ma
viene vissuto nel cono d’ombra che la morte di Valentina ancora
genera.
Per
Giovanna, soprattutto, quel momento è un ‘buco nero’ che tutto
attira e tutto travolge. Più libero di muoversi sembra il marito: le
esperienze di dolore che lo hanno attraversato, passando per il suo
corpo, gli hanno permesso di muovere gli occhi e di far entrare nel
suo campo visivo i cambiamenti e le novità che hanno scritto l’altro
pezzo di storia della sua famiglia e della sua vita, quella storia
che, invece, per questa donna si è fermata a 15 anni fa. Due figlie,
Vanessa ed Elisa, non sono state sufficienti per lei, non dico per
colmare, ma neanche per costruire un ponte, sopra questo baratro,
che potesse collegare il prima e il dopo. Prigioniera nel dolore
della sua anima, non è riuscita a far sentire alle due figlie, vive
e presenti nella sua casa, che i suoi occhi di madre le vedevano e
che i suoi orecchi le ascoltavano, al punto che per essere viste e
per sentirsi ascoltate hanno dovuto escogitare e mettere in atto
comportamenti sintomatici. La strada della devianza sociale viene
presa da Vanessa – che accumula le esperienze più diverse: uso di
sostanze, fughe da casa, ragazzi che prende e lascia l’uno dopo
l’altro -, la strada della devianza psichiatrica è quella che si
prospetta per Elisa che, a 15 anni, può rapportarsi con sé stessa e
con i suoi familiari soltanto con atteggiamenti e comportamenti
pesantemente aggressivi. E’ come se queste due figlie urlassero la
loro presenza, ma non c’è chi le può ascoltare, perché chi dovrebbe
farlo è imprigionato in una camera silente nella quale niente può
entrare, ma dalla quale, pure, niente può uscire.
Un
giorno, in una seduta, Elisa e Vanessa ‘urlano’ alla mamma che i
muri della casa sono pieni delle fotografie di Valentina – che loro
non hanno neanche conosciuta – mentre non ce n’è nemmeno una che
ritragga loro due. L’hanno detto con rabbia, ma era una rabbia
carica di dolore e di domanda. Sembrava che nessuno se ne fosse
accorto prima di allora…
E’
questo il lavoro che attraverso la terapia abbiamo cercato di
attivare con questa famiglia: le esperienze di dolore e la profonda
sofferenza che le ha accompagnate sono state rivisitate, una ad una,
nel tentativo di offrire loro un aiuto perché potessero ritrovare
anche quelle esperienze di vita che pure hanno contribuito a
scriverne la storia.
Il
lavoro per questa famiglia non è terminato, anche se il tempo
scandito dalle sedute per ora è concluso. In uno degli ultimi
incontri abbiamo costruito un rito di saluto – un funerale – nei
confronti della bambina morta: erano presenti i genitori ed Elisa.
Sostenuti e contenuti dalla presenza del terapeuta, insieme hanno
provato a dire a Valentina che lei poteva farsi la sua strada e che
loro non l’avrebbero più ‘trattenuta’ con la richiesta di essere la
loro unica ragione di vita; nello stesso tempo hanno provato ad
ascoltare che anche questa bambina, che aveva dovuto lasciare questa
dimensione della vita così presto e fuori tempo, stava dicendo loro
che in quella casa la morte era passata, sì, ma accanto ad essa
anche la vita era presente e che impiegare tutte le energie per
trattenere una bambina che aveva terminato questo ciclo della vita
non avrebbe consentito loro di percorrere la strada che, come
persone e come famiglia, avevano ora davanti.
Ci
fermiamo qui, per ora. Rincontreremo questa famiglia man mano che si
svilupperanno le nostre riflessioni. (Del tutto aperto rimane il
discorso sullo spazio di Vanessa, soprattutto per sua madre alla
quale il marito non riesce, ancora, a dare quel sostegno necessario
per riaprire la casa e il cuore per questa figlia).
La ricerca di senso: salute o malattia?
C’è un rischio di sapere mille cose[…], ma di non sapere più nulla
su chi sono io, chi sei tu, chi siamo noi
(Irigaray, 1977, p. 89)
Il dolore e la
sofferenza hanno da sempre accompagnato la vita degli uomini e dalla
presenza costante di questi inevitabili compagni nasce la domanda
sul perché di questa condizione. Da questo perché – nel suo
duplice significato di ricerca della causa da cui la
sofferenza trae origine e di ricerca dello scopo per cui essa
è presente nella vita – nasce il pensiero filosofico e il pensiero
teologico che le varie culture, nel tempo, hanno costruito.
Lo spazio e il tempo
hanno differenziato gli atteggiamenti e i pensieri di fronte a
questa esperienza, epoche storiche e geografie diverse hanno
costruito risposte e domande, in reciproca concatenazione, che sono
apparse a volte integratesi, altre volte in opposizione e in
contrasto; sempre comunque vive e forti, rapportate alla
drammaticità del problema. “L’umanità in tutta la sua storia è stata
attanagliata dall’esperienza del dolore e ad essa ha voluto dare un
senso, di essa, in qualche modo, ha tentato una giustificazione”
(Natoli, 1986, p. 78).
“Il dolore si
conosce per esperienza. Questo fatto è talmente evidente da sembrare
perfino ovvio”. Ma se ogni conoscenza è frutto dell’esperienza,
“l’esperienza del dolore inaugura una tipologia di conoscenza del
tutto irriducibile alle altre modalità di percezione del mondo.
Sotto il segno del dolore, il mondo appare trasformato nella sua
interezza” (id., p. 78).
Se possiamo cogliere
un pericolo nel momento storico culturale che oggi stiamo vivendo,
credo sia inevitabile vedere come un processo di sovraesposizione,
quasi di spettacolarizzazione, del dolore rischia di mascherare un
tentativo, inutile e doloroso perché fallimentare, di rimuoverlo
dalla dimensione del quotidiano per relegarlo a spazi e momenti ad
esso riservati come a potervelo chiudere perché non invada spazi che
non sono ‘suoi’.
In questi ultimi
tempi, avvenimenti particolari stanno richiamando la nostra
attenzione e i massmedia continuano a bombardarci con una continua e
ossessiva ripresentazione: la guerra in Iraq con i sequestri e gli
attentati che con logorante quotidiana continuità la caratterizzano;
le esecuzioni capitali in Iran, in Cina, negli USA; nuove epidemie,
dall’influenza dei polli alla SARS; gli attentati e le violenze
nella regione del medio oriente; bambini e adulti che muoiono per la
fame o per l’AIDS in Africa; omicidi in famiglia con genitori che
uccidono i figli e figli che uccidono i genitori… Fatti diversi e di
diverso significato politico – nel senso originario di ‘ciò che
attiene alla vita della pòlis’ -, ma fatti che continuano ad essere
rappresentati quasi appartenessero ad una dimensione virtuale, tanta
è la sovraesposizione mediatica che se ne sta facendo.
E’ difficile non
vedere il tentativo di esorcizzare la presenza di tanto dolore,
quando il ritmo della rappresentazione non permette l’accesso
del pensiero alla riflessione e alla domanda da cui dovrebbe
scaturire la ricerca di una risposta o, quantomeno, un tempo per il
silenzio che non sia ossessivamente invaso e sopraffatto dal
rumore.
L’onnipresenza dei
massmedia, se da una parte ha ravvicinato gli uomini, riducendo,
quasi annullando, le distanze geografiche, dall’altra sembra aver
collocato l’individuo ad anni-luce di distanza da sé stesso, dal suo
pensiero e dal contatto con la sua esperienza di vita, tanto ne ha
amplificato la lontananza. Sembra paradossale che la tecnologia che
ha avvicinato i popoli ora colloca il singolo individuo così lontano
da sé stesso. “Sappiamo più cose, ma torniamo meno a noi per
considerare il senso di tutte queste cose in un divenire umano più
compiuto” (Mancini, 1975, p. 89).
Mi chiedo se
l’essere caduti in questo tranello non sia legato alla difficoltà,
che da sempre abbiamo incontrato, ad entrare in una relazione
dialogante con questa dimensione della vita che chiamiamo dolore,
sofferenza. In realtà sembra che fin dalle origini della specie,
quando questa è arrivata alla consapevolezza e alla capacità di
riflettere sulla propria esperienza, la domanda sul perché la
sofferenza sia stata un’assidua compagna di vita si è aperta, e
ancora aspetta di trovare una risposta univoca e soddisfacente.
Attraverso i miti
prima, poi lungo un percorso evolutivo del pensiero che ha portato
alla filosofia (da cui, man mano, si sono differenziate altre
scienze, quali la teologia, la biologia, la medicina, la
psicologia…), l’umanità ha cercato una risposta alla domanda
fondamentale sul senso del dolore e, più radicalmente, sul senso
della vita, fino a chiedersi se la presenza del dolore abbia un
senso e, in ultima istanza, se la vita stessa abbia un senso. Dare
un significato alle nostre esperienze ci permette di trovarci e
ri-trovarci nella nostra individualità. Privati di questa ricerca,
ci ritroviamo, invece, in uno stato di disorientamento e di
frustrazione. Questa, del resto, appare essere la condizione
dell’uomo contemporaneo. E questo è ciò che la clinica continuamente
ci evidenzia. “Sembra infatti sempre più dimostrato che oggi la
psicoterapia si misura non tanto con la frustrazione sessuale, come
avveniva ai tempi di Freud, ma con la frustrazione esistenziale. […]
Appare con sempre maggior evidenza che il problema dell’uomo d’oggi
è incentrato sul sentimento di mancanza assoluta di senso nella
vita, un sentimento di insignificanza che frequentemente è associato
ad un sentimento di vuoto interiore” (Fizzotti, 2004, p. 97).
Scrive Galimberti:
“Prima che un campo di gioco di pulsioni impersonali, l’uomo, come
storicamente l’abbiamo conosciuto, è apertura al senso, e la sua
libertà, prima che nella piena esplicazione delle pulsioni, si
esercita nell’ampiezza di questa apertura. Se questo è vero,
decisiva non sarà la repressione che si esercita sulle pulsioni […],
ma quella che si esercita come restringimento dell’apertura al
senso” (1999, p. 694).
Luigi, un uomo di 50
anni, dice di sentirsi immerso in un vortice dal quale non vede via
d’uscita: “mi chiedo continuamente che cosa ho combinato in tutta la
mia vita; […] quando mi fermo sento il pianto che mi chiude la gola
e non trovo più senso in quello che sto facendo”. Si è sposato, ha
due figli ormai grandi, separato, ha vissuto tante storie affettive;
“nel sesso ho avuto tutto quello che potevo desiderare, tante donne
[…], mi hanno sempre cercato […]”; ha messo in piedi un’attività che
ora sta andando bene, dopo aver superato tanti momenti
economicamente difficili; ora, dopo l’ultima delusione affettiva, si
chiede che senso ha avuto la sua vita, e questa domanda non lo
lascia più, come un buco nero che tutto attrae a sé. Gli toglie il
sonno, l’appetito, il piacere di portare avanti la sua attività, di
stare con gli amici, con i figli… ‘Depressione’ direbbe il DSM,
‘crisi esistenziale da mancanza di senso’ dovremmo dire se
ascoltiamo il dolore di quest’uomo.
Ho detto prima che
questa sembra essere la nevrosi dell’uomo contemporaneo, ma, molto
probabilmente, essa ha accompagnato da sempre gli individui nel
corso della loro esistenza. Schopenhauer vedeva l’uomo oscillare
eternamente tra i due estremi della noia e del bisogno. Quando ai
bisogni primari la civiltà del benessere fornisce una risposta
soddisfacente, a prevalere è la noia, per uscire dalla quale ci
creiamo nuovi bisogni da soddisfare. Come se cercare una risposta ai
bisogni è più tollerabile che non il doversi confrontare con la
“crisi esistenziale da mancanza di senso”. Ma può l’essere umano
vivere un’esperienza senza attribuirle un significato? Che poi
questo avvenga attraverso un processo di attribuzione o un processo
di decodificazione, credo non sia poi così significativo poterlo
determinare: ciò che qui voglio sottolineare è la necessità con la
quale ci confrontiamo, quasi un imperativo categorico, di trovare un
senso alle esperienze della vita.
Dolore e sofferenza
Insegna
più la sofferenza che l’allegria, perché vedere un volto triste fa riflettere. Quando le cose vanno bene, sta’ allegro, se qualche cosa ti va male, rifletti.
(Bibbia, Qoelet, 7, 3.14)
Dolore e sofferenza
sono spesso usati come sinonimi nel linguaggio quotidiano,
soprattutto quando parliamo di quel dolore che invade l’anima ed al
quale istintivamente e con tutte le forze ci ribelliamo. La parola
dolore viene qui usata nel senso più ampio. Un’osservazione,
tuttavia, potremmo fare sull’uso corrente di queste parole se
proviamo a guardare il dolore nella sua dimensione di fisicità e la
sofferenza come esperienza interiore che nasce nel momento in cui ci
veniamo in contatto. Il dolore è un ‘dato’ e come tale in certo qual
modo misurabile e quantificabile, la sofferenza è un ‘vissuto’,
un’esperienza, e come tale rientra tra quelle categorie del pensiero
che possono essere colte soltanto attraverso il filtro della
soggettività.
Il dolore, di dolore
fisico parliamo, è oggetto di misurazione da parte delle scienze
mediche: lo stimolo che raggiunge un organo che viene tradotto dal
cervello in dolore è senz’altro misurabile e in qualche modo
confrontabile. Il concetto di soglia permette di misurare
l’intensità di uno stimolo, quindi di attivare strategie per
giungere, nelle forme possibili, ad un suo controllo perché il
limite della tollerabilità, o addirittura della percezione, non sia
oltrepassato. La percezione dello stimolo sensoriale, però, non
esaurisce la sua azione in un’alterazione della biochimica
cerebrale: essa diventa sentimento, cioè reazione emotiva
alla percezione dolorosa.
Questo sentimento,
che chiamiamo sofferenza, si presenta in una dimensione
totalmente soggettiva che esula da qualunque forma di misurazione e
di controllo. E’ un dolore dell’anima e come tale, sfuggendo alla
misurazione, non consente il confronto. E’ qui, probabilmente, che
nasce quel senso di solitudine che accompagna ogni esperienza di
sofferenza personale: ciascuno di noi sente che la sua sofferenza
non è come quella di un altro. Se da una parte la sofferenza
è una realtà che ci avvicina in quanto esperienza che appartiene ad
ogni essere umano, dall’altra la dimensione di ‘soggettività’ rende
difficile l’incontro. La morte di Valentina è assolutamente
confrontabile su un piano di fattualità, essa è la perdita di una
figlia,
ma la sofferenza che abita Giovanna è altra dalla sofferenza di
Mario: essa acquista una dimensione assolutamente soggettiva e come
tale chiede di essere colta e accolta.
“Se la lingua ha
creato il concetto del dolore interno, psichico, e ha decisamente
paragonato le sensazioni di perdita d’oggetto al dolore corporeo,
ciò non può essere privo di senso” (Freud, 1925, p. 316). Il poter
cogliere questa distinzione, dolore/sofferenza, ci permette di
ascoltare l’altro nella sua peculiarità. Possiamo dire, tuttavia,
che se si può essere vicini ad una persona nel momento del dolore,
questa vicinanza non può che essere accompagnata da un vissuto di
lontananza che diventa una sorta di ‘vicinanza/distanza di
sicurezza’ tra noi due, quasi che la natura stessa dell’esperienza
ci chieda di non con-fonderci, di non perderci, in un legame che non
è possibile costruire, forse perché non sarebbe poi possibile
sciogliere e uscire dalla [con-]fusione.
… e solitudine
“Pensi al
Getzemani, signor pastore. Tutti i discepoli si erano addormentati.
Non avevano capito nulla […]. Ed egli rimase solo. La sofferenza
dovette essere grandissima. Capire che nessuno aveva capito nulla
[…]. Ma non era ancora il peggio! Quando fu inchiodato sulla croce e
vi rimase tormentato dalle sofferenze esclamò ‘Dio mio, Dio mio,
perché mi avete abbandonato?’ […] Dovette essere quella la più
crudele delle sue sofferenze. Voglio dire il silenzio di Dio. Non è
vero, signor pastore?”. E’ il sacrestano del film Luci d’inverno
che parla. Lui, malato, in preda a terribili sofferenze fisiche,
legge la storia della passione durante le notti insonni e riflette
che l’agonia di Gesù, il dolore fisico non sono niente di fronte
all’angoscia della solitudine, dell’incomprensione,
dell’abbandono. Sentirsi soli fa più male di qualsiasi dolore
fisico: è l’esperienza dell’abbandono, che significa, ad un livello
più personale, sentirsi rifiutati “proprio nel momento in cui si ha
bisogno di qualcuno su cui poter contare”: rifiutati da tutti,
perfino da Dio.
E’ il 1962, quando
Bergman, quarantenne, costruisce questo film. Un salto indietro nel
tempo, tanto indietro da darci le vertigini, e incontriamo Giobbe.
Siamo intorno al VI sec. a.C. Duemilacinquecento anni, ma l’incontro
dell’uomo con il dolore è lo stesso. “Grido ‘violenza’, ma nessuno
mi risponde, chiedo aiuto e non c’è giustizia (Bibbia, Gb 19, 7).
Grido a te, ma non mi rispondi; sto davanti a te e non mi presti
attenzione” (id. 30, 20). Di nuovo l’uomo di fronte al silenzio di
Dio che poi diventa anche silenzio degli uomini, quindi solitudine e
angoscia. “I miei fratelli egli ha allontanato da me e i miei
conoscenti mi si sono fatti stranieri; i miei vicini sono scomparsi,
i miei intimi mi hanno dimenticato. Mi aborriscono tutti i miei
intimi e quelli che amavo si sono voltati contro di me” (id. 19,
13-14.19)
Giovanna ritiene che
nessuno possa sentire tanto male come lei che si vede respinta in
ogni sua dimensione. Nella sua famiglia d’origine, la depressione
della madre e la precaria situazione economica che costringeva il
padre a gettarsi totalmente sul lavoro giungevano a lei come un
segnale che non solo doveva cavarsela da sola perché “nessuno poteva
prendersi cura di lei”, ma suo compito era anche quello di supplire
all’assenza materna nella cura dei suoi due fratelli. Così ha
appreso che di lei non ci si può curare, che il suo dolore non può
essere accolto. Ma un dolore non accolto congela i sentimenti,
toglie ossigeno alle emozioni e l’unica via di sopravvivenza che le
rimane, di fronte all’ingratitudine della figlia adottiva, è quella
di urlare “io non sento niente per quella disgraziata: una cosa è
certa, in casa mia non ci metterà più piede”. Il dolore che non può
trasformarsi in sofferenza
produce soltanto paralisi e congelamento di pensiero ed emozione:
non può che tradursi in agito. Un dolore non trasformato, ci ricorda
Bion, può essere soltanto respinto, vomitato.
La sofferenza: espressione del processo
evolutivo
Sappiamo bene,
infatti, che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle
doglie del parto (Bibbia, Rom. 8, 22)
Che il mondo sia
inserito in un processo evolutivo è ormai un pensiero acquisito da
tutte le scienze e da tutte le filosofie. Ogni ordine in formazione
implica in qualche modo un dis-ordine ed ogni livello evolutivo si
attua ‘a spese’ del precedente.
Nel processo di
crescita di un individuo, nel ciclo vitale di una famiglia,
l’acquisizione e il raggiungimento di una nuova fase evolutiva
implica il superamento dell’equilibrio che teneva in vita la fase
precedente e, in un certo senso, possiamo dire che si realizza a
spese di questa. E’ il processo di trasformazione che
richiede il superamento dell’omeostasi e se quest’ultima
contiene in sé il concetto di equilibrio o di stasi, il suo
superamento significa dover affrontare la sofferenza della
trasformazione.
Noi sappiamo, però,
che se l’equilibrio costruito e raggiunto in una fase volesse
permanere nella sua staticità di fronte al mutare delle condizioni,
interne e/o esterne al sistema, questo comporterebbe un grave danno
al sistema stesso, un irrigidimento che ne bloccherebbe il processo
evolutivo, e il blocco del processo evolutivo non può che
significare la morte del sistema.
Con parole diverse
Edgar Morin riprende questo pensiero parlando di ‘verità’ ed
‘errore’. Dopo aver richiamato una sua precedente considerazione sul
fatto che “l’errore più grande sarebbe sottovalutare il problema
dell’errore”, egli scrive: “Osserviamo che la vita comporta
innumerevoli processi di individuazione, di repressione dell’errore
e il fatto straordinario è che la vita comporta anche processi di
utilizzazione dell’errore, non soltanto per correggere propri
errori, ma anche per favorire la comparsa della diversità e la
possibilità dell’evoluzione” (2003, p. 32).
La famiglia di Mario
e Giovanna quando arriva in terapia è bloccata nel suo processo
evolutivo. Come se la sua storia si fosse fermata a quindici anni
prima, con la morte di Valentina. L’omeostasi o la ‘verità’ di
questa famiglia si è congelata in una rigidità o ‘vecchia
ortodossia’ che non permette la crescita e l’evoluzione. Simile
sarebbe se una coppia non accettasse di ‘rompere’ l’equilibrio
costruito attraverso la convivenza, al momento in cui entra nella
sua vita un figlio: questa coppia – e il suo bambino – sarebbe
destinata alla patologia relazionale e ad una sofferenza
dell’individuo che prima o poi proverà ad uscire con il linguaggio
del sintomo.
La realtà di questo
pensiero è così forte che esso si evidenzia ormai in tutti gli
aspetti che il pensiero umano ha saputo e sa assumere nel corso
della storia: la filosofia, la scienza, la religione nelle loro
diverse manifestazioni – sarebbe, probabilmente, più corretto
parlarne al plurale: filosofie, scienze e religioni - hanno dovuto e
devono fare i conti con questo processo evolutivo. Un pensiero nuovo
nasce, quando il pensiero che l’ha preceduto ‘accetta’ di lasciargli
il campo; così come un nuovo sapere può emergere, quando lo stato
delle conoscenze precedenti ‘accetta’ la sofferenza della
trasformazione, riconosce di non essere più adeguato alla realtà
e può cedergli il passo. Lasciare il campo, essere superato, cedere
il passo non sono modi diversi per dire che ciò che precede non ha
più ragione di esistere e che la morte è la sola strada che
permette la crescita, quindi l’evoluzione, quindi la vita?
Ogni nuova
ortodossia – in campo scientifico o filosofico – si costituisce
attraverso il superamento della ‘verità’ precedente. La dinamica
ortodossia-eresia-nuova ortodossia esprime il processo evolutivo
della ricerca. Anche in natura, del resto, ogni nuova specie nasce
attraverso la trasformazione di una specie precedente: questo anche
per la specie uomo che è potuta giungere allo stato odierno solo in
quanto i gradini evolutivi precedenti hanno accettato la sofferenza
della trasformazione.
E’ un processo così
naturale che nella sua naturalezza ci disorienta, e lo fa al punto
tale che non sappiamo porci davanti ad esso se non con un pensiero
scisso in sé stesso: questo processo vale per tutto ciò che esiste
in natura, ma non per me. Proprio come per Ivan Ill’ic,
immerso nel dolore della malattia e della morte che si stava
avvicinando: “Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è
mortale – gli era per tutta la vita sembrato giusto nei riguardi di
Caio, ma nient’affatto nei suoi propri…”(Tolstoj, 1886).
L’aver raggiunto l’io sono c’impedisce di vedere che esso può
nascere solo dal fatto che altri, prima di noi, pur avendo raggiunto
la medesima consapevolezza che l’io sono sottolinea, hanno
accettato di cedere il posto a noi che siamo sopra-ggiunti.
Sotto il segno del
dolore, il mondo appare trasformato nella sua interezza.
L’esperienza del dolore “qualunque ne sia l’origine ed in qualunque
modo sia vissuta, rompe il ritmo abituale dell’esistenza, produce
quella discontinuità sufficiente per gettare una nuova luce sulle
cose ed essere insieme patimento e rivelazione. Il mondo si vede in
un modo in cui mai prima s’era visto” (Natoli, 1986, p. 8).
Anche a livello di
organismo vivente ritroviamo una medesima esperienza. “E’
sorprendente scoprire che tutte le stabilità apparentemente solide
come roccia che stanno dietro alla singola mente e al singolo sé
sono esse stesse effimere e vengono di continuo ricostruite al
livello cellulare e molecolare. […] Alla fine della nostra esistenza
siamo deteriorati e moriamo, ma è anche vero che la maggioranza
delle nostre parti si deteriora nel corso della nostra vita ed è
sostituita da altre parti deteriorabili. I cicli di morte e nascita
si ripetono molte volte durante la vita: alcune cellule del nostro
corpo sopravvivono soltanto per una settimana, la maggior parte per
non più di un anno. […] Per la maggior parte i componenti che non
vengono sostituiti, come i neuroni, vengono modificati
dall’apprendimento. […] Non c’è nessun componente che rimanga
invariato per molto tempo e le cellule e i tessuti che
costituiscono il nostro corpo oggi per la maggior parte non sono gli
stessi di quando eravamo ragazzi.” (Damasio, 1999, p. 178).
Eppure,
paradossalmente, “è proprio la costante degradazione degli elementi
molecolari e cellulari la malattia che consente all’essere
vivente di trionfare sulla macchina: essa è fonte del continuo
rinnovamento della vita: non solo il vivente si nutre del disordine,
ma la stessa organizzazione di ogni essere vivente è essenzialmente
prodotto di una perenne riorganizzazione. Quello della
complessità biologica è il nodo gordiano tra perenne distruzione
interna e autopoiesis, tra aspetto vitale e mortale […]. La
soluzione più semplice, quella offerta dalla macchina, consiste nel
ritardare l’effetto dell’entropia grazie all’elevata affidabilità
dei suoi elementi costitutivi; la soluzione complessa, predisposta
dal vivente, consiste invece nell’accentuare il disordine,
ampliarlo, per trovare in esso la possibilità di rinnovare il
proprio ordine” (Morin, 1970, p. 18).
Scienza e tecnologia: dolore e sofferenza nella società
contemporanea
Abbiamo
incontrato, sopra, il processo di spettacolarizzazione del dolore
come modello di relazione dell’uomo contemporaneo con la sofferenza.
Un altro pensiero che caratterizza la società tecnologica è la
persuasione che è possibile esercitare una qualche forma di
controllo su ogni aspetto della vita umana, proprio com’è diventato
possibile esercitare un controllo sugli strumenti che la tecnologia
ci ha messo a disposizione. Allo stesso modo in cui certi fenomeni
naturali hanno perso quegli aspetti di mistero e di fascino che
colpivano l’uomo nelle culture pretecnologiche, così pensiamo di
essere in grado di non lasciarci sorprendere da fatti ed esperienze
che ci toccano nella nostra esistenza. L’impegno nel controllare
tecnicamente la natura, nel tentativo di contenerla nel limite del
‘progetto’ umano lo trasferiamo tout court in un attivismo
che tende al controllo sull’uomo, fatto oggetto, macchina, con la
convinzione di riuscire ad esercitare anche su di esso il medesimo
controllo. “Si presenta così il grande progetto che le scienze
naturali dell’uomo, farmacologia, biologia, ostetricia ecc.,
intenderebbero attuare: quello di un trattamento dell’uomo, fin dal
livello embrionale, per renderlo programmato, ecologicamente e
statisticamente” (Mancini, 1975, p. 27).
E’
questo controllo che l’uomo contemporaneo pensa di poter esercitare
anche sul dolore. Il poterne definire la soglia, il livello di
percezione, in altre parole il poterlo ‘misurare’ si traduce
facilmente nel convincimento di poterlo ‘controllare’, di poterne
controllare, ovviamente, la presenza, la percezione e l’esperienza.
La
possibilità di intervenire nel controllo del dolore, che la medicina
ha saputo sviluppare con grande capacità ed efficienza, se da una
parte si configura come una grande conquista scientifica – strada
sulla quale è assolutamente necessario procedere per liberare
l’individuo dal dolore ‘inutile’
- , dall’altra rischia, però, di “elevare l’efficienza a principio
indipendente” a scapito della capacità dell’uomo di curare la
relazione e i sentimenti che l’accompagnano. Ma “elevare
l’efficienza a principio indipendente porta a due conseguenze
terribilmente pericolose. In primo luogo favorisce il pensare a
breve scadenza: non si guarda avanti, fino in fondo, e questo
produce un’insensibilità del sentimento, non si guarda intorno, ai
valori della vita […]. In secondo luogo i mezzi diventano fini: il
fare qualcosa diventa, cioè, la piena giustificazione del fare,
indipendentemente da ciò che si fa” (Hillman, 1995, p. 38).
Torna
alla mente l’obiezione di “quegli artificiosi facitori di parole
[che dicono]: “E’ peculiare all’uomo l’aver ricevuto cognizione
delle scienze, poiché egli, valendosi d’esse, può riparar
coll’ingegno suo alle menomazioni inflittegli dalla natura. Ma è
verosimile che la natura, dopo aver spiegato tanta attenzione pei
moscerini, per le piante e pei fiori, solo rispetto all’uomo
sonnecchiasse? […] Dunque le scienze si sono intrufolate nella vita
degli uomini insieme agli altri malanni…” (Erasmo, 1509, p. 40).
E’ una conclusione
ardita e, oggi, poco condivisibile. Un’attenzione particolare
dobbiamo, però, porre al basso livello che sembra caratterizzare
oggi il dialogo tra scienza e tecnologia. Quest’ultima ha come unico
criterio di validazione la sua capacità di fare. In questo senso
l’efficienza diventa sua legge prioritaria e la risposta del mercato
ne definisce la validità. La scienza, invece, risponde al sapere,
alla filosofia della vita, ai valori che definiscono una cultura e
da tutto ciò viene illuminata nella sua ricerca e nel suo
progredire. La filosofia ha portato alla luce categorie di fondo
sulle quali poi è cresciuta la scienza nelle sue molteplici
manifestazioni. La scienza ha bisogno della filosofia, di esserne
illuminata per non travalicare i confini che le sono propri e per
conservare la coerenza nei suoi obiettivi. Per sintetizzare questo
pensiero potremmo dire: la scienza sa, mentre la
tecnologia fa. E’ chiaro che una tecnologia che non sia guidata
dalla scienza cade nell’autoreferenzialità e come tale sfugge a
qualsiasi dialogo e ‘controllo’.
Credo
sia legittimo chiederci se non sia stato questo iato tra tecnologia
e scienza, se non addirittura una sorta di subordinazione di questa
a quella, ad attivare quel processo che ha portato a guardare il
corpo, luogo e soggetto di identità,
esclusivamente come un organismo, un insieme, cioè, di organi
e apparati che in nulla si distingue dagli altri organismi, se non
per un differente livello di complessità. Al punto che lo
specialista, oggi, rischia di porsi più di fronte al sintomo (nel
nostro caso al sintomo-dolore) che non di fronte ad una
persona-che-soffre, entrando così totalmente in quel principio di
efficienza a scapito della capacità di relazione di cui parla
Hillmann. Utile, a questo punto, richiamare una considerazione che
Galimberti fa, riflettendo sul gesto come risposta al mondo
che lo circonda. “Qui la scienza è vittima del suo metodo, perché,
considerando il corpo nel suo isolamento e nell’esteriorità
reciproca delle parti che lo compongono e dei processi che lo
mobilitano, ignora l’intenzione che fa di ogni gesto una
risposta ad una particolare situazione del mondo, per risolvere la
gestualità in quella serie di risposte meccaniche offerte da un
sistema nervoso sottoposto a stimolazioni esterne” (Galimberti,
1999, p. 98).
Eppure
il pensiero scientifico moderno ci fa cogliere come il corpo non sia
solo una realtà biologica: esso è la totalità dell’esperienza di sé
dell’umano. E’ con il corpo che attivo il contatto con l’altro ed è
attraverso il suo corpo che mi perviene la risposta nella relazione.
Il corpo della medicina odierna ha perduto la sua natura di
organismo pensante/senziente per trovarsi frazionato e sezionato in
un serie infinita di parti sempre più piccole e sempre più
impoverite perché private di quell’insieme che chiamiamo ‘vita’ e
che fa la differenza tra il dato (il prodotto) della natura –
l’essere vivente – e il dato (il prodotto) del laboratorio.
“Io
credo – scrive Damasio – che la neurobiologia e la medicina
dovrebbero orientarsi in modo deciso ad alleviare la sofferenza
[cioè il sentimento che deriva dall’avvertire la reazione emotiva (=
sofferenza) alla percezione di una certa classe di segnali
sensoriali (= dolore)]” (1999, p. 360) anche quella sofferenza che
deriva da situazioni personali e sociali che nulla hanno a che
vedere con un dolore fisico-sensoriale. Il rischio per le scienze
mediche è quello di adottare un atteggiamento di ‘soppressione’
verso qualunque forma di disagio. “I paladini di questa tendenza
possono valersi di un’osservazione seducente: se un aumento del
livello di serotonina, per esempio, può non solo curare la
depressione, ma anche ridurre l’aggressività, rendere il soggetto
meno timido, dargli maggiore fiducia, perché non sfruttare tale
opportunità? Chi, se non un guastafeste bigotto, potrebbe negare ad
un altro essere umano i benefici di tali farmaci miracolosi?” (id.,
p. 360).
Ci
ritroviamo di nuovo di fronte alla seduzione della tecnologia (che
in questo caso si chiama ‘farmacologia’) che sa misurare la sua
validità esclusivamente sulla base dell’efficienza, incapace com’è
di riflessione e di pensiero. Eppure sappiamo bene che “la mente è
uno degli strumenti più sofisticati di cui disponiamo, ma non lo
prendiamo in considerazione e, con un atteggiamento tipico dei tempi
‘moderni’, facciamo fare alla chimica quel che potremmo, almeno in
parte, far fare alla mente” (Terzani, 2004, p. 101). Se siamo
depressi, stanchi, nervosi, irritati, scontenti, delusi, troppo
grassi o troppo magri e il nostro corpo non ci piace, corriamo alla
ricerca della pillola giusta che ci risolva il problema. Ma “se la
soluzione proposta per la sofferenze individuale e sociale aggira le
cause del conflitto individuale e sociale, non è verosimile che
possa funzionare per molto tempo. Potrà curare un sintomo, ma
lascerà intatte le radici del malessere” (Damasio, 1999, p. 360).
E’ questo un tema
cruciale nel dibattito che anima l’incontro tra psicoterapia e
psicofarmacologia. Sappiamo bene, infatti, che “Ogni terapia mira
alla salute. La salute è però una norma storicamente mutevole e
socialmente condizionata. Se nell’attuale società per salute si
dovesse intendere ‘capacità di lavorare e capacità di consumare’,
come poteva dire anche Freud, e se questo concetto risultasse
dominante anche per la psicoterapia, [… dovremmo] porre in questione
anche l’idolatria che in tale concetto di produzione e di consumo
viene ad imporsi ed evolvere un altro tipo di umanità. La
sofferenza che si prova di fronte ad una società superficiale ed
attivistica, apatica e quindi disumana, può essere un sintomo di
salute psichica” (Moltmann, 1972, p. 358).
Tra miti e storia: da Pandora a Gesù di Nazareth
Se vuoi veramente vedere il male,
non essere cieco: guardalo alla luce del bene
(Tagore, p. 58)
Pandora
è la prima donna creata dagli dèi per ordine di Zeus, quando questi
vuole punire gli uomini ai quali Prometeo, da dio amico, aveva dato
il fuoco divino. Ciascuno degli dèi collaborò nel darle vita: Efesto
la fece dal fango, Atena vi soffiò la vita e la rivestì, Afrodite le
diede la bellezza perché gli uomini se ne innamorassero ed Ermete le
insegnò l’astuzia e l’inganno. Per completare la sua vendetta Zeus
la inviò ad Epimeteo, fratello di Prometeo, che la prese in sposa.
La sua dote era uno scrigno sigillato in cui gli dèi avevano posto
tutti i mali che avrebbero afflitto l’umanità, insieme all’unico
spirito positivo, la Speranza, che era stata posta sul fondo.
Appena sulla terra, Pandora, curiosa di vedere i doni che aveva
ricevuto in dote, aprì lo scrigno, e tutti i mali, i dolori, le
malattie, le discordie, le sofferenze, si riversarono sugli uomini;
velocemente cercò di chiuderlo, ma era tardi, così soltanto la
Speranza, che era sul fondo, ne restò imprigionata. Allo spirito
della Speranza non restò che gridare per essere liberato e poter,
così, alleviare i dolori che avevano attaccato gli uomini che fino
ad allora erano vissuti in un’esistenza libera da preoccupazioni e
dalla sofferenza.
Così
nel mito greco, come tramandato da Esiodo, ci viene detta da una
parte l’origine dei mali e del dolore nella vita dell’umanità,
dall’altra il permanere della speranza nel cuore degli uomini, che
li sostiene tra le difficoltà del vivere.
I miti,
le filosofie, le religioni si sono poste da sempre il problema del
male nel mondo e del dolore che accompagna la vita degli esseri
umani e di ogni altro vivente.
La
storia di Siddharta, il
Buddha, assume valore emblematico e simbolico nella sua
significatività. Il giovane principe cresce in un mondo in cui non
deve comparire alcuna forma di dolore in modo che egli sia libero
dall’esperienza della sofferenza. Uscito dall’ambiente protetto in
cui il padre lo faceva crescere, la prima cosa che lo colpisce è la
presenza del dolore nella vita degli uomini. Dalla domanda sul
perché esiste il dolore e su quale sia la strada da percorrere per
liberarsene nascerà la ricerca che lo condurrà all’Illuminazione.
Nel pensiero buddista e induista il dolore trae origine dal karma:
esso è la legge che regola azione e reazione, causa ed effetto,
semina e raccolto. “La comprensione della legge del karma, intesa
quale legge di giustizia, serve a liberare la mente umana dal
risentimento verso Dio e gli uomini” (Yogananda, 1996, p. 459).
Come si
pone il Cristianesimo
di fronte al problema della sofferenza nel mondo? Credo sia
opportuno guardare a questa domanda con una certa attenzione, e ciò
sostanzialmente per due ragioni. La prima: il fatto che su di esso,
‘nel bene e nel male’ – nel suo nucleo originario, cioè, e nelle
sovrastrutture che nel tempo si sono sovrapposte, offuscandolo a
volte, quando non addirittura stravolgendolo – trova fondamento la
nostra cultura occidentale. La seconda ragione nasce dal fatto che,
a mio parere, esso s’inserisce nella storia della ricerca di
senso di fronte all’esperienza del dolore, come un pensiero
rivoluzionario.
La
Bibbia considera la sofferenza un male che non dovrebbe esistere e
che invece colpisce l’uomo in ogni tempo e condizione di vita e, nel
chiedersi il perché di questa situazione, perviene al convincimento
che all’origine di tanta calamità non può che esserci una
responsabilità (colpa?). Adamo è il prototipo dell’uomo e come tale
rappresenta l’umanità nella sua relazione con Dio: ciò fa sì che le
sue scelte diventano scelte dell’umanità intera.
La relazione colpa-punizione è una relazione conosciuta in tutte le
culture e la cultura ebraica – successivamente quella cristiana –
non ne è esente. L’uomo diviene così responsabile del suo male.
E’ in
questo contesto che si inserisce la rivoluzione del cristianesimo.
Dio – pensato e colto nella sua lontananza/vicinanza con l’uomo – in
Gesù di Nazareth entra nella storia come uomo-dio tra gli uomini.
Entrando nella storia egli vive la medesima esperienza di ogni altro
uomo, compreso l’incontro con il dolore e la sofferenza. Il
dio-uomo, Gesù di Nazareth, entrando nell’universo degli uomini e
divenendo uno di loro, assume il dolore e la sofferenza sulle sue
spalle. Né sarebbe potuto essere diversamente: che condivisione
sarebbe stata da parte di Dio se egli non avesse vissuto, come tutti
gli umani, questa dimensione della vita tanto dolorosa e altrettanto
onnipresente?
Se
ripercorriamo attentamente la storia dell’uomo di Nazareth, vediamo
che in lui non c’è nessun compiacimento nell’incontro con il dolore,
tutt’altro. Egli ha sempre offerto la guarigione a coloro che
incontrava sulla sua strada. Messo di fronte alla sofferenza e alla
morte, nella sua vita, non può evitare di incontrarla, ma è chiaro
che, se potesse, ne farebbe molto volentieri a meno. Gesù non è
l’eroe della tragedia greca il cui eroismo si realizza proprio nella
lotta titanica, ma disperata, contro il dolore e che deve resistere
fino al suo annientamento. Egli piuttosto patisce la morte: non
vorrebbe morire, tuttavia si vede costretto a subire un atto
d’ingiustizia e non può evitarla.
Il
fatto, però, che lo stesso Dio, entrato nella storia dell’uomo, non
è esente dall’esperienza del dolore, sta a significare come questa
sia una condizione irrinunciabile per l’evoluzione della storia. Il
dolore, la sofferenza – in un parola che le riassume, il male – sono
indicatori di un livello evolutivo ancora incompleto che
comunque tende al compimento di sé, quindi al superamento
della condizione di male per giungere alla pienezza del bene, unica
dimensione possibile dell’essere. Omne ens in quantum ens est
bonum
di Tommaso d’Aquino e “L’essere è, il non essere non è”
di Parmenide, sono due modi diversi per esprimere un pensiero con il
quale non possiamo non misurarci nel momento in cui facciamo
esperienza del male, inteso appunto come condizione di lontananza
dal bene – che è la pienezza dell’essere.
Ci
troviamo, ancora, di fronte all’eterno problema del rapporto tra il
bene e il male. Due pensieri, sostanzialmente, ha prodotto la
riflessione su questo tema. Nell’uno l’ipotesi di fondo vede due
principi, assoluti e indipendenti, che si contendono il mondo e
l’uomo: da una parte il principio del bene, dall’altra il principio
del male.
L’altro pensiero, fatto proprio e sviluppato dalla
filosofia-teologia cristiana sostiene che “questo nome - il male -
non indica altro che la privazione del bene”
pertanto “tutte le cose sono buone e il male non è sostanza, perché
se fosse sostanza, sarebbe bene”.
Più tardi, l’aristotelico Tommaso d’Aquino scrive “Non può essere,
perciò, che male significhi un qualche essere o una qualche forma o
natura: rimane che significhi soltanto l’assenza del bene”.
La
presenza del dolore appare, in questo contesto, come presenza
indicatrice di un processo evolutivo, non ancora concluso,
che il mondo - quindi anche l’uomo - vive verso la pienezza di sé.
La condizione attuale della natura umana - di tutta la natura per la
verità - viene definita come movimento verso la pienezza della vita.
Con un’immagine nello stesso tempo forte ed esplicativa di come il
cristianesimo vede lo stato attuale del mondo, Paolo di Tarso scrive
nella lettera ai cristiani di Roma “tutta la creazione geme e soffre
fino ad oggi per le doglie del parto”.
Come il dolore del travaglio acquista un senso alla luce del parto,
quindi della nascita di un nuova vita, così la presenza del dolore
nel mondo e nella vita dei singoli uomini acquista senso alla luce
dell’attesa della “redenzione del nostro corpo”: lo stato di
pienezza della vita verso la quale tutta la natura tende nel
procedere della storia.
Ancora
una riflessione. Abbiamo parlato sopra del senso di solitudine che
accompagna l’esperienza del dolore. Questa solitudine, per il
credente, anzi, soprattutto per il credente - in ogni religione -
diventa solitudine estrema, quando, accanto all’abbandono che egli
sperimenta da parte dei suoi simili, sopraggiunge la solitudine e
l’angoscia dell’abbandono da parte di Dio. E’ in questo abbandono
che il sacrestano di Luci d’inverno vedeva il massimo del
dolore. “Facendosi uomo in Gesù di Nazareth, Dio non si immerge
soltanto nella finitezza dell’uomo, ma anche, con la morte in croce,
nella situazione di abbandono da Dio che l’uomo sperimenta”
(Moltmann, 1972, p. 324).
Ma la
croce, nella storia del dio-uomo, diviene la strada per raggiungere
la resurrezione. Croce e resurrezione si illuminano e si completano
a vicenda: la realtà del crocifisso e la realtà del risorto sono in
una relazione di reciproca interdipendenza. “Una croce senza
resurrezione significherebbe fallimento […] e una resurrezione senza
croce significherebbe solo miracolo […] Ogni storia umana, per
quanto contrassegnata dalla colpa e dalla morte, è superata in
questa ‘storia di Dio’” (id, p. 288)
La
rivoluzione del pensiero cristiano è proprio nel fatto che il Dio di
Gesù di Nazareth è anniluce lontano dal Dio dei filosofi.
“Il teismo dice che Dio non può patire, non può morire, e questo lo
afferma per dare un valido riparo all’essere che patisce e muore. La
fede cristiana, invece, sostiene che Dio soffrì nella
passione di Gesù, Dio morì sulla croce di Cristo, e questo
affinché noi vivessimo e risorgessimo nel suo futuro” (id., p. 251).
Se
riprendiamo ora la riflessione sulla figura di Adàm come ‘prototipo’
dell’umanità, quindi anche come ‘rappresentante’ dell’intera
creazione, in quanto ‘non nato di donna’, possiamo comprendere il
senso che dà il cristianesimo alla figura di Gesù di Nazareth:
soltanto un altro Adàm, ‘non nato di donna’ perché uomo e Dio
contemporaneamente, avrebbe potuto cambiare la scelta originaria,
quindi avviare quel processo di ‘liberazione’ dell’umanità e
dell’intero creato. La rivoluzione del pensiero cristiano rispetto
al problema del dolore è tutta qui. Dio, facendosi uomo, a) prende
su di sé il dolore e la sofferenza degli uomini, dicendo, in questo
modo che queste sono dimensioni naturali di un processo evolutivo
dell’intero creato non ancora giunto alla pienezza di sé; b)
prendendo su di sé dolore e sofferenza, li porta al loro
superamento attraverso il passaggio dalla croce alla
resurrezione.
Il terapeuta e il dolore che cura
Scrivere è bene, pensare è meglio. L’intelligenza è bene, la
pazienza è meglio (Hesse, 1922, p. 114)
Dove
sta il pensiero del terapeuta rispetto alla sofferenza che
accompagna l’incontro con l’esperienza del dolore?
Diventa
necessità per il terapeuta collocarsi in una posizione dove la
domanda sul senso possa restare aperta e non tentare la fuga nella
chiusura del non-senso o in una risposta che congeli la ricerca,
memore che “Una domanda possiede una forza che la risposta non
contiene più” (Wiesel, 1958, p. 12).
Nell’incontro con la famiglia di Giovanna e Mario il terapeuta mette
in gioco il suo pensiero sul ciclo della vita e della morte per
aiutare la famiglia a ritrovare il proprio, così da poterne ricavare
un’indicazione sulla strada da percorrere. In questa ricerca Mario
si permette di uscire un po’ più di quanto non riesca a fare sua
moglie. Il dolore che ha visitato il suo corpo – il meningioma
prima, gli infarti poi – si è potuto trasformare in sofferenza
(sub-ferre: stare sotto il peso e portarlo) che, come tale, diviene
energia da mettere in campo per aprire al dolore degli altri: delle
due figlie e di Giovanna che, invece, rischia di rimanere congelata
nel suo. Un giorno racconta un sogno: è a letto e sta dormendo, ad
un certo punto si sente chiamare dalla strada; scende dal letto e
trova, in mezzo alla strada, la figlia Vanessa, ferita, che gli
chiede aiuto. Non ricorda altro.
In
Mario la dimensione paterna ritrova respiro: non è soltanto il padre
di una bambina morta 15 anni fa, ma anche il padre di altre due
figlie, una delle quali, Vanessa, ha profondamente deluso le sue
aspettative, ma che, tuttavia, rimane sua figlia. Attraverso Mario
si può arrivare a Giovanna nel tentativo di ri-attivare in lei la
madre di queste due nuove figlie che sono entrate nella sua vita.
Nell’ultima seduta arriviamo con la famiglia a fare il funerale di
Valentina. E’ Mario che prende sua moglie vicino a sé, mentre
insieme accendono una candela a rappresentare l’anima di quella
bambina che i suoi genitori non riescono a lasciar andare per
la sua strada. Se è difficile trovare un senso a quanto era
successo, diventa assolutamente necessario ritrovare il permesso di
procedere per la propria strada se non si vuole restare prigionieri
di un dolore cieco e indicibile. Dall’espressione della sofferenza
nasce la possibilità di una rinascita. Quando la sofferenza può
tradursi in parola, detta con sé e condivisa con un altro,
inizia/riprende il cammino verso la vita.
Irene,
30 anni, ha dovuto decidere per un’interruzione di gravidanza. Si
era ritrovata incinta in un situazione assai confusa e difficile da
dipanare. Qualche mese prima aveva perso Marco, il suo grande amore,
trovato morto, una mattina, per un’overdose. Ora era dentro una
nuova relazione, ma con Luigi non c’è affetto né vicinanza: solo la
cocaina sembra unirli e il bisogno della trasgressione… Da sola
affronta tutto l’iter dell’interruzione con una forza che nasce da
un dolore estremo, pieno di disperazione e sensi di colpa.
L’interruzione di gravidanza le dà la forza per uscire completamente
dal giro: chiude con Luigi e non frequenta più quello che era stato
fino a pochi giorni prima il suo ambiente e il luogo dove trovare un
po’ di amicizia, sia pure vacua e sterile. Un nuovo grande peso,
però, la opprime: interrompere una gravidanza per lei è fonte di
nuovi sensi di colpa che si sovrappongono a quelli che già la
opprimevano. L’incontro con questa giovane donna fa nascere in me un
pensiero che mi permetto di mettere in campo nel tempo-spazio
terapeutico (= della cura). Le dico, mentre mi rendo conto che lo
sto dicendo a me stesso, che pure faccio fatica ad accettare un
aborto, che io credo che quel ‘bambino’ è venuto ed è entrato in lei
per prenderla per mano e farla uscire dalla strada della droga e
della distruzione di sé, dentro la quale si stava perdendo. In una
dimensione più religiosa – dimensione questa presente nella sua vita
e nella mia – quel ‘bambino’ è come la concretizzazione di un
pensiero d’amore che Dio ha fatto verso di lei per richiamare questa
‘figlia’ con la voce forte di una presenza dentro il suo
corpo-anima. Ora che questo scopo era stato raggiunto, questo
‘bambino’ se n’era potuto andare e lei poteva continuare sulla
strada della vita che aveva ritrovato. Ancora una volta dalla
‘morte’ nasce una vita.
Questo
pensiero diventa un’àncora di conforto per Irene che inizia, in
questo modo, il cammino di riconciliazione con il suo passato.
Cammino difficile e lungo, ma necessario perché possa vivere nel
presente la sua libertà di giovane donna nella costruzione del suo
progetto di vita. “Il dolore appartiene al genere delle esperienze
cruciali, poiché esso sottopone gli uomini ad una tensione che,
quando non produce distruzione, accresce certamente la percezione”
(Natoli, 1986, p. 8).
Non so
dare altre indicazioni. So che le persone che incontro nel mio
lavoro e che con coraggio mi portano il loro dolore, mi sono di
grande aiuto per tenere aperta, dentro di me, la domanda sul senso
della sua presenza. E nei momenti in cui lui bussa alla porta della
mia esperienza sento risuonare dentro di me le parole di uno degli
amici che erano andati a trovare Giobbe dopo aver sentito delle
disgrazie che gli stavano piombando addosso. Elifaz, rivolgendosi
all’amico che, nella disgrazia, maledice il giorno della sua
nascita, gli dice:
“Ecco, tu hai istruito molti
e mani fiacche hai rafforzato,
le tue parole risollevavano il vacillante
e rinforzavi le ginocchia piegate.
Ora questo capita a te e ti abbatti?
Questo ti colpisce e ne sei terrificato?” (Bibbia, Gb 4, 3-5)
Cercando una conclusione
Non ho niente da
dire che non sia stato detto prima di me e non sono un abile
scrittore. Non pretendo di essere utile agli altri: è per formare il
mio spirito che compongo quest’opera (Shantideva)
Nello scrivere queste pagine spesso
ho preso in prestito le parole e i pensieri che altri, vissuti prima
di noi o nostri contemporanei, hanno usato per dirci della
sofferenza che ha accompagnato l’incontro con il dolore della vita.
Come se fosse difficile dare parola alla propria esperienza.
In realtà dobbiamo dirci che poco
sappiamo del dialogo che ciascuno di noi può avviare con questa
dimensione della vita se non quando esso comincia ad apparire e a
prendere forma. Il mio dialogo è totalmente personale come personale
è l’incontro con il dolore. Dicevo sopra che il dolore dell’anima
non è misurabile né confrontabile, forse dobbiamo riconoscere che
esso non è neanche del tutto comunicabile. Chi ci è vicino può
provare ad ascoltare le nostre parole, può coglierne il senso, parte
del senso - ma già queste sono la traduzione che siamo stati in
grado di fare del nostro stato d’animo, di come e dove, cioè, sta la
nostra anima nell’incontro con il dolore - , ma non potrà mai
cogliere fino in fondo il colore e l’intensità che questo incontro
assume per me.
Il condividere la stessa esperienza,
tuttavia, ci permette di sentire che tentare di costruire una
vicinanza diventa una sfida sulla quale muoverci in nome della
solidarietà e dell’appartenenza al medesimo universo. Questa, del
resto, non è anche la sfida su cui poggia la relazione
psicoterapeutica?
Vorrei concludere, ora, con tre
pensieri che, ancora una volta, non sono miei, me nei quali sento di
ritrovarmi.
Il primo, che
permette di ridare una dimensione più sana alla tecnologia, quando
pretende di porsi come nuova ‘religione’ per la civiltà
contemporanea. “Vorremmo sperare che dolore e malvagità siano, per
la Vita, condizioni transitorie che la Scienza e la Civiltà
riusciranno un giorno a debellare… Bisogna essere più realisti ed
avere il coraggio di guardare l’esistenza in faccia. Più l’Umanità
si affina e si complica, più le possibilità di disordine si
moltiplicano e più si accentua la loro gravità, infatti non si
ergono le montagne senza che si scavino gli abissi ed ogni energia
rappresenta una potenza [che può essere usata] sia per il bene che
per il male. Tutto ciò che è in divenire soffre” (Theilard de
Chardin, 1974, p. 18).
Il
secondo, che ci mette in guardia dal rischio di ricorrere alla
frammentazione, nel processo del pensare e del conoscere. “Il
pensiero complesso sa che esistono due tipi di ignoranza: quella
dell’uomo che non sa, ma che vuole apprendere, e l’ignoranza (più
pericolosa) di colui che crede che la conoscenza sia un processo
lineare, cumulativo, che procede facendo luce laddove prima regnava
l’oscurità, ignorando che l’effetto di qualsiasi luce è anche di
produrre ombre” (Morin, 2003, p. 66).
Il
terzo, infine, come un invito a non stancarci nella ricerca.
“Nessuno, mentre è giovane, tardi a filosofare, né, mentre è
vecchio, si stanchi di filosofare; infatti, per acquisire la salute
dell’animo, nessuno è immaturo o troppo maturo. E chi dice che non è
ancora venuta l’età del filosofare, o che è già passata, è come se
dicesse che non è ancor giunta l’ora di essere felici, o che è già
passata”.
“E allora – domandò – quali dici che sono i veri filosofi?”. E io,
in risposta: “Quelli che amano contemplare la verità” (Platone,
Repubblica, p. 1208).
Ma
filosofare è parola impegnativa e difficile, altrettanto quanto
lo è la parola verità. Certo, da Platone al nichilismo del XX
secolo ne è passato di tempo, ma le grandi domande che accompagnano
gli uomini rimangono le stesse e chiedono di restare aperte. Proprio
perché “una domanda possiede una forza che la risposta non contiene
più”.
Nei momenti in cui
il buio rischia di farmi perdere di vista la domanda, sento che
questa può ancora essere ripresa e ascoltata: siano momenti in cui
altri mi chiedono di condividere la loro sofferenza e di fare un po’
di luce nel buio pesto nel quale sentono di trovarsi; o anche
momenti in cui è il mio incontro con il dolore a rattristarmi e a
riportarmi nell’oscurità. Quando ritrovo dentro di me l’energia
necessaria per sentirmi all’interno del processo evolutivo
cui partecipa l’intero universo che “geme e soffre per le doglie del
parto”, sento che questo ‘sentirmi parte’ si tramuta in conforto.
C’era una volta
un’onda piccolina…
“Oh, quanto soffro – diceva ad un’altra onda –
le altre onde sono così grandi e io sono così piccina. Alcune sono
tanto ricche e io sono così misera”
“Pensi di soffrire perché non hai visto
chiaramente il tuo volto originario”
“Non sono un’onda? E cosa sono?”
“L’onda è solo la tua forma temporanea. In
realtà sei acqua”
“Acqua?”
“Quando ti renderai conto che la tua natura
fondamentale è l’acqua, non penserai erroneamente di essere un’onda
e la tua sofferenza sparirà”
“Oh, capisco! Io sono te e tu sei me. Siamo
entrambe parte di un sé più vasto…”
Dice il saggio: “Gli uomini pensano
erroneamente di appartenere solo a sé stessi. Quindi si
paragonano agli altri e pensano di soffrire. In effetti però
ogni persona è parte della natura…” (Chung, 1994, p. 27)
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divine romance, Self-realization Fellowship. Tr. it. Il divino
romanzo, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1996
Dalla
Bibbia, Rom. 8, 22.
Un ringraziamento particolare a
Gabriella Guidi, direttrice della didattica dell’Istituto di
Terapia Familiare di Ancona, per il suo contributo
all’approfondimento e al confronto su questi pensieri.
Da una storia indiana. Citato da
Terzani 2004.
Il processo terapeutico è seguito in
coterapia con la dr.ssa Guidi. I nomi delle persone ed
alcuni particolari non significativi per il presente lavoro
sono, naturalmente, cambiati.
Cfr. Bion W.R.,
Learning from Experience, Tr. it. Apprendere
dall’esperienza, Armando, Roma, 1972
“Il lutto subentra sotto l’influsso
dell’esame di realtà, il quale esige categoricamente che ci
si debba distaccare dall’oggetto, dato che esso non esiste
più” (Freud, 1925, p.317).
Soffrire, etim. dal latino
sub-ferre, da cui l’italiano so[tto]-portare.
Scrive Freud: “La proposizione ‘Tutti
gli uomini sono mortali’ fa infatti bella mostra di sé nei
trattati di logica come modello di asserzione universale, ma
nessuno la considera tale e ora come in passato è estranea
al nostro inconscio l’idea della nostra stessa mortalità”
(Freud, 1919, p. 103)
Si veda tutta la problematica relativa
alla ricerca sulle cosiddette cure palliative che, pur non
curando la malattia, intervengono proprio sulla percezione
del dolore che appare, in questo contesto, del tutto ‘inutile’,
non svolgendo più quella funzione di allarme così preziosa
per la sopravvivenza di un organismo.
Freud
parlava di io corporeo (1922, p. 488-490); per Sartre
il corpo è “l’oggetto psichico per eccellenza, il solo
oggetto psichico” (1943, p. 429).
Il nome Pandora significa “tutti i
doni”: Πάν (pàn) = tutto + δώρον (dòron) = dono.
La parola deriva dal sanscrito
kri
che significa “fare”. Sta ad indicare il “compito” che ogni
essere vivente ha da svolgere in un ciclo di vita, compito
che è collegato alle azioni compiute nelle sue incarnazioni
precedenti.
L’ebraico
אדם (‘adàm) – da cui il nome italianizzato Adamo –
significa “terra, suolo” e nello stesso tempo “uomo”.
Prototipo (dal greco πρωτος (pròtos) “primo” + τύπος (typos)
“impronta, segno”) dell’uomo significa che Adàm non è il
primo uomo in senso cronologico, ma il pròtos in senso
simbolico come il rappresentante dell’umanità: Adàm,
infatti, non nasce da donna (= da altro vivente della sua
specie) - come tutti gli uomini, quindi, inserito in una
successione cronologica -, ma è l’uomo che esce
direttamente dalle mani di Dio, pertanto la sua scelta è la
scelta dell’umanità. Volendo andare oltre, nel coglierne il
valore simbolico, possiamo vedere come egli non rappresenta
solo l’umanità, ma proprio in quanto adàm, cioè
terra, in lui troviamo il rappresentante dell’universo:
l’umanità in adàm è il punto-culmine raggiunto dall’universo
nel suo gradino evolutivo più alto, quello della consapevolezza di sé.
“Tutto ciò che esiste, per il solo
fatto che esiste, ha in sé la radice del bene” (Tommaso
d’Aquino, Summa Theologiae, sec. XIII d.C.)
“Questo discorso è uno dei discorsi
che devono essere messi nei tabernacoli della filosofia” E.
Severino in un’intervista alla Rai del 15 marzo 1988 su
Parmenide e la filosofia greca.
Il manicheismo – sintesi ed
evoluzione della religione di Zaratustra, elaborata da Mani
nel III sec. d. C. - dà una sintesi chiara ed esauriente: il
mondo è il risultato della lotta tra il principio del bene,
o della luce, e il principio del male, o delle tenebre.
S. Agostino, De civitate Dei, XI, 22
(IV sec. d.C.)
Id., Le confessioni, VII, 12
Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae,
I, q. 48 a. 1
La lettera ai cristiani di Roma è
collocabile, storicamente, intorno all’anno 56-57 d.C.
durante il soggiorno dell’autore a Corinto.
La distanza si coglie anche nel
confronto con l’immagine di Dio che troviamo in altre
religioni: ma questo è un tema che non può essere enunciato
senza il dovuto approfondimento. Soprattutto per le
implicazioni che potrebbe avere in questo particolare
momento storico, dove i conflitti tra culture vengono spesso
con-fusi con tematiche religiose.
Shantideva è un autore indiano
vissuto nell’VIII-IX sec d.C. La sua opera dal titolo
sanscrito Bodhicaryavatara (Il Cammino del Risveglio)
è uno dei testi ispiratori della letteratura poetica
religiosa buddista indiana. La citazione è presa da Dalai
Lama, 1992, p. 34.
Epicuro, Epistola a Meneceo. Citato
da G. Reale (2004, p. 122).
A completamento del mio pensiero,
devo dire che, la dimensione di cristiano fa sì che il
conforto diventi maggiore, quando posso sentire in questo
processo la presenza di Dio che, in Gesù di Nazareth, si è
messo a fianco degli uomini, vivendo la stessa esperienza di
incontro con il dolore. Come in una sorta di ‘relazione
terapeutica’ dove il terapeuta si pone a fianco del
paziente, perché questi possa sentirlo vicino e sentirsi
sostenuto/contenuto nel suo processo evolutivo proprio
perché anche egli vi appartiene e lo condivide.
N.B.
Una revisione di questo articolo è stata pubblicata
su
M. Andolfi e A. D'Elia (a cura di), LE PERDITE E LE
RISORSE DELLA FAMIGLIA, Raffaello Cortina ed., Milano, 2007
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