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Sommario
PREMESSA
I PARTE Le coordinate di riferimento
1. La famiglia
a) La famiglia come organismo vivente
b) Il ciclo vitale
c) Le generazioni
2. Il ruolo paterno in situazioni di "normalità"
a) l'uomo come animale culturale
b) Il ruolo paterno nella nostra cultura
II PARTE Il ruolo paterno in situazioni di grave difficoltà
1. La crisi
2. La gestione della crisi: il ruolo del padre
3. Un caso clinico
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE |
PREMESSA
Per entrare nell'argomento che mi è stato proposto ritengo necessario
poter condividere con voi due premesse che costituiscono le coordinate dentro le quali
muoveremo il nostro pensiero.
La prima: è necessario collocare il discorso sul "ruolo paterno" all'interno di
un quadro di riferimento più ampio: la famiglia. Non possiamo parlare di padre, quindi di
ruolo paterno e di funzione paterna, se il nostro pensiero non coglie, nello stesso tempo,
la famiglia.
La seconda: per comprendere il ruolo paterno in situazioni di gravi difficoltà, è
necessario poter cogliere, come punto di riferimento, quale è il ruolo paterno e quindi
la funzione paterna in situazioni di "normalità".
Queste premesse costituiscono la prima parte della relazione.
Nella seconda parte entreremo più specificamente nell'argomento indicato nel titolo:
rifletteremo sul ruolo e le funzioni del padre in situazioni di grave difficoltà.
Alla fine, poi, vorrei invitarvi a riflettere su un'ipotesi di prevenzione per favorire la
crescita di una famiglia "sana", cioè vitale.
I parte
LE COORDINATE DI RIFERIMENTO
1. La famiglia
Prenderemo in considerazione tre aspetti della famiglia: la famiglia come organismo
vivente, il ciclo vitale (o ciclo evolutivo) e uno sguardo alla sua struttura (o
organizzazione interna).
a) La famiglia è un organismo vivente
Probabilmente è sufficientemente ovvio per tutti voi che non è possibile parlare di
famiglia immaginandola come la somma di più persone: un padre, una madre e dei figli; la
famiglia è una realtà diversa dalla somma delle persone che la compongono1 ed è necessario che i nostri occhi possano cogliere l'insieme di
questa realtà per poter poi, all'interno di essa, cogliere i singoli individui con la
loro storia, i loro bisogni e i loro desideri.
E' all'interno di questa realtà nuova e più ampia, che è appunto la famiglia, che
possiamo muoverci per incontrare i singoli personaggi che ci vivono all'interno e che ne
sono gli elementi costitutivi. Solo se non perdiamo di vista la famiglia nel suo insieme
possiamo cogliere la ricchezza di ciascun individuo che
a) da una parte ne fonda l'esistenza, ma che,
b) nello stesso tempo, vi trova la ragione e la significatività del proprio esistere e
della propria individualità.
La famiglia diventa così il luogo in cui, attraverso l'interazione dinamica con gli
altri, ciascuno può avviare la costruzione della propria identità e contribuire
all'evolvere dello stesso processo negli altri componenti.
Essere padre, madre o figlio significa essere in relazione a qualcun altro. Un padre non
esiste in sé stesso: un padre esiste solo in quanto esistono dei figli; nessuno di noi è
padre o madre di per sé: un uomo è padre se c'è un figlio che lo fa essere tale. Un
padre e una madre nascono quando nasce un figlio; in altre parole possiamo dire che, se è
vero che sono un uomo e una donna a far nascere un figlio, è altrettanto vero,
paradossalmente, che è il figlio a far nascere un padre e una madre.
b) Il ciclo vitale
Un altro punto che dobbiamo prendere in considerazione è che questa famiglia, proprio
come ogni organismo vivente, è in continua evoluzione. Non c'è staticità, ma movimento
a caratterizzarne l'esistenza.
Se ci avviciniamo alla famiglia con l'occhio allenato a coglierne questa peculiarità di
"insieme", possiamo osservare come essa si muove lungo un processo evolutivo,
che gli psicologi chiamano "ciclo vitale", di cui si possono anche individuare
dei punti nodali, o fasi, o tappe evolutive.
Il corteggiamento, il matrimonio, la nascita dei figli, il periodo centrale del matrimonio
e l'adolescenza dei figli, l'emancipazione dei genitori dai figli, il pensionamento e la
vecchiaia, la morte... sono alcune delle tappe evolutive più significative attraverso cui
passa e cresce una famiglia.
Il motore di questo processo di crescita è dato dall'interazione di due forze,
apparentemente contrapposte, ma in realtà in continuo equilibrio dinamico: una forza che
mira al mantenimento di uno stato di equilibrio raggiunto, quasi nel tentativo di
salvaguardare una identità, l'omeostasi, e una forza che spinge verso il superamento di
quanto già conquistato e costruito, perché già non più funzionale alle esigenze e ai
bisogni dei singoli membri anchessi in evoluzione costante - e alle richieste
della realtà esterna: questa forza la chiamiamo spinta al cambiamento.
L'interazione continua tra queste due forze, l'omeostasi e il cambiamento, fa sì che la
famiglia, nel suo insieme, possa costruire la sua storia e procedere nella sua crescita
evolutiva.
c) L'organizzazione della famiglia (la struttura)
All'interno di questa realtà che abbiamo visto vitale e dinamica, ciascun membro viene
definito attraverso un determinato ruolo: il posto che occupa (quello di marito-padre, di
moglie-madre, di figlio-fratello) con le funzioni che è chiamato a svolgere proprio in
quanto in relazione con gli altri componenti.
Per cogliere la complessità di queste funzioni è necessario che facciamo un passo avanti
nella descrizione della famiglia.
Abbiamo visto finora
a) come essa sia un insieme (o "sistema"), cioè una realtà strutturalmente
diversa dalla somma delle parti,
b) come questa realtà sia vitale e quindi si sviluppi lungo un proprio ciclo evolutivo
(il ciclo vitale).
Dobbiamo ora entrare un po' di più dentro la sua struttura per cogliere un terzo aspetto
fondamentale: tra i membri di questo insieme è necessario introdurre una distinzione
legata al concetto di generazione. I componenti di una famiglia appartengono a generazioni
diverse: la generazione dei genitori e la generazione dei figli2.
Possiamo dunque immaginare che esistano come due aree, o due regioni, ciascuna
appartenente ad una generazione: l'area genitoriale e l'area dei figli.
Volendo entrare ancora un po' più all'interno di questo affascinante mondo del
famigliare, dovremmo poter cogliere ciascuna di queste aree sia singolarmente che nelle
sue relazioni con l'altra. Ci proviamo.
c/1. L'area genitoriale
L'abbiamo chiamata così, ma in realtà, osservandola un po' più da vicino, ci accorgiamo
che dovremmo anche chiamarla, almeno con pari intensità, l'area coniugale, cioè l'area
dei coniugi, meglio ancora, l'area della coppia.
Prima ancora di essere padre e madre, questi due signori sono una coppia e proprio come
coppia ciascuno di essi ha una funzione assai chiara e specifica rispetto all'altro:
quella di coniuge. L'uomo è il marito di sua moglie e la donna è la moglie di suo
marito. Il diventare poi padre e madre non cancella questa relazione.
La coppia ha bisogno, per vivere, di uno spazio proprio che non è condivisibile con
altri, né può tollerare invasioni da parte di altri (figli o genitori, per es.).
Su questo punto ritengo necessario sottolineare che, anche se un qualche cambiamento
sembra potersi intravedere, un pericolo costante è dato dal fatto che la nostra cultura
tende ancora ad enfatizzare assai di più la funzione genitoriale rispetto quella
coniugale, al punto che troppe volte - e lo vedremo poi, parlando delle situazioni di
crisi - quest'ultima, cioè la relazione di coppia, viene soppiantata dalla funzione
genitoriale. Diventando padre e madre, cioè, si coglie come una spinta a mettere a riposo
il marito e la moglie...
c/2. L'area dei figli
Anche i figli hanno un proprio spazio che appartiene a loro soltanto e non può tollerare
invasioni da parte degli adulti, né richieste di sconfinamenti.
All'interno di questo spazio si struttura l'area dei fratelli. E' questa una relazione
specifica da cui gli altri, pure appartenenti al sistema familiare, sono estranei, cioè
altro. I genitori intervengono, suggeriscono, aiutano i figli, ma alla fine
devono riconoscere che lo spazio dei fratelli non è il loro spazio. La camera dei
fratelli non è la camera dei genitori, proprio allo stesso modo in cui la camera della
coppia non appartiene ai figli.
2. Ruolo paterno in situazioni di "normalità"
Entriamo ora in quella che avevo indicato come seconda premessa: il ruolo paterno in
situazioni di "normalità".
a) L'uomo come animale culturale
L'animale-uomo nasce e cresce in un ambiente che ha una dimensione propria, peculiare, che
non appartiene a nessun'altra specie vivente. Tutte le specie, compresa la specie-uomo,
pur differenziandosi l'una dall'altra, condividono l'appartenenza ad una dimensione
dell'esistenza che chiamiamo "biologica". L'uomo ha in più un'altra dimensione:
quella culturale. E' questa una dimensione costruita dall'uomo, ma dalla quale nello
stesso tempo lui stesso viene formato, al punto che non solo l'organizzazione sociale, il
sistema di valori, così come lo stesso pensiero sul mondo e su sé stesso vengono
forgiati dalla cultura, ma perfino la dimensione biologica - che pure sembrerebbe porsi
come altro - assume i propri significati soltanto all'interno di essa.
Non possiamo dunque parlare di funzione paterna al fuori di questo quadro di riferimento
che colloca la dimensione biologica all'interno della cultura. Le modalità, le richieste,
il significato stesso della funzione paterna e della funzione materna possono essere colti
solo in un contesto definito da una data cultura.
b) Il ruolo paterno nella nostra cultura: la legge-del-padre
Definito dunque che ogni nostro discorso viene fatto sulla premessa "nel nostro
contesto culturale...", possiamo procedere nella costruzione di queste nostre
riflessioni.
L'essere umano inizia la sua avventura nel mondo prima ancora di poterci muovere i suoi
passi. Un bambino, cioè, ha bisogno di nascere nella mente dei genitori per poter
trovare, quando arriva realmente, lo spazio necessario alla sua crescita vitale. Il
periodo della gravidanza diventa il momento in cui la coppia costruisce questo spazio
nella propria casa: parlo di casa nella duplice dimensione di casa reale, ma
anche e soprattutto, di casa mentale.
Durante questo periodo l'uomo svolge già la funzione paterna, attraverso la sua capacità
di influenzare latteggiamento della madre nei confronti del figlio che è dentro di
lei. Così come la donna esercita la sua funzione materna contenendo il figlio, la
funzione paterna richiede all'uomo di porsi, in questo periodo, come colui che può dare
contenimento alla nuova coppia formata dalla sua donna e dal bambino che sta crescendo
dentro di lei.
La crescita di un individuo (Individuazione) si muove tra due istanze fondamentali:
l'istanza di appartenenza e l'istanza di separazione. Appartenenza e separazione sono le
due coordinate entro cui ogni individuo sviluppa sé stesso, realizza, cioè, la propria
individuazione.
In questo lavoro di crescita i due genitori diventano i collaboratori di queste due forze
propulsive, in una sorta di con-divisione di compiti: uno psicoanalista, molto attento ai
processi evolutivi, E. Gaddini, scrive (1985): "mentre la madre resterà sempre la
condizione dell'esistere, il ruolo del padre è quello di aiutare ciò che esiste a
divenire". In altre parole potremmo dire che se alla madre è affidato il compito di
essere custode dell'appartenenza (del legame), spetta al padre sostenere e supportare la
spinta verso l'individuazione3.
Il pensiero che si rifà alle scuole psicoanalitiche vede nel padre colui che porta
all'interno della sua casa "la legge", colui che porta il divieto genitoriale
nel processo edipico: la legge della proibizione dell'incesto. E' un modo diverso per dire
come è propria del padre la funzione di porsi a supporto dell'istanza di separazione,
(mentre proprio della madre è il porsi come custode dell'istanza di appartenenza).
Mentre l'esercizio della funzione materna garantisce al neonato, al bambino e al ragazzo
adolescente la continuità del legame, del processo di appartenenza, l'esercizio della
funzione paterna chiede all'uomo di porsi come colui che offre al figlio il supporto
necessario nel processo di separazione dalla sua famiglia e di individuazione rispetto
alle figure genitoriali, garantendo, nello stesso tempo, quel passaggio fondamentale per
il processo di crescita che è il passaggio dal registro del bisogno (che si esprime nella
ricerca della soddisfazione immediata dei bisogni stessi) a quello del desiderio (che
trova la sua espressione nella domanda dellincontro con lAltro). E
attraverso la frustrazione del bisogno che può nascere il desiderio: decisiva in questo
passaggio è la funzione simbolica del padre in quanto fonte della legge e quindi origine
della frustrazione.
Se ora possiamo ritornare ad una delle nostre premesse, quella che ci
impone di riportare ogni discorso sul padre (o sulla madre) all'interno del contesto
familiare, ci troviamo a dover dire che la legge-del-padre diviene la
legge-della-famiglia.
Il padre, allora, come fonte della legge che induce il passaggio dal registro del bisogno
a quello del desiderio, è colui che dice ai figli di trovarsi la propria donna (o il
proprio uomo) al di là dei confini familiari; ma è anche colui che porta questa stessa
legge verso la madre dei figli, cioè verso la "sua" donna.
Potremmo dire, in altre parole, contestualizzando più compiutamente il discorso
nell'ambito familiare, che proprio della funzione paterna, complementare al compito già
delineato verso i figli, è, sullaltro versante, quello di porsi come custode della
coppia. Di quello spazio, cioè, che appartiene soltanto all'uomo e alla donna di questa
famiglia, lo spazio dei coniugi.
Esercitare la funzione paterna significa essere impegnato sui due versanti: favorire
l'individuazione/separazione dei figli e custodire lo spazio della coppia.
II parte
IL PADRE IN SITUAZIONI DI GRAVE DIFFICOLTÀ
1. La crisi
Che cos'è la crisi?
Potremmo definire una situazione di crisi come unimpasse evolutiva, un momento di
difficoltà che una famiglia sta attraversando lungo una delle varie fasi del suo ciclo
vitale. Un momento in cui, in genere, l'istanza omeostatica prevale sull'istanza di
cambiamento.
E' chiaramente difficile fare un discorso generale sulle situazioni di crisi, ma volendo
tentare uno sguardo d'insieme sulle mille modalità in cui la crisi può manifestarsi,
attraverso un'attenta osservazione, potremmo individuare due direttive lungo le quali può
evolvere una devianza: quella più propriamente sociale (che si manifesta in azioni che si
pongono al di fuori della legalità, nella non osservanza di qualcuna delle norme sociali)
o quella più propriamente psichiatrica (che si manifesta attraverso una serie di sintomi
psichici o psicosomatici che ci parlano di nevrosi o, nelle forme più serie, di
situazioni psicotiche...).
E' importante riuscire a cogliere come sia l'una che l'altra forma ci parlano di
sofferenza e di dolore: diversa è solo la direzione che l'espressione di tale sofferenza
assume. Questa sofferenza e questo dolore appartengono sia all'individuo che esprime e
incarna la devianza, sia all'intero nucleo familiare proprio in quanto essi sono
l'espressione di un blocco evolutivo, di unimpossibilità a procedere, sia
individuale che familiare.
2. La gestione della crisi: il ruolo del padre
(Dato che stiamo parlando di situazioni di crisi all'interno di una giornata di studi
sul padre e sul ruolo paterno, le osservazioni e le considerazioni che seguiranno sono
fatte sul presupposto che il comportamento deviante (ripeto, sia in direzione di una
devianza sociale che in quella di una devianza psichiatrica) viene posto in essere da un
figlio. Dico questo, perché la clinica ci pone spesso a dover affrontare situazioni in
cui è uno dei due coniugi a portare il sintomo...)
Un dato piuttosto costante ci viene offerto dalla clinica: chi per primo coglie un
problema, rimanendo poi comunque in prima linea nel gestirlo è, per la maggior parte
delle volte, la madre. Se un figlio (o una figlia) non va più bene a scuola, o si chiude
in casa e non frequenta gli amici, o entra nel mondo della droga, o ha problemi per il
mangiare o il dormire, ecc., è la madre che lo coglie per prima ed è lei che continua a
reggere la situazione e anche quando sente che non ce la fa più da sola, è lei che
decide quando è giunto il momento di chiedere l'intervento dello specialista. E' a lei,
in conclusione, che in famiglia viene affidata la gestione del figlio-problema.
Sinstaura, cioè, una sorta di complicità tra il figlio-problema e la
madre; una specie di rapporto privilegiato o di filo diretto dal quale gli altri membri
della famiglia - primo fra questi il padre - sono tenuti (e si tengono) o fuori del tutto
o comunque in disparte, quasi in religioso rispetto verso questo legame particolare. Chi
lavora con i tossicodipendenti, per esempio, sa che nella maggior parte delle volte il
padre è l'ultimo ad "accorgersi" del problema, quando ormai la madre non ne
può proprio più, magari perfino dopo che ne ha già parlato con qualche tecnico o si è
rivolta a qualche gruppo di auto aiuto...
Parallelamente al coinvolgimento materno si può cogliere in tutte queste situazioni un
estraniamento paterno, quasi un disinvestimento emozionale e di partecipazione. Come se il
padre sentisse di dover/voler restare fuori: la cura dei figli, tanto più la cura del
figlio malato (o deviante) appartiene alla persona che svolge la funzione
materna.
Se potesse non ingenerare equivoci, dovremmo riprendere a questo punto proprio un termine
che abbiamo usato prima parlando della legge-del-padre: potremmo usare la parola
"incestuoso" per definire, su un livello metaforico, questo legame così
privilegiato e intenso tra un figlio (o una figlia) e la propria madre? Se riusciamo e
cogliere e a tollerare questa metafora, direi proprio di sì.
A questo punto possiamo dire di aver toccato un punto nodale nell'aver individuato
queste costanti nell'atteggiamento paterno e nell'atteggiamento materno di fronte alle
situazioni di crisi. Credo che ora siamo in grado di procedere nella nostra riflessione
cercando di costruire unipotesi di risposta al problema indicato nel titolo della
relazione.
"Il ruolo del padre in situazioni di gravi difficoltà" potremmo, in modo molto
sintetico e quasi schematico, delinearlo come il ruolo di chi può/deve svolgere una
duplice funzione:
a) la prima è quella di porsi come marito che va alla ricerca della propria donna, per
riprendersela e aiutarla a riprendere il suo posto accanto a lui;
b) la seconda è quella di recuperare il proprio spazio come padre e co-gestore della
crisi (e della vita familiare nel suo insieme).
In altre parole, riprendendo la metafora richiamata poco fa, la funzione del padre è
quella di riportare all'interno della casa la legge paterna: la legge della
"proibizione dell'incesto".
Questo processo soltanto potrà permettere ai due di svolgere la funzione genitoriale che,
come abbiamo già detto, è proprio quella di garantire a ciascun figlio la possibilità
di appartenere e di separarsi, favorendo così la spinta verso l'individuazione.
La crisi altro non è che un segnale di allarme che parla di blocco evolutivo, dicevamo
prima, blocco evolutivo di un nucleo familiare e blocco evolutivo individuale. Un eccesso
di appartenenza, istanza propria della funzione materna, non equilibrato dalla spinta alla
separazione, non favorisce una crescita sana e vitale (il processo di individuazione).
Allo stesso modo, ovviamente, in cui un eccesso di separazione, istanza propria della
funzione paterna, non equilibrato dalla presenza materna come richiamo all'appartenenza
porta inevitabilmente verso la disgregazione e quindi verso una crisi con funzioni di
richiamo e di ricompattamento...
Il bisogno che queste due istanze fondamentali convivano e interagiscano nell'ambiente
familiare è così alto, che possiamo osservare come la crisi stessa si pone proprio come
richiamo alla presenza verso i due genitori, come coloro che di queste forze, appunto,
sono i depositari e la fonte.
Una nota. L'intervento dei tecnici
Il padre, allora, ha bisogno di trovare il supporto per "ri-entrare" nelle
dinamiche familiari così che possa con la sua presenza ri-costruire quei confini
generazionali che si erano logorati e venivano, necessariamente, violati.
Il tecnico chiamato ad intervenire nelle situazioni di crisi, sa che non può fare a meno
del padre per ricostruire l'equilibrio frantumato e riattivare il processo fisiologico di
crescita di questa famiglia lungo il suo ciclo vitale.
Fornire l'aiuto al padre per ritrovare la sua donna e far sì che questa possa ritrovare
il suo uomo: questo è il compito del tecnico, perché questo è il punto di disfunzione
che la crisi segnala.
L'uomo e la donna che possono permettersi un nuovo incontro ridiventano capaci di porsi
come coppia di fronte alla situazione di crisi che la famiglia sta attraversando. La
presenza della coppia in quanto tale farà sì che la funzione paterna e la funzione
materna possano recuperare la loro relazione dinamica: una rinnovata offerta può arrivare
ora alla generazione dei figli, proprio come ripresa della dinamica dell'interazione fra
l'istanza di appartenenza e l'istanza di separazione.
3. Un caso clinico
(Vi descrivo brevemente questo caso come un esempio di situazione in crisi. Naturalmente i
nomi e alcuni dati sono alterati per rispettare il segreto professionale e il diritto di
ogni persona alla privacy).
Luciano è un ragazzo di 24 anni, è il secondo di quattro figli; è
nell'esercito e dice che questa sarà la sua professione. Ora ha avuto un figlio con una
ragazza di 20 anni: l'ha riconosciuto, ma non riesce a "riconoscere" in lei la
sua donna: perché, in realtà, lui non può accettare di legarsi con una donna, pur
desiderandolo...
Luciano ha avuto tante ragazze, nella sua vita, di cui ogni volta era "pazzamente
innamorato", ma ogni volta, inesorabilmente, la sua storia non poteva durare più di
due-tre mesi e andava a finire con feroci liti e gravi atti di maltrattamento: tutte le
ragazze venivano prima o poi picchiate e lasciate.
Ora il dramma si ripete, ad aggravarlo c'è questo bambino. Luciano non riesce a lasciare
questa donna, ma non può permettersi neppure di sentirla come la sua donna. Non vivono
insieme. L'ha perfino portata, per un po' di tempo, in casa dei suoi genitori, ma l'ha
lasciata lì, per una quindicina di giorni, mentre lui se ne andava in cerca di altre
storie da costruire e, nuovamente, da distruggere. Quando la vede la insulta, la
maltratta, le mette ancora le mani addosso... in altri momenti la cerca.
Luciano è un giovane uomo che sa fare solo "sfuriate". Forte in lui è la legge
del legame (la legge materna) - lui si lega molto intensamente alla ragazza di turno -,
poi, però, questo legame diventa soffocante, perché in lui non è bilanciato dalla legge
della separazione (la legge paterna).
Il padre di Luciano è un professionista che il suo lavoro ha tenuto sempre fuori casa.
Nonostante tutte le sere rientrasse in casa e quindi avesse avuto la possibilità di
rendersi presente presso i figli, lui ha delegato tutta la funzione educativa - lo dice
espressamente - alla moglie che, pur lavorando fuori casa, tuttavia è stata sempre molto
presente nella vita dei figli. E lo è tuttora: è lei, per esempio, che adesso è molto
preoccupata per il figlio, ci parla, cerca di aiutarlo in tutti i modi, a differenza del
marito che fatica perfino a cogliere la gravità della situazione.
Luciano, nella sua famiglia, ha potuto vivere soltanto la legge del legame, la legge
dell'appartenenza: la legge materna. Ma il legame diventa soffocante se non è bilanciato
dall'istanza di separazione. Questo lo porta a vivere quasi ossessivamente, in una specie
di compulsione a ripetere, il bisogno di legarsi a qualcuno (le sue varie ragazze, per
es.), poi, però, non riesce a trovare dentro di sé la forza per continuare, perché non
appena un legame si intensifica, diventa per lui soffocante: un legame da cui fuggire se
vuol sopravvivere: e la fuga può avvenire solo attraverso la distruzione - e non il
superamento - di esso (si consideri la ripetitività delle sfuriate aggressive e violente
verso le sue ragazze...).
Luciano sta correndo grossi rischi anche per la sua scelta professionale. Ma non voglio
dilungarmi su questo aspetto.
Voglio invece sottolineare come dal colloquio clinico un dato immediatamente emergente è
che in questa famiglia non c'è più lo spazio della coppia, sia come genitori, che, prima
ancora, come coniugi. In tempi diversi e successivi, i figli, i genitori dell'uno e
dell'altra, hanno potuto invadere l'area della coppia fino ad impedirne la sopravvivenza.
I due vivono insieme, dormono nella stessa camera, ma è come se un muro, tanto invisibile
quanto impenetrabile, ora si frapponesse tra loro.
Ora, la fatica che questo ragazzo sta facendo è davvero grande. Il superamento di questa
situazione non sarà facile.
Riuscirà il padre a riportare la "sua" legge (la legge della separazione)?
Riuscirà a recuperare il suo spazio, a riprendersi la preoccupazione di un figlio
cresciuto negli anni, ma ancora in piena adolescenza? Potrà ritrovare la sua donna e
aiutarla a condividere con lui la preoccupazione che ora la invade? Potrà riportare il
necessario bilanciamento dellistanza di separazione alla legge del legame che ora,
non bilanciata appunto, ha potuto invadere tutta la vita familiare?
E la madre: potrà "restituire" lo spazio paterno senza viverlo come una grave
perdita per sé e la propria sopravvivenza come donna e come madre? Potrà ritrovare
dentro di sé la possibilità (la voglia, l'energia per) di re-incontrare il suo uomo e
lasciare così che suo figlio possa "liberarsi di lei" e continuare il suo
processo di individuazione?
Si tratta ora di impostare un lavoro terapeutico con questa famiglia. E' certo che per
tanto tempo la legge del padre è rimasta fuori della porta: potrà rientrare?
In questo caso, poi, a rendere ancora più difficoltosa la situazione c'è anche
un'urgenza, data dalla presenza di questo bambino che ha bisogno, anche lui, di un
ambiente vitale per poter crescere: potrà "aspettare" che suo padre ritrovi il
necessario equilibrio nel suo mondo interno? Potrà aspettare che i suoi nonni ritrovino
il loro equilibrio, aiuto indispensabile perché Luciano possa imparare che legarsi non
significa morire? Fino a che punto è giusto chiedere a un bambino di... aspettare?
(Mi fermo qui. Voglio sottolineare solo una cosa per gli addetti ai lavori:
unanalisi più approfondita di questo caso, in vista di un possibile intervento
terapeutico, ci chiederebbe di prendere in considerazione vari altri aspetti, quali, per
es., la storia familiare dei genitori di Luciano (dove e come hanno imparato il padre a
lasciare la "paternità" a sua moglie e questa ad appropriarsene...), la storia
della donna di Luciano che, pure, non riesce a lasciare quest'uomo e che, pur vivendo in
casa con i propri genitori, continua a cercarlo nella speranza, forse, che egli possa
cambiare...; i giochi collusivi che questi due giovani stanno ponendo in atto; ecc.
Questo, solo per dire la complessità con cui il pensiero "familiare" si impone
al terapeuta o comunque all'operatore in genere).
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Prevenire è meglio che curare è diventato uno slogan, ma non per questo ha
perduto la sua forza. Il contatto continuo con la sofferenza che ogni crisi porta con sé
dovrebbe portarci a riflettere sulla possibilità di investire le nostre energie, o parte
di esse, per pensare servizi e interventi che si pongano come prevenzione e cura della
salute, piuttosto che soltanto come cura della malattia.
Voglio raccontarvi una nostra esperienza come un esempio e un'ipotesi di prevenzione. Mi
viene suggerita, del resto, proprio dal contesto di questa giornata: se ci troviamo qui a
riflettere su questi temi è perché un Consultorio Familiare - cioè un servizio per la
famiglia - ce ne ha dato la possibilità.
Il nostro Istituto collabora, in Ancona, con un'associazione che pure si occupa di
nascita: il Melograno.
Da più parti, nei servizi pubblici come anche in alcuni centri privati, si fa un lavoro
con le donne in gravidanza. E' questa una delle prime fasi del ciclo vitale di una
famiglia. L'intento di questo lavoro è naturalmente quello di offrire la possibilità di
vivere più compiutamente la gravidanza come un periodo di preparazione alla nascita di un
figlio.
E' questo un momento assai prezioso per la costruzione di quell'ambiente familiare in cui
vivranno sia i figli che i genitori. Ebbene, fin da questo momento io credo sia necessario
che il padre possa trovare uno spazio maggiore di quanto non stia ancora avvenendo (...
prima di tutto nella mente degli operatori!).
Questo, fondamentalmente per due ragioni.
La prima è che l'uomo-padre ha ancora un ruolo troppo "debole" rispetto a
quello della donna-madre (lo dicevamo prima riflettendo sui ruoli paterno e materno nel
nostro contesto culturale).
Nel lavoro che facciamo con il Melograno è la coppia il soggetto e l'oggetto
dell'intervento, perché partiamo dal presupposto che, se ad essere incinta da un punto di
vista biologico è solo una donna, in stato di gravidanza noi riteniamo che ci sia una
coppia: è la coppia che aspetta un figlio, è nella casa mentale della coppia che è
necessario preparare lo spazio per il bambino, proprio allo stesso modo e con la stessa
cura con cui è nella casa reale della coppia - e non della donna soltanto - che si
prepara lo spazio fisico.
Se l'uomo può entrare fin da questo momento come padre, gli sarà più facile in seguito,
nelle varie fasi del ciclo vitale, conservare il suo posto e assicurare la presenza della
"funzione paterna" a integrazione della "funzione materna", assicurata
e garantita dalla sua donna.
La seconda ragione è che il diritto di cittadinanza che gli viene riconosciuto come
padre, gli permette di portare tutto il suo contributo nel tutelare lo spazio della
coppia: quello spazio di cui abbiamo parlato prima, così indispensabile alla vitalità
dei due coniugi, ma altrettanto irrinunciabile per la salute dei figli!
Una volta invece che la coppia muore, o comunque si trova a vivere in uno stato di perenne
agonia, diventa inevitabile che l'uno o l'altro dei due coniugi - più spesso la donna,
nella nostra cultura - invada lo spazio dei figli impedendo loro quell'autonomia di
movimento tra le istanze di appartenenza e di separazione di cui abbiamo parlato prima.
Con una frase un po' forte, ma senza dubbio chiara, potremmo dire che solo la madre
orientata verso il marito può permettere al figlio di "liberarsi di lei", cioè
di esistere, nell'accezione etimologica di ex-sistere, essere-fuori. Ma solo un padre
orientato verso la moglie può aiutare la sua donna a non sentirsi "abbandonata"
dai figli che se vanno per la loro strada e a ritrovarsi, viva, in una relazione vitale:
quella, appunto, della coppia.
Per chiudere con uno slogan, potremmo dire che i figli possono crescere
sani all'interno di una famiglia "sana", cioè in una famiglia dove ci sia uno
spazio per i figli, ma anche uno spazio per la coppia: in altre parole, dove gli adulti,
possono essere in due come genitori e continuare, nello stesso tempo, ad essere anche
coniugi.
_____________________ note
1 Nel linguaggio della matematica diremmo che la famiglia è un
"insieme"; nel linguaggio della cibernetica la definiremmo un
"sistema". Ma non è questa la sede per approfondire questi termini.
2 In questa sede limitiamo la nostra osservazione alla famiglia
nucleare e quindi a sole due generazioni. In realtà per cogliere più compiutamente la
complessità e la ricchezza di una famiglia - di ogni famiglia - dobbiamo ampliare il
nostro sguardo ad almeno tre generazioni: questo, sia volendo considerare la famiglia come
oggetto di studio che pensandola come luogo di intervento.
3 Queste osservazioni ci fanno cogliere quanto siano parimenti
indispensabili, per una crescita sana, ambedue i genitori, ciascuno con la sua funzione
specifica che è complementare a quella dell'altro.
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