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In molti ospedali italiani ci si pone ormai da
tempo il problema di come garantire alla donna la possibilità di partorire in modo più
fisiologico, cioè 'naturale', all'interno di una struttura ospedaliera. Si parla allora
di posizioni alternative alla classica e innaturale litotomica, di presenza in sala parto
del compagno o di altra persona che la donna preferisce; in alcuni ospedali si è
addirittura strutturata, in altri lo si sta facendo, una stanza alternativa alla
tradizionale sala parto dove la donna avrebbe la garanzia di veder rispettati i suoi tempi
naturali e la possibilità di sentirsi un po più in casa e meno in ospedale. Questo
movimento è senzaltro una buona cosa e un buon segno: tutto quanto serve a rendere
meno ospedaliero sia la degenza che il lavoro all'interno di un ospedale è
segno di civiltà.
Come psicologo, però, mi si pone di forza una domanda: partorire in un ambiente a
misura duomo e non a misura di unistituzione è necessario che avvenga; dopo,
però? Subito dopo questo parto che cosa succede?
Io penso che non si può ridurre la nascita al parto; e su questo, credo, siamo tutti
d'accordo. Se mi è permesso semplificare allosso la differenza fra questi due
momenti, potrei dire che il parto è un momento, estremamente importante, ma pur sempre un
momento di una nascita. Non è così semplice, anzi è piuttosto riduttivo rispetto alla
verità delle cose: fare questa distinzione ci serve, però, per capirci.
Proviamo a guardare la nascita, ora, dal punto di vista del bambino.
Appena nato, subito, o dopo qualche minuto - in alcuni casi fortunati, dopo
una decina di minuti - il bambino viene preso e portato via, viene lavato e viene messo,
tutto solo, nel nido. Passa lì le prime ore di vita e i primi giorni. Dopo aver vissuto
ininterrottamente per nove mesi insieme con la madre, dopo aver affrontato la fatica di
nascere (perché anche lui fatica, insieme alla madre), si ritrova tutto solo:
abbandonato?!
Chi sa cosa penserà... Certo è che improvvisamente non trova e non sente più il
calore del corpo materno, il ritmo del suo cuore che lo ha cullato per tanto tempo, il suo
odore, la sua voce così rassicurante: quello che può sentire è qualche strillo di altri
compagni di sventura nati poco prima di lui, o le voci, affettuose ma certo
estranee, delle puericultrici o delle infermiere che lo accudiscono.
Solo dopo qualche ora, alla prima poppata, può tornare a risentire quella persona che lui
già conosce e dalla quale era stato separato. Gli è concesso di starci un po, poi
di nuovo viene ripreso da mani estranee, affettuose, ma sempre estranee, e riportato nella
solitudine del nido. Lì può dormire, può piangere, ma da lì non può
tornare dalla madre finché l'organizzazione del reparto non lo consente.
Tutto questo può durare due, tre giorni o anche di più: poco per noi, ma per lui sono
uneternità! Non è un gran benvenuto! quello che gli diamo.
Cè però anche un'altra persona che ha subito una separazione altrettanto
improvvisa e forzata: la madre.
Lei ora è in camera, con altre donne, e non ha più il suo bambino con sé. Certo, lei
è una persona adulta, ha imparato a ragionare e la ragione laiuta a tollerare la
separazione, appesantita dalla lontananza; il suo istinto però fatica ad accettarla. I
primi momenti (ore, giorni) sono molto importanti perché questa donna possa sviluppare
quello che noi chiamiamo listinto materno e possa così dare a sé stessa e al
bambino laiuto necessario ad accettare la separazione che sarà, dora in poi,
il loro nuovo stile di vita. Perché tutto questo possa avvenire è necessario che la
madre e il bambino possano stare vicini, che si possano sentire attraverso il contatto
pelle a pelle, odore a odore, voce a voce.
Tante crisi depressive (che impropriamente vengono chiamate "stanchezza") non
insorgerebbero se un legame cresciuto per nove mesi non venisse forzatamente negato.
Certo che... se è vero che "chi ben incomincia è a metà dell'opera", la
vita di un bambino separato forzato comincia proprio male; e quella di una madre non certo
meno.
La separazione, ora solo iniziata, dovrà continuare in un processo che accompagnerà il
bambino e l'adulto per tutta la vita nelle successive tappe evolutive. Gli stadi
successivi ne favoriranno il completamento, ma lefficacia risulterà tanto maggiore
quanto più linizio è stato buono; fino al punto che in alcune situazioni
particolari questo legame madre-figlio mal risolto lascerà un segno indelebile nella
personalità del giovane e dell'adulto.
Queste considerazioni, ovvie e ormai largamente acquisite dalla psicologia e dalla
pediatria contemporanee, dovrebbero portarci a incoraggiare e potenziare quei progetti
miranti a favorire una riorganizzazione dei reparti di Maternità che porti al superamento
dei Nidi e a creare le condizioni perché la madre e il bambino abbiano la possibilità di
restare insieme (con uno spazio maggiore anche per i padri) nei giorni di permanenza in
ospedale che seguono il parto.
Limitare lintervento al solo momento del parto perché esso possa aver luogo secondo
i suoi ritmi fisiologici e non affrontare contemporaneamente il problema del superamento
dellattuale regime di separazione forzata madre-bambino, mi pare un po come
se, volendo organizzare un grande pranzo, ci preoccupassimo di servire un antipasto
succulento e prelibato e costringessimo poi gli invitati a mangiare dei primi e dei
secondi stantii e avariati.
In sintesi: se disporre della possibilità di avere un parto naturale è
utile, creare contemporaneamente le condizioni perché le madri e i bambini non siano
forzatamente separati in questi primi giorni che seguono il parto e la nascita è
assolutamente necessario.
Pubblicato su QUADERNO MONTESSORI,
primavera 1988
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