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Io amo la morte, alla
quale mi rivolgo
con i nomi più dolci, e la esalto
con parole d’amore, in segreto
e di fronte al dileggio della folla.
Benché non abbia mai rinnegato
la mia grande devozione alla morte,
mi sono innamorato profondamente
della vita, perché vita e morte hanno per me
la stessa malia, la stessa dolce seduzione,
e si sono date la mano per nutrirmi
di desideri e affetti, e per dividere con me
amore e sofferenze.
(G. K. Gibran, 1947, p.
19)
Premessa
C’era una volta un uomo molto ricco. Tanto avaro da non
sopportare di spendere neanche un centesimo della sua ricchezza. Un
giorno andò a trovarlo il maestro zen Mokusen.
Il maestro gli disse: “Se tenessi sempre la mano con il pugno
chiuso, così, per sempre, come la definiresti?”
“Deforme” gli rispose quell’uomo;
“E se l’aprissi e la tenessi sempre aperta, così, per sempre, come
la definiresti?”
“Deforme” rispose di nuovo;
“Finché lo terrai presente – gli disse il maestro – sarai un uomo
ricco e felice”.
Si racconta che da quel giorno egli divenne generoso. Era ancora
frugale, ma sapeva anche come spendere il denaro e contribuire
all’elemosina.
Dice il saggio: “Tutti gli opposti, bene e male, avere e non avere,
beneficio e danno, sé e altri, sono dovuti a distinzioni della
mente. Appena diamo spazio a questi concetti, ci allontaniamo dalla
nostra mente originale e soccombiamo a questo dualismo” (Chung,
1994, p. 81).
Tra gli opposti che si presentano nella vita di un uomo, possiamo
immaginarne uno più forte e più coinvolgente del dualismo
vita-morte? Una domanda ci abita nel profondo del nostro cuore: se
possiamo guardare alla vita senza comprendere nel nostro sguardo
anche la morte e se, parallelamente, possiamo guardare alla morte
tenendo fuori dal nostro campo visivo la vita. Io ritengo che la
vita e la morte possono essere com-prese soltanto nella reciprocità
(e complementarietà) della relazione: se volessimo porci nella
posizione di voler guardare solo una di queste dimensioni senza
voler cogliere contemporaneamente anche l’altra, il nostro pensiero
risulterebbe deforme, sarebbe, cioè, come… tenere la mano
sempre aperta o sempre chiusa.
In momenti diversi la clinica - e la vita - mi ha posto di fronte a
questa domanda. Riguardare ora quei segni lasciati nel mio cuore da
certi incontri e fare un po’ di strada con alcune di quelle persone
che ve li hanno scritti, mi è parso un buon aiuto per ascoltare
certi miei (nostri) pensieri e le emozioni che li accompagnano. La
famiglia di Rita, che la vita ha posto di fronte alla morte,
violenta, di una figlia; Antonella, sposata e madre di una ragazza
adolescente, nella cui casa, quando era ancora bambina di otto anni,
è entrata la morte e si è portata con sé la sua giovane mamma;
Elena, sposata da due anni e madre di una bambina di pochi mesi, che
perde improvvisamente suo marito; Giuliano, che a cinquant’anni
perde la moglie e si ritrova tra due figli e una suocera… sono
alcuni tra coloro che sono passati accanto a me ‘regalandomi’
occasioni e momenti preziosi, anche se, certo, non facili.
Nel rincontrare queste storie non mi prefiggo tanto di descrivere la
compiutezza del percorso clinico – ci soffermeremo insieme su alcuni
momenti particolari –, quanto invece vorrei poterle cogliere come
un’occasione per riflettere sulla necessità di sviluppare una
sufficiente consapevolezza della relazione che lega ogni persona
– quindi anche un terapeuta - con la morte e la vita e su
come questa possa essere ‘giocata’ anche nella clinica. Nel fare le
nostre riflessioni attraverseremo regioni poco frequentate, per la
verità, dalla psicologia/psicoterapia; ma io credo che di fronte a
un tema così vasto le scienze umane dovrebbero provare a dialogare
tra loro con l’umiltà di chi comprende che da soli non si può
pensare di esaurire la realtà e complessità dell’umano.
I.
Incontri con la morte:
il cambio delle carte in tavola
Scontrarsi con la morte: le ossa rotte
Rita è una ragazza di 20 anni che una sera ha voluto incontrare la
morte: per lei questa parte della vita era esaurita. L’ha fatto in
un modo violento, per noi, ma sentiva che la decisione doveva essere
irreversibile. Si è messa sulla strada di un treno: sapeva che non
si sarebbe fermato a chiederle troppi perché. Il treno ha fatto come
lei voleva, ma la sua famiglia ancora vive con quei perché ed
ogni possibile risposta le appare inaccettabile.
Due genitori e due fratelli più giovani sono rimasti impietriti: i
loro occhi e il loro cuore si sono fermati a quel giorno e non
trovano una strada per andare oltre. I fratelli, per la verità, ci
provano e ci riprovano, ma i genitori sembrano non riuscire a
vederli: sono troppo impegnati nella relazione con Rita, come se la
tenessero disperatamente per un braccio e la stringessero così forte
da non riuscire più a vedere questi altri figli. Né sé stessi. Rita
è diventata per loro come uno schermo tra loro e il resto del mondo,
uno schermo che lascia passare solo le ombre. La vita continua a
proiettare la sua luce, ma lo schermo opaco di questa figlia morta
non si lascia attraversare. Così tutti gli altri sono solo ombre che
si muovono su di esso, sono come fantasmi che popolano la realtà del
quotidiano, e l’energia vitale che li anima non può essere colta. La
luce della morte sembra più potente della luce della vita.
Rita, terminata la scuola superiore, si era iscritta all’università
e la stava frequentando con buoni risultati. Aveva una grande
passione, lo sport, cui ogni giorno riusciva a dedicare parte del
suo tempo. Non arrivavano da lei segni particolari di disagio o di
sofferenza, o, per lo meno, non arrivavano ai suoi familiari, come
non erano arrivati ad un sacerdote, amico di famiglia e suo ex
insegnante e confidente. Certe sue chiusure e certi momenti di
silenzio solo dopo hanno cominciato ad assumere un senso
intelligibile, cui, tuttavia, rimaneva ancora difficile dare un
significato così estremo.
I giovani fratelli erano nel gruppo dei loro amici, i genitori al
cinema, anch’essi con una coppia di amici, quel giorno in cui lei
chiede alla morte di venirle incontro. Solo il frastuono e il rumore
dell’inquietudine che attraversa gli abitanti della cittadina in cui
vivono richiamano l’attenzione di Luigi e Giuliana quando escono
dalla sala. Attenzione che pian piano si carica d’ansia, si colora
d’angoscia, fino a diventare dramma. Impossibile, impensabile, ma
atrocemente reale. Era l’estate di sei anni fa.
Incontro questa famiglia dopo oltre due anni dalla morte di Rita.
Nel frattempo un grave incidente aveva costretto Giuliana, la mamma,
a restare completamente allettata per alcuni mesi a causa di
fratture multiple in diverse parti del corpo. Solo un lungo ed
estenuante lavoro di riabilitazione – coadiuvato dalla presenza e
dall’ingegno di Luigi, il marito, che continuamente escogita per lei
attrezzi e macchine che ne facilitino il recupero - le consente di
riprendere a camminare autonomamente, ma, ancora oggi, con tanta
fatica. Dopo più di un anno di questo calvario, quando Giuliana
ricomincia a muoversi e riprende il suo lavoro di insegnante, i due
coniugi si attivano per una psicoterapia: la morte di Rita,
offuscata per il momento dalla necessità di far fronte alla nuova
emergenza, ritorna con tutto il peso che porta con sé.
Quando i due coniugi vengono in terapia appaiono come congelati nel
loro dolore. La loro relazione si deve continuamente misurare con
questa perdita, e ciò si traduce in un groviglio di colpe, sentite
come proprie e reciprocamente attribuite. Groviglio così denso che
ogni desiderio vitale diventa un pensiero ‘cattivo’, perché sentito
come non rispettoso nei confronti di una giovane figlia morta, più
ancora, come qualcosa contro di lei.
Perfino i figli devono urlare la loro presenza nel tentativo di
essere visti dagli occhi dei genitori. Giuliano, 19 anni, che ora ha
iniziato il Politecnico, deve andare in giro con i capelli viola e
gli abiti da hippy, deve scambiare la notte con il giorno e assumere
atteggiamenti e comportamenti che di qui a poco lo faranno espellere
dall’università, lui che fino all’anno prima era stato studente
capace e produttivo. Luciana, 21 anni, non ha niente da condividere
con i suoi genitori; affabile con gli altri, ma senza più parole in
casa.
Questa famiglia è in una fase particolare del suo ciclo vitale,
quella che Haley definisce come “l’emancipazione dei genitori dai
figli”. “Quando un ragazzo giunge nell’età in cui è naturale che
cerchi di lasciare la casa, il ‘problema’ non è il ragazzo in sé, ma
la fase critica che attraversa tutta la famiglia; è quindi
essenziale prendere in considerazione i genitori perché
rappresentano un aspetto fondamentale del problema” (Haley, 1973, p.
241). Questa è una tappa irrinunciabile per tutti gli adulti che si
devono misurare con i figli che crescono e che, solo lasciando la
casa dei genitori, potranno costruirsene una propria: interna,
innanzi tutto, e reale. Ad un certo punto, cioè, i genitori devono
lasciar andare i figli per la loro strada e questi devono
assumersene il rischio. E’ la dinamica tra il processo di
appartenenza e il processo di separazione che permette di costruire
un’uscita di casa sufficientemente buona. “Il figlio deve separarsi
dalla famiglia, ma deve al tempo stesso mantenere i suoi legami con
essa; è questo l’equilibrio che molte famiglie riescono ad ottenere
e che attualmente un terapeuta della famiglia cerca di stabilire”
(id., p. 54).
Luigi e Giuliana hanno ora due figli di 21 e 19 anni che stanno
‘uscendo’ di casa per i loro studi. Per ora è solo l’università che
li fa stare lontani, ma la prospettiva di una separazione più
radicale inizia a delinearsi. E questo è già un problema. Naturale,
certo, come per tutte le famiglie. Ma in questa famiglia il processo
di separazione è ‘inquinato’ da un’esperienza di separazione che non
ha ritorno. Rita pure è ‘uscita di casa’ e se n’è andata, ma il suo
andare l’ha portata troppo lontano ed ora ogni pensiero di
separazione è im-pensabile (non-pensabile) e im-proponibile
(non-proponibile).
Per loro, quindi, il processo evolutivo è molto più complesso,
perché la morte non ha rispettato i suoi tempi naturali e ne ha
alterato il percorso.
Essere vicino a questa famiglia in questo momento del suo ciclo
vitale significa per il terapeuta entrare in un pensiero che
permetta di guardare ciascuna di queste persone in una fase di
grande cambiamento. I due figli devono poter trovare (in loro stessi
e nella relazione con i genitori) la forza di uscire e nello stesso
tempo riceverne (dai genitori e da loro stessi) il permesso; i
genitori hanno bisogno di ritrovarsi tra loro, per ritrovare il loro
progetto di coppia e, così, ‘lasciar andare’ questi due ragazzi per
la loro strada.
Lasciar andare. Queste parole sono diventate come una
password per accedere al mondo di questa famiglia. Lasciar andare
Luciana e Giuliano e insieme provare a ritrovarsi come coniugi.
Lavoro ‘normale’, dicevo, per ogni famiglia. Ma qui queste parole
pesano come macigni: ho usato volutamente le stesse parole, ‘lasciar
andare’, per parlare del compito che la vita ha dato a Luigi e
Giuliana anche nei confronti di Rita.
Se è compito di tutti i genitori emanciparsi dai loro figli, essi,
se vogliono vivere, devono ritrovare l’energia per emanciparsi
anche da questa figlia, che ha seguito una strada, certo
dolorosissima, per loro e per lei stessa, ma la sua strada,
quella cioè che lei ha riconosciuto come sua.
In questo compito anche Luciana e Giuliano, i fratelli di Rita, sono
accomunati. Essi sono una risorsa per i genitori: richiamandone lo
sguardo su di loro ed esigendolo, insieme possono essere d’aiuto ai
genitori per ri-scoprire il progetto di vita che aveva portato Luigi
e Giuliana a costruire una casa, dentro la quale poi, prima Rita, in
seguito i suoi fratelli, nel tempo, sono entrati.
Nel processo terapeutico ci proponiamo
di fornire loro l’aiuto necessario a recuperare il progetto di vita
che l’intrusione della morte rischia, ora, di occultare ai loro
occhi.
L’invasione della morte: niente dia-logo
Elena ha 30 anni. A cinque anni le muore il padre e lei rimane con
la mamma e un fratello di poco più grande. La loro vita continua in
tre: sua madre non incontrerà un altro compagno nella vita, “non era
nei suoi progetti”, dice Elena. Nella primavera di tre anni fa si
sposa con Gianni, quattro anni più di lei. Ma “i fiori per il
matrimonio sono diventati i fiori per il funerale” dice, con un
sorriso che, quando lo ricevi, fa stringere il cuore. Arriva la data
del matrimonio. Quattro giorni prima muore improvvisamente la mamma
di Gianni (il padre gli era già morto qualche anno prima). “Che
facciamo? Facciamo il funerale, poi il matrimonio. Come si faceva a
rimandare tutto?”. Venti giorni e si sposano.
L’anno dopo. Maggio porta Alba in casa: “... una bambina
meravigliosa”. Questa famiglia, felice nonostante tutto, sta bene;
il lavoro c’è, un po’ faticoso perché li costringe in un primo tempo
a stare separati per tutta la settimana. Decidono di cambiare:
spostamenti continui, Ancona, Milano, Roma. Ma loro si vogliono bene
e questo è sufficiente per affrontare i disagi e sentire che non
sono poi così pesanti. Novembre: “Finalmente a casa. Un po’ di
quiete in più non guasta mai!”. Alba cresce bene ed è serena, Gianni
lavora, Elena ha lasciato per il momento il suo lavoro per dedicarsi
alla bambina che ancora ha solo sei mesi. Non ci sono problemi
economici, quello di Gianni è un buon lavoro.
Dicembre. Due giorni prima di Natale. Gianni torna da una partita di
calcetto giocata con gli amici, era la sua passione. E’ stanco, si
siede sul divano prima della doccia. Rimane lì e non si rialzerà
più. Dai sanitari del 118 solo due parole “è morto”.
Elena non piange. Tutti le sono vicini, gli amici, la mamma, il
fratello. Tutti piangono e sono disperati, per lei, per la bambina e
per loro stessi. “Tutti si meravigliavano che io non piangevo…
Perché dovevo piangere? Certo che stavo male. Ero preoccupata per
Alba che doveva crescere senza padre”.
Elena entra nel mio studio un anno e mezzo dopo la morte di suo
marito. Viene perché una sua amica, psicologa, è preoccupata per lei
e tanto insiste che, alla fine, chiede un appuntamento. Dalla morte
di Gianni lei e la bambina vivono in casa di sua madre: sono loro
tre, il fratello si è sposato e vive poco lontano. Arriva il giorno
del primo appuntamento e ci tiene a dire che lei, però, sta bene e
che la sua preoccupazione è per la figlia “… che avrà dei problemi a
crescere senza padre?”. Che domanda per una ragazza che senza padre
ci è dovuta crescere! Con questo pensiero, tuttavia, permette ai
suoi occhi di diventare un po’ più lucidi. Le parlo di coraggio per
sentire il dolore: non ci aveva mai pensato, dice.
La terapia è iniziata appena da qualche mese, per di più gli impegni
di lavoro la costringono a tempi lunghi tra una seduta e l’altra e
non le è facile entrare in un pensiero di continuità. Ma quale
disagio oggi la disturba al punto da non rifiutare del tutto
l’ipotesi di prendersi un po’ cura di lei? Lei vive in un piccolo
centro dove tutti si conoscono, e ogni volta che esce sente che gli
altri la guardano “con compassione”, come se dicessero “poveretta,
cosa le è successo!”. Questo non lo manda giù. Non si sente libera
di uscire come vuole, di vestire come vuole, di stare con gli amici
che vuole… Vorrebbe scappare da quel paese. La stessa situazione si
presenta poi nel lavoro. L’azienda in cui lavorava suo marito le ha
offerto di prenderne il posto (ad un livello di responsabilità
inferiore, non avendone la dovuta esperienza). Anche lì, ogni volta
che un cliente o un collega sa della sua storia, lei legge nei loro
sguardi il solito “poveretta, cosa le è successo!”. Non ne può più.
“Io sono Elena. Punto. Non sono ‘Elena di Gianni’. Pensi che anche
gli amici, quando parlano di me dicono ‘Elena…’ ‘quale Elena?’
‘Elena di Gianni!…’. Non ne posso più”.
Da un po’ stiamo provando ad ascoltare il suo dolore, quello che
finora è potuto uscire solo sulla strada della ribellione agli
atteggiamenti degli altri. Qualche momento, accompagnati dal
silenzio, ascoltiamo il pianto del suo cuore, anche se, ancora, non
ha trovato la strada per uscire. Almeno un po’. I suoi occhi non lo
lasciano passare, né la sua parola.
Una domanda, un giorno, siamo riusciti ad ascoltare. Ci chiedeva che
senso avesse tutto quanto le stava capitando. E’ una domanda appena
sussurrata. A me e a lei, però, è arrivata. Anche se tenue,
bisbigliata, timorosa di farsi sentire, penso che, se saremo capaci,
lei ed io, di sintonizzare i nostri orecchi su di essa, questa
domanda ci indicherà la strada per prenderci cura di una ragazza che
a soli trent’anni ha visto il suo campo invaso dalla morte.
Finora non ci ha voluto mai parlare: nessun dialogo con colei
che le aveva portato via quanto la vita le aveva data di più
prezioso, per di più, nei momenti più sbagliati: suo padre, quando
era ancora una bambina, la madre di Gianni quando dovevano sposarsi,
il marito, infine, quando avevano appena cominciato a costruire la
loro casa.
Come si può dialogare con chi arriva e distrugge tutto, senza
alcun rispetto per quanto stai costruendo?
Ora Elena, da tre mesi, è andata a vivere da sola con sua figlia. “I
primi giorni che tristezza… Alba voleva tornare dalla nonna. L’ho
portata a dormire con me… Lo so che non va bene! Non dica niente… Ho
paura di avere sbagliato tutto”. Dopo un mese comincia a sentirsi a
casa sua, così la bambina. Anche sua madre sta accettando che questa
figlia dovrà vivere la sua vita. Da sola o con un nuovo compagno, ma
non potrà continuare a fare per sempre la figlia…
Ieri la seduta. E’ il compleanno di Gianni. La mattina passa al
cimitero poi va al lavoro. Nel pomeriggio ci incontriamo. “Perché
non parliamo un po’ di Gianni?” le chiedo; “Tanto non c’è niente da
dire”. Silenzio. Mi parla delle difficoltà nel lavoro: sembra che il
budget sia molto lontano da quello programmato. E’ un problema
serio. Dopo un po’ provo a far rientrare Gianni tra noi. Finalmente
accetta di parlarne. “Gianni era il massimo, su tutto. Io non voglio
parlarne. Per me è chiuso. Tanto che c’è da dire?”.
Con la morte non c’è da dire niente.
Dialogare con la morte: tra madre e figlia
Antonella è una signora di 40 anni, sposata, con una figlia di 15.
All’età di otto anni lei perde la mamma; ricorda che negli ultimi
giorni di vita la madre diceva che il suo desiderio più grande era
che anche sua figlia potesse morire insieme con lei. Antonella non
capiva perché, anzi lei ricorda che questo la faceva intristire…
“Solo dopo - dice - ho capito perché mamma voleva che io me ne
andassi insieme con lei”.
Questa bambina, crescendo, ha dovuto subire le attenzioni di suo
padre che aveva già fatto la stessa cosa con le figlie più grandi;
poi di suo fratello; poi ancora del marito di una sua sorella che
l’aveva presa con sé proprio perché sapeva il comportamento del
padre. La vita di Antonella, in realtà, non è stata per niente
facile: il collegio, questi uomini della famiglia che approfittavano
di lei. Tutto questo con quanta fatica per costruire un’immagine di
sé con qualche elemento positivo, nonostante tutto… Si è sposata, ma
anche nel matrimonio non ha potuto trovare un compagno che fosse
capace di esserle vicino con quell’affetto che non aveva trovato
nella sua famiglia d’origine. Si separano e si rimettono insieme, si
separano ancora, poi di nuovo insieme… ma né lui né lei riescono a
cambiare.
Ora ha una figlia, 15 anni. Lei sente che in certi momenti in cui lo
sconforto riemerge e la tristezza pervade le sue giornate, questa
figlia le è di grande conforto. Un giorno mi dice: “Ieri mia figlia
mi ha abbracciato e mi ha detto: piccolina mia, non piangere…”. Lei
racconta con grande emozione questo momento, poi, come illuminata,
dice: “Io penso che mia madre è ritornata accanto a me, rinascendo
in mia figlia”.
Io non ho la risposta a questo pensiero. Devo dire che non mi
dispiace. Al momento è una delle direzioni che segue la mia ricerca
personale. Credo, comunque, che è un pensiero con il quale nella
relazione terapeutica si può lavorare se come terapeuta posso
accettare 1) di non averne paura e 2) di non dover essere io a
deciderne la verità o la falsità.
Ora, però, è importante che il percorso terapeutico aiuti Antonella
a cogliere che questo pensiero, oggi, non può farle dimenticare che
se anche lei si ritrova in questa continuità di vita tra sua
madre e sua figlia, nel suo mondo interno come sul piano della
realtà le due persone non possono essere con-fuse. Colei che un
tempo è stata sua madre, per tutto il tempo in cui lo è stata, si
prendeva cura di lei proprio come madre; nel tempo presente, invece,
è lei a doversi curare, come madre, di chi le vive accanto come
figlia. Il legame di amore le unisce, ma il tempo ne ha
differenziato le funzioni.
Il tempo fa la differenza nelle relazioni: è importante, per
la buona salute di entrambe, che i tempi non siano con-fusi.
Dialogare con la morte: diventare madre e figlio
Luciana è una donna di 45 anni che, morendo, lascia Giuliano, il
marito, due figli, Nicoletta di14 anni e Giovanni di 8, e sua madre,
vedova da dieci anni. Luciana è morta un anno fa per un tumore
all’intestino; lo stesso che dieci anni prima aveva fatto morire suo
padre.
A distanza di un anno dalla morte di sua madre, Nicoletta ha avuto
una crisi che ha fatto sospettare un’epilessia; le prescrivono dei
farmaci. Crisi non ce ne sono state più, ma suo padre è molto
preoccupato per lei. Gli viene consigliato di far seguire la figlia
in psicoterapia. Si consulta con una professionista amica di
famiglia – che a suo tempo aveva accompagnato Luciana negli ultimi
mesi di vita – che gli suggerisce di pensare ad una terapia
familiare. Accetta.
In casa vivono il padre e i due figli; è molto presente, pur non
vivendo insieme, la nonna materna. La sua presenza, sempre
importante, era diventata ancora più assidua durante la malattia
della figlia.
In questa famiglia, ora, si scontrano due pensieri: quello della
nonna che vorrebbe parlare di sua figlia: “è un modo - dice - per
renderla più presente e per poterla pensare”, e quello di Giuliano
che, invece, vuole parlare d’altro. I due figli stanno nel mezzo. Il
padre, meno vicino in passato, ma molto presente dalla morte della
mamma, è per loro un punto di riferimento importante e
significativo. La nonna Marta li ha un po’ cresciuti. Gli impegni di
lavoro dei genitori richiedevano la sua presenza: li accompagnava a
scuola, li ospitava nella sua casa per i pranzi e per i compiti
finché uno dei genitori non ritornava. Tuttoggi, quando il padre non
è a casa, Nicoletta e Giovanni mangiano dalla nonna.
Il ciclo vitale di questa famiglia ha i ritmi sballati. La morte
ogni tanto fa di questi scherzi. Quando ti ci trovi in mezzo ti
sembra di non avere più coordinate di riferimento e il
disorientamento diventa totale. “Guardare quel posto vuoto a tavola
è qualcosa che ti strappa il cuore”.
Giuliano a cinquant’anni si ritrova da solo. Con due figli e una
suocera. La sua famiglia d’origine, genitori e un fratello, viventi,
per lui non è mai stata una risorsa su cui contare, nel bene e nel
male. Marta, la madre di sua moglie, è stata l’unica nonna per i
nipoti e per tutta la famiglia. Ora Giuliano e Marta si trovano su
due posizioni divergenti. Lui non esclude la possibilità di
incontrare una nuova compagna e non nasconde questo desiderio; per
Marta questo significherebbe “far morire ancora una volta” sua
figlia. Man mano che la terapia procede, si libera sempre più il
campo dalle preoccupazioni per i figli (erano venuti per Nicoletta…)
e l’attenzione viene catturata da quest’area di tensione che appare
il substrato su cui s’innestano poi gli altri temi di
conflittualità.
Nel confronto con la terapeuta
sento di dover mettere in campo un lavoro che permetta di ridare un
nuovo senso a quanto sta avvenendo. A Marta e a Giuliano ora
la vita sta facendo un’ulteriore richiesta: la loro relazione deve
entrare in un progetto di trasformazione se vuole innescare un
processo evolutivo, per loro stessi e per tutta la famiglia. Quindi
anche per i figli. Quando da ragazzo Giuliano ha sposato Luciana, la
famiglia di lei l’ha un po’ adottato, come un nuovo figlio. E’
questo, del resto, quanto avviene, di norma, al momento in cui due
persone si sposano: ciascuna delle due famiglie accoglie ‘come uno
di casa’ il partner del/la proprio/a figlio/a. Ora questo processo
di adozione ha bisogno di essere ripreso e rimesso in campo con
un’energia che, nella normalità delle cose – quando cioè la morte
non entra nei tempi ‘sbagliati’ – non viene richiesta a nessuno. In
questa famiglia, invece, l’energia richiesta è di altra dimensione e
intensità.
Proviamo a ‘chiedere aiuto’ a Luciana, proponendo in seduta di
‘farla entrare’ in quest’area di conflitto. Sia suo marito che sua
madre hanno, ciascuno, delle ragioni da vendere dal loro punto di
vista. Se dovessimo chiederle a chi dare ragione, credo che
difficilmente lei, pure così geniale e perspicace quando era in
vita, ora saprebbe rispondere a questa domanda. Qui portiamo
Giuliano e Marta. Luciana, che quando era in vita li ha fatti
incontrare, con che animo ora potrà vivere il ritrovarsi causa di
conflitto?
E’ un discorso nel quale non fanno fatica ad entrare: la
vita-oltre-la-morte è un pensiero che appartiene ad entrambi. Non
resta loro difficile, pertanto, immaginare che Luciana possa essere
qui, con noi. Non sappiamo il come, ma possiamo sentire che c’è. La
sua presenza permette di fare un passo avanti. L’ipotesi che
introduciamo e con la quale Giuliano e Marta sono invitati a
confrontarsi è che il progetto che la vita pone loro davanti, ora,
prevede che ciascuno di loro riprenda e completi quel processo di
adozione reciproca
che all’inizio avevano avviato. Ora con maggiore intensità. Solo se
Marta può guardare Giuliano come un figlio – non soltanto
come il marito di sua figlia – riuscirà a comprendere il suo bisogno
e il suo desiderio di avere una compagna accanto a sé, senza per
questo tradire la memoria di Luciana. Parallelamente solo se
Giuliano può guardare Marta come una madre – non soltanto
come la madre di sua moglie – riuscirà a farle sentire che il suo
bisogno/desiderio di trovare una compagna non è contro Luciana, né
contro Marta: per loro ci sarà sempre un posto nel suo cuore, la
presenza di Marta, per lui come per i nipoti, sarà una grande
risorsa affettiva e l’eventuale nuova compagna non occuperà il posto
della madre nel cuore dei figli.
La ‘presenza’ di Luciana, che famiglia e terapeuta si permettono di
sentire come una presenza che accompagna il processo terapeutico,
diventa come una fonte di energia alla quale si può attingere nei
momenti in cui il dialogo e l’incontro tra i mondi di Giuliano e di
Marta, come di Nicoletta e di Giovanni, si trovano davanti a
difficoltà maggiori e non facili da superare.
II.
LA RICERCA DI UN “PUNTO DI OSSERVAZIONE”
A. Ri-trovare il progetto di
vita
Mentre ti scrivo queste pagine, il mio pensiero si cerca. Ecco
perché la sua espressione è maldestra ed il suo aspetto banale o
caotico. Eppure sento che vi sarebbero delle cose da dire sulla
gioia (sana) della morte, sulla sua armonia in seno alla vita,
sull’intimo legame (e nel contempo sulla separazione) tra Mondo dei
Morti e Mondo dei Vivi, sull’unità dell’uno e dell’altro in un
medesimo Cosmo.
(Theilard de Chardin, 1974, p. 23)
Il pensiero mutilante
Scrive E. Morin: “Un pensiero mutilante porta necessariamente ad
azioni mutilanti” (1990, p. 100). Qual è il mio pensiero, come
persona e come terapeuta, di fronte a queste morti e, più ancora, di
fronte alla morte?
E’ vero, dal nostro punto di vista la decisione di Rita, la morte di
Gianni che lascia, dopo un anno di matrimonio, la moglie e una
bambina di 6 mesi, o la morte prematura di Luciana sono fatti
assurdi e inaccettabili per la nostra logica. Se la vita ci pone
davanti a questi fatti, però, dobbiamo chiederci quanto il punto di
osservazione nel quale ci sentiamo collocati ci permette di
coglierne il senso e quanto può configurarsi come l’unico punto di
osservazione possibile.
Una metafora per comprendere. Per scoprire che il pensiero
geocentrico non rispecchiava la realtà, il pensiero umano,
attraverso la ricerca scientifica, ha dovuto percorrere un lungo
cammino, ma non appena ce l’abbiamo fatta a superarlo,
il mondo ha acquistato una dimensione assai più ampia e il nostro
sguardo si è arricchito infinitamente, scoprendosi capace di (=
conquistando) un campo visivo prima neanche pensabile. Abbiamo
‘semplicemente’ spostato il punto di osservazione.
Possiamo pensare che anche il punto di osservazione dal quale
guardiamo la vita e la morte e la loro reciproca relazione si rifà
ad una modalità analoga a quella che guidava il pensiero che
collocava la terra al centro dell’universo? A quello sguardo, cioè,
che non era capace di trascendere la centralità dell’osservatore e
confondeva l’apparenza (= ciò che i sensi coglievano) con la realtà?
Mi chiedo se non contribuisce a rendere ancora più difficile
guardare la morte il fatto che la psicologia sembra aver timore di
guardare la vita e si affida ai suoi strumenti di osservazione senza
accorgersi che sta correndo il rischio di frantumare il soggetto
vivente dentro schemi di riferimento che fanno perdere la
complessità dell’essere persona. Riflettendo sulla difficoltà della
psicologia a cogliere nel suo campo visivo l’unicità e
irripetibilità dell’individuo, Hillman sottolinea come “i suoi
metodi di analisi frammentano quel puzzle che è l’individuo in
fattori e tratti di personalità, in tipologie, in complessi e
temperamenti […]. Le scuole di psicologia più rigorose espellono
addirittura il problema dai loro laboratori, scaricandolo sulla
parapsicologia: che studi pure i casi di ‘vocazioni’ paranormali.
Oppure lo spediscono in qualche avamposto della ricerca nelle remote
colonie della magia, della religione e della follia. Al massimo –
cioè al minimo – la psicologia spiega l’unicità di ciascuno
ipotizzando una distribuzione statistica delle probabilità” (Hillman,
1996, p. 26-27).
Credo che il punto sia la non ancora sufficiente riflessione sulla
necessità di ampliare il nostro punto di osservazione anche
attraverso l’attivazione, o ri-attivazione, di un dialogo sia tra le
diverse scuole di pensiero appartenenti alla psicologia, sia con
l’apertura ai contributi che altre scienze (la filosofia, la
teologia, l’antropologia culturale, ad es.) sono in grado di
apportare nella ricerca sulla comprensione del senso del
vivere-e-morire come dimensioni che definiscono l’uomo nella sua
complessità.
“Vai verso te stesso” - Il permesso di morire
L’irruzione della morte cambia le carte in tavola. Con le carte
cambiate, il gioco non è più quello di prima. Ma il gioco non si
ferma, perché la vita non si ferma. Il passaggio della morte crea
confusione, ci conduce nel mare dell’incomprensibile. Immersi in
questa nebbia rischiamo di perdere l’orientamento e di non sapere
più in che direzione camminare. Non solo disorientati per il colpo
subito, ma disorientati perché la morte che invade una relazione
tanto importante ci pone di fronte al limite dell’impotenza e ci
conduce in un’area che è come una zona minata: l’area dei
sensi di colpa.
Colpa per non aver tutelato a sufficienza la persona che muore, per
averla lasciata morire e per non aver fatto tutto, il possibile e
l’impossibile – soprattutto l’impossibile –, per impedire che la
morte avesse il sopravvento. Colpa per la distanza incolmabile tra
l’ideale dell’io, onnipotente, e la realtà del limite. Frequentare
questa zona minata è qualcosa che ci accomuna tutti: ognuno di noi
sa (o per lo meno cerca di sapere) dove questa si colloca e quanto
vasta essa sia e come il suo richiamo sia potente in certi momenti
della vita.
Luigi e Giuliana, i genitori di Rita, si rimproverano per quei
progetti che non sono riusciti a realizzare, per le inevitabili
inadeguatezze che ogni genitore sente nei confronti dei propri
figli, ma si rimproverano ancora di più per non essere stati capaci
di impedire a Rita di morire. E di fronte al suicidio di una figlia,
o di una sorella, tutte le aree diventano minate ed ogni passo
diventa proibito. Le colpe, per quanto si è fatto o non si è fatto,
per quello che si è riusciti a vedere e per tutto quanto non abbiamo
visto, pervadono ogni momento ed ogni pensiero… Perfino l’aiuto che
i due coniugi possono scambiarsi diventa proibito, perché è come se
in quel momento di conforto dimenticassero quella figlia che ha
deciso di morire. La fatica che questa famiglia ora deve affrontare
è quella di provare a lasciar andare Rita, a poterle dare il
permesso di percorrere la sua strada, quella strada che lei ha
deciso di intraprendere, anche se né la decisione né la strada
possono essere condivise. Eppure questo permesso è un permesso
necessario per lei e per loro stessi. Costruire questo permesso
significa attivare quel processo che ci avvicina alla possibilità di
perdonare a) alla persona che muore per averci lasciati nel
dolore che riempie il vuoto della sua assenza e b) a noi stessi per
non essere stati capaci di impedirle di morire. Perdonare a Rita per
averli lasciati e per averli lasciati in un modo così inaccettabile
e incomprensibile
è la strada per arrivare a perdonare a sé stessi.
Perdonare
significa ritrovare il dialogo con la morte e con la vita.
Ciascuno di noi è all’interno di un progetto di vita che, in
modo più o meno consapevole ed esplicito, proviamo a dirci. Progetto
di vita che non significa soltanto decidere ‘cosa fare da grande’ o
se e con chi sposarsi o se fare dei figli oppure no. Significa, in
senso più profondo, provare a dirsi il senso che ha per me
vivere questa vita.
Giuliana, la mamma, aveva comprato, insieme con Rita, un vestito
nuovo perché di lì a qualche mese lei e suo marito avrebbero
festeggiato il 25° di matrimonio. Il vestito è rimasto dentro la
scatola e non è potuto uscire di lì se non nella stanza della
terapia, dopo oltre due anni. Era come se per loro non avesse più
senso la loro coppia, gli altri due figli, quella ‘casa’ la cui
costruzione era parte del loro progetto. Certo, la morte di Rita è
una ferita enorme, incomprensibile dicevo, ma Rita è solo una parte
di quella casa, non possiamo darle il peso di essere tutto. Non
sarebbe giusto per lei, per le sue spalle, ma non sarebbe giusto
neanche per tutti gli altri che quella casa la abitano.
Recuperare quel progetto significa poter vivere loro e poter
lasciare andare Rita per la sua strada, proprio come dovranno fare
per Luciana e Giuliano il giorno in cui lasceranno la casa dei
genitori per farsene una propria: anche questi due figli hanno
bisogno di essere visti per loro stessi, altrimenti la con-fusione
con la sorella morta può diventare per loro un impedimento a vivere.
Tutto questo mondo è l’area dell’intervento terapeutico: perdonare a
sé stessi per poter perdonare a questa figlia di averli messi di
fronte al rischio di fallimento per quel progetto di vita che
li vedeva accomunati.
Elena, che perde il padre a 5 anni, la madre del marito quattro
giorni prima del matrimonio, il marito dopo appena due anni di
convivenza, ha troppi sospesi con la morte. Un giorno racconta un
sogno. E’ per strada e mentre cammina con sua figlia vede venire
verso di loro Gianni. La guarda ed è serio, non le dice niente, poi
guarda Alba e si mette a giocare con lei. Non ricorda altro. “Se
Gianni è serio e non mi parla vuol dire che ce l’ha con me” “Perché
dovrebbe avercela con lei?” “Non so. Forse dovevo fare qualcosa… che
non ho saputo fare… per non farlo morire” “Cosa?” “Non so. Per
esempio se non lo mandavo a giocare quel giorno, chi sa…”. Ma è
Gianni che ce l’ha con Elena o è Elena che è arrabbiata con Gianni,
che se n’è andato, morendo, senza neanche salutarla?... Di qui,
però, ora sembra non si possa passare. Un’altra strada, tuttavia,
appare al momento percorribile: quella di Alba, la sua bambina, che
non ha più il padre. Di questo si può parlare. Possiamo così
incontrare Gianni, lo incontriamo come padre. Da qui potremo
muoverci per incontrarlo come marito, cosa che ora non è pensabile:
tanto è il dolore, che non ci si può, per ora, neanche avvicinare.
Gianni padre è comunque una strada per incontrare anche il dolore di
Elena figlia, pure questo ancora negato. Poter dare la parola al
dolore che lei colloca in Alba è un primo passo, importante però,
perché è l’inizio della strada che ci condurrà a sciogliere un
legame che in questo momento rischia di cementificare ogni possibile
movimento. Aprire il dialogo con la morte significherà ri-aprire il
dialogo con la vita. E viceversa.
Lasciar andare Rita, lasciar andare Gianni, lasciar andare
Luciana, lasciar andare una madre che muore quando hai solo otto
anni, è un compito che la vita assegna alle persone che restano
perché possano continuare a vivere. Ma essere lasciati andare
per la propria strada è una necessità anche per coloro che ‘se ne
vanno’ (non diciamo così?). Amare una persona che muore – qualunque
sia il momento e il modo in cui lascia questa dimensione della vita
–significa poterle dire: “Va’ verso te stesso,
tu non ci appartieni. Sia benedetta la vita che ci ha consentito di
camminare insieme. Non fermarti di fronte al dolore tuo e nostro,
anche se esso è grande e in questo momento ci sommerge. Va’ per la
tua strada, noi ti siamo vicini, mentre continuiamo a percorrere la
nostra…”
Questo è il pensiero che mi guida nelle mie relazioni personali e
affettive, quando la morte, pur non invitata, decide di
intromettersi. Ed è questo stesso pensiero che mi accompagna
nell’incontro professionale con le persone e le famiglie che si
trovano a dover fare i conti con la perdita di un congiunto. Aiutare
le persone che restano a lasciar andare la persona che muore, perché
ciascuno – chi resta [in questa dimensione della vita] e chi se ne
va [da essa] - possa vivere la propria libertà di camminare verso
sé stesso, che significa ‘continuare nel suo progetto di
vita’.
Una tribù degli Indiani d’America canta:
“Addio, figlio.
Le tue mani
non accarezzeranno il nostro viso,
mai più;
non ci saranno più piccole impronte
sulla terra umida
intorno a casa nostra.
Stai per compiere un viaggio,
un lungo, lungo viaggio,
e devi andare solo:
nessuno di noi può accompagnarti
nel regno degli spiriti. […]
Possano gli spiriti aiutarti
fino alla fine del tuo viaggio.
Così lunga è la strada che hai davanti,
e sono così piccoli i tuoi piedi!
Addio” (Natives, 2005, tribù Wintun).
La terza dimensione
E’ ormai un dato acquisito dalle scienze mediche e psicologiche come
non si possa ridurre il dolore dell’anima, come pure la gioia o la
felicità, ad un’alterazione o ad uno squilibrio nei
neurotrasmettitori. A questo punto, però, un rischio si avvicina:
una volta superato il pensiero che pretende di esaurire la realtà
dell’umano alla dimensione biologica e accettata la necessità di
comprendere l’aspetto psicoaffettivo come dimensione che, pur ad
essa strettamente collegata, tuttavia la trascende, il rischio ora è
di fermarci ancora una volta, per il timore di dover prendere in
considerazione un’ulteriore dimensione, quella spirituale,
che pure ci appartiene e ci definisce.
Non è infrequente che negli incontri con amici o colleghi, perfino
negli incontri ‘ufficiali’ come congressi, seminari, convegni di
studio, emerga il timore di riconoscersi in questo processo di
ricerca e timidamente si cerchi di scappare di fronte a questa
parola, che ci appartiene come umani, che si misura con il desiderio
(speranza, certezza, illusione?) della vita-oltre-la-morte. Eppure
la storia ci evidenzia con buona chiarezza il fatto che da sempre
l’uomo si prende cura dei propri morti; un’azione questa che ci
appartiene e ci differenzia dalle altre specie viventi. Il bisogno
di dare una sepoltura accomuna tutte le culture e tutte le civiltà e
lo ritroviamo presente in ogni epoca storica. I riti sono diversi,
le modalità cambiano nel tempo, ma tutti sembrano dire un medesimo
duplice pensiero: 1) alla persona che muore va garantito un luogo e
un tempo per proseguire la sua strada, perché 2) la vita
e la morte non sono realtà che si negano a vicenda, sono
soltanto modi diversi in cui l’esistere si manifesta. Le
piramidi, le catacombe, i roghi, i templi, i cimiteri, ecc. dicono
tutti lo stesso discorso: la vita non finisce con il momento della
morte, essa si trasforma. Pur nell’emergere delle differenze quando
cerchiamo di guardare a questa trasformazione per darle un nome e
delle forme, questa certezza sembra accomunare le civiltà e le
culture. Eppure il nostro pensiero, che appartiene più a quella
parte del mondo che definiamo ‘occidentale’, che ha saputo costruire
un pensiero scientifico di grande valore, una tecnologia che ogni
giorno ci sorprende per come riesce a potenziare le nostre capacità,
ora si misura con il rischio di vedersi ridurre il campo visivo e di
ritrovarsi dentro un’ottica “parcellizzante”.
Dimensione spirituale,
dicevo, che significa ‘semplicemente’ permetterci di ascoltare la
domanda più profonda e più intima che abita la nostra mente - e il
nostro cuore - la domanda sul senso del vivere e del morire.
Ascoltare la domanda, non necessariamente avere la risposta.
Nel nostro mondo occidentale sembra aver contribuito a rendere
ancora più difficile il tenere aperta questa domanda il fatto che
spesso abbiamo con-fuso ricerca spirituale e adesione ad un credo
religioso, o, più ancora, ricerca spirituale ed appartenenza ad una
chiesa. Quasi che fosse appannaggio esclusivo dell’una o dell’altra
religione il coltivare la dimensione spirituale nella vita. Certo,
una religiosità autentica non può prescindere dalla spiritualità, ma
non è l’appartenenza ad una chiesa che ne garantisce la presenza
nella nostra vita. Spesso, anzi, aderire ad una religione,
appartenere ad una chiesa, rischia di tradursi in una sorta di
impegno/preoccupazione nell’essere fedeli a regole, riti e
tradizioni la cui origine è fuori da noi, piuttosto che in un
atteggiamento di ascolto del nostro mondo interiore e del
desiderio che lo anima.
Ritengo importante questa riflessione, perché l’aver avvicinato a
questa dimensione della ricerca la parola ‘religione’ - a volte,
appunto, identificandola, altre, comunque, con-fondendola - di
fronte a questa parola siamo andati in fibrillazione e ce ne siamo
dette di tutti i colori: abbiamo parlato di “oppio”,
di “illusione”,
di “alienazione”… Quasi che un qualche ‘padrone’ o ‘padre castrante’
possa appropriarsi di noi stessi e toglierci la libertà di pensare e
di agire, la libertà di vivere.
E’ vero, le religioni tendono di frequente a definire sé stesse come
portavoce di tutta l’umanità in una visione antropologica univoca,
tendono cioè a ‘proporre’ la propria visione dell’uomo e della vita
come l’unica visione possibile, al punto da rischiare di non saper
cogliere il valore della libertà dell’uomo, che è capacità di
porsi di fronte alla contraddizione e di misurarsi con il limite. Il
problema con il quale dobbiamo confrontarci, però, è che per paura
di trovarci alienati e privi di questa libertà ci siamo smarriti,
abbiamo smesso di ascoltare il nostro desiderio (da non
confondere con i bisogni), ci siamo aggrappati a qualcosa fuori da
noi e abbiamo tolto dignità alla dimensione spirituale della
ricerca – la ricerca sul senso del nostro essere nel mondo, sul
senso della vita e della morte.
Possiamo fare un’altra osservazione, non ampliabile in questo
contesto, ma utile per una riflessione. Se da una parte possiamo
dire che la presenza della dimensione religiosa nella vita amplia
l’orizzonte dell’uomo credente, collocandolo in una dimensione di
ricerca e di tensione verso una relazione consapevole di
Amore con il suo Creatore, fonte e origine della Vita,
dall’altra, il rischio di con-fonderla o di identificarla con una
serie di norme e di tradizioni rischia non solo di impoverire la
religiosità stessa, ma perfino di rendere più difficile dare respiro
alla dimensione spirituale
della vita.
“Se siete religiosi – sono parole di uno sciamano pellerossa -
potete interpretare le Sacre Scritture e citare la Bibbia; ma esiste
un altro aspetto di questa vita e questo è il sentiero che i nativi
americani chiamano ‘la strada rossa’: la strada che conduce alla
vita, la strada della spiritualità, la strada dello spirito” (Bear
Heart, 1996, p.162). La ricerca spirituale, dunque, appartiene a
credenti e a non-credenti,
perché la dimensione spirituale della vita ci appartiene come essere
umani, come appartenenti, cioè, ad una specie che, avendo raggiunto
il livello della consapevolezza di sé, 1) si chiede quale sia il
senso del nostro essere nel mondo e 2) vive il desiderio di sentire
l’appartenenza al fluire della Vita.
La mia sensazione è che dobbiamo misurarci costantemente con un
pericolo, quello di ritenere che la ricerca spirituale non sia
guidata da un pensiero forte, quindi razionale, quindi degno di
essere pensato. “Il dramma dell’uomo contemporaneo non è la
castrazione (la repressione) della sessualità o dell’emotività, ma
la castrazione e la repressione della dimensione spirituale
dell’essere umano” (De Hennezel 1997, p. 48). Scrive E. Morin: “Io
credo che la vera razionalità sia profondamente rispettosa dei
misteri” (1990, p. 120). Ritengo che possiamo dirci d’accordo nel
dire che non c’è un mistero
grande, quindi importante da sondare, che ci riguarda così da
vicino, più di questo: la ricerca del senso della vita, perché io
sono nel mondo.
“Vai verso te stesso” - Il permesso di vivere
Se è vero che non possiamo incontrare il dolore altrui senza
permetterci di incontrare il nostro, altrettanto dobbiamo dire come
per incontrare il progetto di vita di un altro essere umano e
aiutarlo nella com-prensione e nella realizzazione di esso, sia
necessario poter incontrare il nostro. Abbiamo bisogno, cioè,
di attivare quel processo di dis-velamento a noi stessi del senso
del nostro essere nel mondo, uomo o donna fra gli uomini e le donne,
nell’universo dell’esistenza.
In altre parole abbiamo bisogno di procedere sempre più verso la
conoscenza di quel compito che ci siamo assunti, o ci è stato
assegnato – qui i nostri pensieri possono preferire l’una o l’altra
prospettiva, anche se il pensiero sistemico al quale ci richiamiamo
aiuta a cogliere che questa duplice formulazione non è che una
semplice differenza di punteggiatura – quel compito, dicevo, che
aspetta di essere ‘fatto’ dal momento che abbiamo deciso di entrare
in questa dimensione della vita. In un linguaggio più psicologico
possiamo dire che abbiamo bisogno di esplicitare con noi stessi -
cioè di poterci avvicinare sempre più alla consapevolezza di - quali
sono i valori e i disegni che ci guidano nelle scelte del quotidiano
e il progetto più ampio dentro il quale queste si collocano.
La fisica ci insegna che perfino una molecola, un atomo, una
particella subatomica sono essenziali per l’equilibrio
dell’universo: essenziali significa indispensabili, non superflui.
Come posso non pensare e non sentire che la mia presenza è
essenziale per l’equilibrio e l’evoluzione dell’universo? Ecco
che ci ritroviamo, pur essendo passati per un’altra strada, di
fronte al “paradosso dell’essere umano: un esemplare fra miliardi di
altri esemplari della stessa specie, ma, nel contempo, assolutamente
unico” (Von Franz, 1970, p. 109).
Pensiero ripreso, in un contesto ancora altro, nella lettera che
Paolo di Tarso scriveva ai cristiani di Corinto nel I sec. d.C.:
“Riguardo ai doni dello Spirito
non voglio che restiate nell’ignoranza. Vi sono diversità di
carismi, ma uno solo è lo Spirito e a ciascuno è data una
manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune”
(Bibbia, 1 Co 12, 1.4.7). Scrive Hillman “Il tema della vocazione a
un destino individuale non c’entra con il conflitto tra scienza
senza fede e fede ascientifica. L’individualità rimane di diritto
argomento della psicologia, di una psicologia memore del suo
prefisso, la psiche, e della sua premessa, l’anima, cosicché la
mente può spostare la propria fede al di fuori della religione
istituzionalizzata e praticare la puntuale osservazione dei fenomeni
al di fuori della scienza istituzionalizzata” (1996, p. 27).
Linguaggi diversi e contesti diversi – la fisica, la psicologia
analitica, un testo sacro -, ma tutti ci riportano alla necessità,
per ciascuno di noi, di misurarsi con la ricerca del senso del
vivere-e-morire, in altre parole con la necessità di incontrare il
nostro progetto di vita.
Già Platone, riprendendo il mito di Er,
ci propone l’idea che l’anima entra nel mondo con un progetto da
realizzare. Hillman, richiamandosi a questo pensiero, con la sua
“teoria della ghianda”, scrive: “io e voi e chiunque altro siamo
venuti nel mondo con un’immagine che ci definisce” (1996, p. 27).
“Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine
o disegno che poi vivremo sulla terra […] Come a dire che la mia
situazione di vita, compresi il mio corpo e i miei genitori che
magari adesso vorrei ripudiare, è stata scelta direttamente dalla
mia anima, e se ora la scelta mi sembra incomprensibile è perché ho
dimenticato” (id., p. 23).
Bettelheim, “studioso di psicoanalisi e seguace di Freud”, si dice
“ben consapevole che qualunque tentativo di trovare il senso della
vita è in realtà in misura notevole una proiezione di significati
sulla vita. Ma questo può avvenire solo quando e nella misura in cui
un individuo è in grado di trovare dentro di sé dei significati […].
Bisogna investire la vita di significato, per poterne poi estrarre
un senso” (1952, p. 46).
Scrive Elisabeth Kubler-Ross, una psichiatra che ha speso la sua
vita lavorando con i malati terminali e con gli operatori che
quotidianamente incontravano le persone in questa difficile fase del
ciclo vitale: “Tutta la vita è una scuola. […] Si viene al mondo,
tra le altre cose, anche per aiutare gli altri e per contribuire
alla loro crescita interiore. Prova a pensare ai bambini che nascono
con una malattia o un’anomalia e vivono, che so, due anni. Non hai
idea di quante persone si lascino commuovere da questi bambini e
quanto possa imparare da loro, dalla loro esistenza, la gente. Forse
è questo lo scopo della brevità della loro vita. Si pensa spesso che
la vita di un bambino malato, di un bambino Down non sia degna di
essere vissuta e che, perciò, potrebbe essere troncata con un
farmaco: perché farli soffrire invano? Tuttavia bisogna chiedersi:
dove andrebbero a finire i nostri maestri di vita? Se si ritiene di
dover vivere semplicemente per diventare ricchi, per avere successo,
per ingozzarci di cibo, ecc. Tutto dipende dal punto di vista”
(1993, p. 27).
Brian Weiss, punto di riferimento per l’ipnosi regressiva, ponendosi
dal punto di vista della persona sofferente, scrive: “Il cammino
spirituale, non c’è dubbio, viene accelerato con il superamento
degli ostacoli. Difficoltà apparentemente insuperabili come gravi
malattie psichiatriche o handicap fisici possono dare adito ad un
progresso, non ad un regresso. A mio avviso sono spesso le anime più
forti a scegliere i carichi onerosi che offrono maggiori possibilità
di crescita” (1992, p. 147).
Questo punto di osservazione non è lontano dalle parole di Gesù di
Nazaret “Quello che avete fatto ad uno di questi miei fratelli più
piccoli lo avete fatto a me” (Bibbia, Mt 25, 40). I “fratelli più
piccoli” sono le persone più insignificanti dal punto di vista
sociale e culturale, più emarginate o disgraziate, quelle cui la
vita ha riservato una dose di sofferenza assai pesante.
Riferendosi alla sua esperienza clinica, Weiss dice ancora che
durante la regressione si rievocano le esistenze più difficili,
“quelle più tranquille, i periodi di riposo, sono raramente
significative” (1992, p. 147). Pensiero molto antico se già
duemilaquattrocento anni fa Qoelet scriveva: “Insegna più la
sofferenza che l’allegria” (Bibbia, Qo 7,3). Non è così lontana
un’indicazione che dà Gesù a chi gli chiede cosa fare per progredire
nel proprio cammino spirituale: “Chi vuol venire con me – dice – non
metta sé stesso al centro delle proprie attenzioni e viva le sue
pene di ogni giorno (lett. ‘prenda la sua croce’); così può
seguirmi” (Bibbia, Mt 16, 24).
L’esperienza della psicoterapia ci insegna che se vogliamo
incontrare davvero le persone che ci chiedono un aiuto dobbiamo
chiederci: “Cosa mi sta dicendo realmente questa persona con quello
che mi dice e con quello che fa? In cosa mi sta chiedendo di essere
aiutata?”. Se proviamo ad andare ancora più a fondo, credo che vi
incontriamo una domanda non troppo dissimile da questa: “Perché mi
ritrovo con questa vita così piena di difficoltà?”. Weiss racconta
che una sua paziente un giorno gli dice di aver vissuto
un’esperienza particolare: aveva visitato il posto dove le anime
riposano, riflettono e si rigenerano tra una vita e l’altra;
qui l’anima compare di fronte ad alcune guide, fa un esame
dell’esistenza appena trascorsa e decide in quale vita riprendere il
suo cammino spirituale.
Mi è stato obiettato che parlare di progetto di vita appare
essere un discorso fuori campo nell’ambito della clinica
psicoterapeutica. E’ vero che non è un pensiero tanto frequentato
dai clinici e dai ricercatori della psiche. Già Hillman, per la
verità, aveva evidenziato come la psicologia, pur riconoscendo
l’unicità e irripetibilità di ciascuno, “quando si tratta di dare
conto di questa scintilla di unicità e della vocazione che ci
mantiene fedeli ad essa, sembra non saper bene come muoversi” (1996,
p. 26). Ritengo tuttavia che proprio per la peculiarità della
relazione psico-terapeutica sia irrinunciabile tenere aperta la
domanda su qual è il mio punto di osservazione, in quale
prospettiva mi pongo rispetto al mio essere nel mondo, inserito nel
ciclo della vita e della morte.
Nell’attività di uno psicoterapeuta - e non solo - io credo che
questa ricerca, che è vera ricerca spirituale, non può mancare, anzi
deve poter trovare uno spazio per essere potenziata come parte
integrante del suo processo di formazione continua. Ricerca non
significa risposta. Per costruire una risposta non ci basterà una
vita… Ricerca significa darsi il permesso di tenere aperta la
domanda. La domanda sul senso della vita e della morte e sul
senso che ha per me la vita che sto vivendo ora e la morte che
incontrerò. Tenere aperta la domanda. Possiamo farlo, ci dicevamo
sopra, da credenti o da non credenti: questa è una scelta personale;
ma non sarebbe saggio (= sano) non coltivarla. Magari così potremo
evitare di sentirci dire dalla nostra anima ciò che Kierkegaard
aveva detto di Hegel: “Il Signor Professore sa tutto sull’universo;
ha semplicemente dimenticato chi è lui” (Morin, 1990, p. 120).
E’ il tenere aperta la domanda con me stesso che mi permette di
incontrare il dolore e lo smarrimento di Luigi e Giuliana e di
restare loro vicino nel raccogliere e riaggiustare le ossa rotte
dallo scontro con la morte della figlia. La mia vicinanza può
aiutarli (con-tenerli) nel loro chiedersi cosa possono apprendere
attraverso questa terribile esperienza e come questa può diventare,
per ciascuno di loro, un’occasione di crescita nel proprio processo
evolutivo. Camminare accanto ad Elena, che troppe volte ha visto
entrare la morte nella sua casa durante i suoi soli trent’anni di
vita, sento che significa diventare per lei come un punto-luce che
la possa aiutare a non perdersi nel[l’inutile] tentativo di negare
il proprio dolore e, nello stesso tempo, l’aiuti a ritrovare il
senso, per lei, della sua vita.
(II. LA RICERCA DI UN “PUNTO DI OSSERVAZIONE”)
B. La posizione ‘mèta’
Non portare nell’animo l’idea, solitaria,
che la verità sia tua, e che niente altro sia vero (Sofocle,
Antigone, p. 189)
Il ciclo della vita e della morte
Al ciclo della vita e della morte significati diversi l’uomo ha dato
nel procedere del tempo e nella diversità delle culture, ma, come
dicevo sopra, il pensiero di fondo è unico: la morte - che dal punto
di osservazione in cui ci troviamo ora appare come la fine della
vita - in realtà può essere disvelata nella sua dimensione di
passaggio verso un’altra forma di vita. Parliamo allora di ciclo
della vita e della morte o di ciclo delle vite e delle morti. Il
tempo che accompagna la vita diventa il tempo per la crescita
spirituale.
Consideriamo due pensieri, ora, che, pur avendo origine in due
culture diverse e geograficamente e storicamente distanti tra loro,
da questo punto di vista tuttavia non appaiono poi così lontani.
Il Buddismo, come l’Induismo o, più genericamente,
quelle filosofie o religioni che chiamiamo ‘orientali’ hanno intuito
e sviluppato ampiamente questo pensiero verso il quale anche una
parte del nostro mondo si sta avvicinando. Dice la Bhagavad-Gita:
“All’istante della morte l’anima prende un nuovo corpo, così
naturalmente come essa è passata, nel precedente, dall’infanzia alla
giovinezza alla vecchiaia… L’anima è indistruttibile, eterna e senza
dimensioni; soltanto i corpi materiali che assume sono soggetti alla
distruzione” (Bhagavad-Gita, II, 13.18).
Il Cristianesimo, che ha informato di sé la cultura
‘occidentale’, fa della relazione vita-morte il centro del proprio
messaggio, l’elemento costitutivo. La figura di Gesù di Nazaret non
sarebbe così sconvolgente se la sua storia terminasse con la sua
morte. Sarebbe sì un grande maestro per l’umanità, ma non troppo
diverso da altri maestri spirituali che sono vissuti prima o dopo di
lui (il Buddha, Confucio, Maometto, solo per nominarne alcuni che
hanno avuto ed hanno ancora un gran numero di discepoli…).
Ciò che sconvolge e ti pone di fronte al dilemma, inquietante, se
credere o no è il fatto che lui, dopo aver attraversato il ciclo
della vita e della morte - come tutti del resto -, è risorto. La sua
vita si è trasformata. La risurrezione è ciò che sconvolge gli
uomini suoi contemporanei, i suoi amici e i suoi avversari; ed è ciò
che sconvolge le menti degli uomini che sono venuti dopo, noi
compresi. Questo fatto è incomprensibile per la nostra mente, perché
oltrepassa la dimensione dell’esperienza. Il nostro punto di
osservazione è di chi è completamente dentro il cerchio vita-morte,
potremmo dire ‘dentro il sistema’ e, stando dentro, non può avere
esperienza dell’essere dentro e dell’essere,
contemporaneamente, fuori.
Per il cristianesimo l’uomo entra nella storia di Gesù di Nazaret -
che per i credenti diventa il Cristo
- ritrovandovi la propria storia, nel senso che ogni persona è
chiamata a percorrere lo stesso cammino: attraverso l’esperienza
della vita e della morte realizza la trasformazione della
risurrezione che è pienezza di vita (per il cristianesimo la
Pienezza della Vita è chiamata Dio).
Non diversamente nel buddismo. La storia di Siddharta Gautama,
chiamato dai suoi discepoli il Buddha,
è la storia di ogni uomo che, attraverso il ciclo delle vite e delle
morti, compie il suo viaggio verso l’illuminazione che è la pienezza
della vita. Ogni essere vivente percorre, attraversando il medesimo
ciclo, la stessa strada fino a trovare il ‘Buddha che è il lui’.
Ho fatto cenno a questi pensieri non certo per proporne l’adesione,
all’uno o all’altro, ma solo per evidenziare come, pur in ambiti
così lontani nello spazio-tempo, la domanda su quale relazione
unisca la vita e la morte accomuna culture e tradizioni. La storia
del Cristo o del Buddha, su un piano culturale, possono essere viste
come paradigma o modello di riferimento. Pur con significati diversi
nell’esperienza intrinseca che veicolano, infatti, possiamo tuttavia
provare a collocare su piani analoghi queste due parole così
‘incomprensibili’ per la nostra mente e apparentemente fuori tema in
un discorso sulla clinica – non certo in un discorso sull’uomo.
Resurrezione e Illuminazione. L’una e l’altra parlano di
trasformazione, di passaggio da una dimensione di vita ad un’altra:
da una vita ancora totalmente inserita all’interno del processo
vita-morte, ad una dimensione che dice pienezza, totalità, in altre
parole, superamento del limite insito nella relazione vita-morte che
definisce la dimensione attuale della nostra esistenza.
Ciò che chiamiamo ricerca spirituale, credo proprio che possa
indicare questo processo: essere completamente dentro
l’attuale dimensione della vita e, nel contempo, accettare il
rischio di collocarsi fuori. Un po’ come – per riprendere la
metafora già considerata sopra – ciò che è avvenuto per uscire dal
pensiero geocentrico, quel pensiero che a noi, collocati sulla
terra, ce la faceva vedere al centro dell’universo, un centro
attorno al quale tutto gira e dal quale tutto assume significato. Un
pensiero rassicurante, certo, ma il cui orizzonte, una volta
superato, ci si è mostrato in tutto il suo limite.
L’inevitabile dolore della morte
A rendere questa ricerca ancora più faticosa, però, sta il fatto che
essa potrà, senza dubbio, portarci ad allargare il nostro orizzonte,
quindi ad intravedere l’ampiezza dell’universo, ma non ci toglierà
il limite dell’occhio umano.
Il dramma della morte, infatti, nessuno ce lo toglie, nessun
pensiero può renderlo inesistente o non doloroso. La ricerca che
l’umanità ha fatto nei millenni trascorsi - continua a fare oggi e,
sicuramente, continuerà a fare nei millenni a venire - esprime il
tentativo di trovare un senso alla morte e alla sua relazione con la
vita. Per usare un linguaggio che ci è più vicino, potremmo dire che
questa si presenta come un sintomo che ha bisogno di essere svelato.
Mi spiego. Tutti sappiamo l’importanza del dolore fisico: esso ci
indica che c’è qualcosa da risistemare nel nostro organismo per
ritrovare l’equilibrio della salute. Così è per il dolore mentale.
Sappiamo bene, e dentro questo pensiero proviamo ad accompagnare i
nostri pazienti, che non è togliendo un sintomo (con analgesici di
varia natura) che togliamo il problema. Possiamo pensare che la
morte sia come un sintomo nei confronti della vita? Possiamo
accettare la sfida di questo strano sintomo?
Nella clinica e nella ricerca psicoterapeutica i sintomi appaiono
come qualcosa di incomprensibile (= che non può essere com-preso) e
di misterioso,
essi sono la ‘porta d’ingresso’ attraversando la quale possiamo
entrare per incontrare le persone e per operare, attraverso la
ricerca dei significati, lo svelamento del mistero, di quel progetto
misterioso, cioè, dell’individuo e della famiglia che non può
essere detto se non attraverso il sintomo stesso. Nel momento in cui
possiamo restituire la parola alla sofferenza, noi vediamo che pian
piano il sintomo perde il suo carico e la sua funzione di canale
privilegiato, quando non unico, per esprimere il dolore.
La possibilità che il terapeuta possa essere di buon aiuto nasce dal
fatto che egli può collocarsi in una posizione ‘altra’ da quella
della persona e della famiglia; il suo punto di osservazione è
‘mèta’ e come tale gli dà la possibilità di oltre-passare il
pensiero ‘geocentrico’ dei pazienti e di utilizzare un campo visivo
più ampio. Dentro questo campo visivo dovrà accompagnare i suoi
pazienti, se vorrà essere loro d’aiuto.
Nel momento in cui cerchiamo di cogliere il senso della morte e
della vita, dal momento che ne siamo totalmente dentro, abbiamo
anche noi bisogno di porci in un punto di osservazione altro, mèta,
un punto di osservazione, cioè, che ci permetta di cogliere in una
prospettiva nuova la relazione vita-morte. Credo sia questa
l’operazione che l’uomo cerca di fare, quando accetta di muoversi
nella ricerca del significato del vivere e del morire.
Tuttavia anche la visione più ampia che possiamo raggiungere nel
nostro cammino spirituale non ci toglierà l’esperienza di dolore e
il richiamo dell’incomprensione di fronte alla morte. L’essere
dentro e l’essere fuori - un ‘fuori’ però visto da chi è totalmente
dentro - anche se può indicarci una strada per lo svelamento del
senso, non ci toglie il dolore dell’incomprensibile.
Nel suo processo evolutivo Antonella sembra giunta in un punto di
osservazione che le permette di rileggere parte della sua storia,
ritrovando un po’ di conforto nella vicinanza della figlia che lei
ama vedere come un modo nuovo in cui sua madre continua ad esserle
vicina. Il punto di osservazione nel quale Antonella si sente
collocata è suo, è il risultato oggi della sua ricerca [spirituale].
Le appartiene come un luogo dal quale può guardare la sua storia e,
in particolare, l’incontro con la morte che le ha sottratto la mamma
in un momento così ‘sbagliato’. Questo luogo, però, se pure appare
come una lettura di senso rispetto alla sua vita, non le toglie il
dolore di un’esperienza tanto drammatica: non solo per la morte di
sua madre a soli otto anni, ma anche per tutto ciò che l’ha seguita.
Il dolore di trovarsi ridotta a oggetto di giochi più grandi lei, di
attenzioni sbagliate da parte di chi avrebbe dovuto vederla nella
sua realtà di bambina bisognosa di affetto e di conforto per
contenere la sua sofferenza, rimane con tutta la sua intensità.
Tuttavia la lettura che lei riesce a dare, oggi, della sua relazione
di figlia con sua madre prima, poi di madre con sua figlia, le
consente di guadagnare una posizione mèta rispetto a quella parte
della sua storia che l’ha vista incontrare la morte.
Ancora un esempio da uno dei testi sacri dell’umanità. Quando a Gesù
di Nazaret dicono che è morto un suo amico, il vangelo racconta che
ne rimane molto turbato e piange per il dolore.
Eppure la sua anima gli diceva che l’amico Lazzaro attraverso di lui
sarebbe ritornato a vivere. Ma le parole della sua anima non sono
sufficienti a togliere il dolore di fronte alla morte. Quando poi
sta per incontrare la sua morte - che si preannuncia violenta e
certamente prematura -, il dramma si fa ancora più forte e il dolore
e l’angoscia si somatizzano al punto che la sua pelle trasuda
sangue: a dircelo è un medico, Luca, l’autore del terzo vangelo
(Bibbia, Lc 22, 44). Se proviamo a rileggere con l’occhio del
clinico e con le emozioni del cuore la storia delle ultime ore di
vita di questo giovane uomo, poco più che trentenne, così come ce la
raccontano i vangeli, sentiremo tutto il dramma di una persona che
sta per incontrare la sua morte e combatte tra l’inevitabilità
dell’essere ‘dentro’ la dimensione del dramma e la fatica di poter
guardare da ‘fuori’, cioè da quel punto di osservazione che ha
raggiunto nel suo cammino spirituale. E’ da questo punto, credo, che
può dire, nella sua preghiera al Padre, “sia fatta la tua volontà”;
ma è l’essere ‘dentro’ che gli fa dire “nella mia anima c’è una
tristezza mortale”, lo fa pregare Dio di allontanare da lui questa
sofferenza e lo spinge dolorosamente a cercare conforto nelle
persone che gli sono vicine.
A mo’ di conclusione
Morire o nascere? Quando la clinica cura il terapeuta
Ho più volte sottolineato come un terapeuta – ma sicuramente ogni
persona – non possa eludere la domanda di fondo che ci ha guidato in
queste riflessioni, domanda che ci si ripresenta costantemente in
tutta la sua necessità. Dove sono io? In che relazione sono con la
vita e la morte? Domanda che, in ultima analisi, significa: qual è
il senso del mio essere nel mondo? O, in altre parole, qual è
il punto di osservazione in cui mi trovo collocato e dal quale
guardo il ciclo della vita e della morte?
Dicevo già che diversi incontri con la morte hanno segnato il mio
tempo. Tempo di vita e tempo di lavoro. In altra occasione
ho parlato dell’incontro con la morte di mio padre e di come questa
esperienza di vita sia stata chiamata in causa anche nella clinica.
E’ con gratitudine che ripenso alle persone, alle famiglie che nel
tempo hanno condiviso con me il loro dolore e mi hanno chiesto di
condividere un po’ di strada verso l’attivazione di un possibile
dialogo con la vita/morte. Sono state per me preziose compagne di
cammino verso la possibilità di ospitare, in me stesso, con maggiore
coraggio e consapevolezza, queste due dimensioni della vita – il
vivere e il morire – e il dialogo che, credo, ininterrottamente le
unisce.
Un senso di gratitudine particolare sento nella mia anima verso
alcuni ‘pazienti’ che sono venuti da me in un modo un po’…
eterodosso. Penso al bambino
di Irene, venuto a salvare sua madre da una strada in cui stava
perdendo sé stessa; al bambino di Caterina, frutto di un incontro
impari tra lei ed un professionista molto più grande di lei, ma più
di lei spaventato da quanto stava succedendo; al bambino di
Stefania, che sarebbe dovuto rimanere fuori casa, perché per lui non
poteva esserci spazio nella famiglia che sua madre aveva già con il
marito e gli altri due figli; al bambino di Romina, quaranta anni,
finalmente madre, ma che il suo compagno/non compagno, separato/non
separato, con tre figli che non sanno con chi devono vivere, tanta è
la confusione tra i loro genitori, non ha voluto.
Un pensiero guida costantemente il mio incontro con le persone che
si trovano di fronte a questa esperienza. Aiutarle a ritrovare
dentro di sé il loro bambino e a poterne sentire la presenza nella
loro vita. La presenza, in realtà, c’è già con tutta la sua carica
di rimorsi e sensi di colpa; il lavoro che proviamo a fare è quello
di trasformare questa presenza quasi persecutoria in una vicinanza
che è presenza di vita, meglio ancora, presenza e vicinanza
nell’amore. Riattivare un dialogo con il bambino-non-nato. Questo
dialogo, guidato e costruito nella relazione terapeutica, permette a
questa donna (e al suo uomo, quando si lascia coinvolgere nel
lavoro) di sentire che il ‘suo’ bambino è un suo alleato, l’ha già
perdonata ed ora le è vicino perché anche lei possa giungere a
perdonare a sé stessa. Ogni volta cerco di ascoltare, con ciascuna
di loro, la voce di questo bambino perché è senz’altro una voce che
ha tanto da dire e da insegnare.
Dice Caterina: “Quando ero lì, in ospedale, ho sentito ad un certo
punto che gli stavo dicendo ‘Perdonami se non ti faccio nascere. Ma
io ho tanta paura, non ce la faccio da sola…’” e mentre lo dice la
nostra stanza si riempie di un pianto inconsolabile. Ascoltiamo il
suo pianto. Quando le chiedo se possiamo fare un po’ di posto alla
voce di suo figlio mi guarda sorpresa e, man mano che qualche parola
tra me e lei comincia ad uscire, si apre alla consolazione e il
dolore alla meraviglia. Non aveva mai pensato di poterci parlare e
di poter sentire che il suo bambino vorrebbe essere non più il suo
‘persecutore’ che la rimprovera per ciò che gli ha fatto, ma il suo
‘angelo’
che le vive accanto e l’accompagna nei giorni della vita.
Questi bambini, che hanno esaurito una dimensione della loro
esistenza nei pochi giorni di vita nel corpo-mente delle loro mamme
e nel segreto dei loro cuori disperati, devono essere entrati così
profondamente nella mia anima da riportarmi, quasi
inconsapevolmente, a ritrovare in me la storia della mia nascita.
L’attenzione alla voce di questi bambini nati-non-nati, così vicini
alla vita e alla morte, credo mi abbia portato a ritrovare la voce
di un altro bambino, a me molto vicino anche se lontano nel tempo,
me-bambino e la mia vicinanza alla vita e alla morte.
Se pure è pensiero condiviso, almeno da certa parte della
psicologia, che “il nostro venire al mondo, cioè il vivere, è subito
connotato anche come sensazione di morte” (Fornari, 1985, p. 222),
credo di poter dire, ora, che tra me e lei il dialogo deve essere
iniziato molto presto, dato che mi è stata vicina fin dai primi
momenti di vita, quando ero ancora nell’utero di mia madre.
Cinque anni prima che io nascessi, i miei hanno avuto il loro primo
figlio che, però, è rimasto appena un giorno con loro: si sono
salutati, poi lui se n’è tornato da dove era venuto. Forse la fatica
per nascere era stata troppo grande. Tra lui e me c’è stata la
guerra di mezzo: mio padre è stato richiamato e mandato a combattere
“per la patria”. Undici mesi dopo il suo ritorno sono arrivato io.
La gravidanza è stata buona, ma il timore che anche questo bambino
se ne sarebbe potuto andare come aveva fatto l’altro è stato un
compagno fedele che non ha mai abbandonato la mente dei miei
genitori. L’ombra della morte era lì, accanto e insieme alla
speranza della vita.
Quando viene il tempo di partorire, questa volta decidono per il
ricovero di mia madre in ospedale. E’ ora di nascere, ma sembra che
poi io non ne fossi tanto convinto. Hanno preso il forcipe e ‘con le
buone maniere’ mi hanno detto che, dopo tutto, non sarebbe stato
così male cambiare ambiente… Mi chiedo se allora anch’io non avessi
sentito – come sentivano mia madre e mio padre – che quel canale che
dovevo attraversare, pur breve per i testi di ostetricia e per gli
addetti ai lavori, era troppo lungo per me e il timore dei miei
genitori, che vi avrei potuto fare ‘brutti incontri’, stava
sfiorando anche la mia mente.
L’incontro tra questa parte dolorosa della mia storia e il dolore di
queste giovani donne e dei ‘bambini’ che le stavano accompagnando ha
permesso di riprendere e potenziare un dialogo dove vita e morte
possono guardarsi e parlarsi nella reciprocità dell’ascolto. Devo
dire che non è stato facile per me e, onestamente, sento che di
strada da fare ce n’è ancora tanta… Ma se è vero – ripeto se è
vero, perché questa è un’altra dimensione della mia ricerca
personale sul senso della vita e della morte – se è vero, dicevo,
che noi ci scegliamo il momento, il luogo e le persone per
nascere perché vi intravediamo una buona occasione di crescita
personale, mi piace pensare che tutta questa fatica non andrà
perduta. Questo pensiero mi è di conforto. Come è di conforto
pensare che gli incontri e le esperienze nella vita sono come tanti
‘sassolini’ che ci indicano la strada del ritorno… se possiamo
condividere che “una persona che muore è come un viaggiatore stanco
che ritorna a casa”.
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Tr. it. Oltre le porte del tempo, Oscar Mondadori, Milano,
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Scrive E. Morin: “Per tutta la vita non sono mai riuscito a
rassegnarmi al sapere parcellizzato, non sono riuscito a
isolare un oggetto di studio dal suo contesto, dai suoi
antecedenti, dal suo divenire. Ho sempre aspirato ad un
pensiero multidimensionale. Non sono mai riuscito ad
eliminare la contraddizione interna. Ho sempre sentito che
alcune verità profonde, antagoniste tra loro erano per me
complementari, senza smettere di essere antagoniste. Non ho
mai voluto ridurre a forza l’incertezza e l’ambiguità”
(1990, p. 3).
Dall’avvertenza
editoriale introduttiva a “L’avvenire di un’illusione”: “Nel
presente scritto l’idea religiosa, di cui Freud aveva
studiato l’origine, è definita come un’illusione, la quale
può avere una funzione positiva per taluni singoli
individui, e anche per l’insieme dell’umanità nella sua
storia passata, ma che non può reggere ad una rigorosa
critica scientifica, ed è destinata quindi a soccombere con
il progredire della civiltà” (in S. Freud, Opere vol. X,
Boringhieri, Torino1977, p. 433).
Cfr.
in particolare il racconto nel Vangelo di Marco (Bibbia, Mc
14, 33-41). Chi vorrà approfondire queste riflessioni e
proverà a leggere queste pagine del vangelo potrà vedere la
trasformazione di quest’uomo da prima a dopo essere passato
attraverso l’esperienza della morte.
Questo lavoro è pubblicato in M. Andolfi, A.
D'Elia (a cura di),
LE PERDITE E LE RISORSE DELLA FAMIGLIA,
R. Cortina Ed., 2007
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