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(Riassunto)
L'autore presenta una sintesi di quattro anni di lavoro fatto nel
trattamento di una bambina (Lorenza) affetta da Sindrome di Wolf-Hischhorn (4p-), una rara
anomalia cromosomica con quadro clinico molto grave.
L'intervento, che ha coinvolto sia la famiglia che la scuola, ha avuto due periodi
consecutivi: il primo (i primi due anni) finalizzato prevalentemente alla ricostruzione
del mondo esterno della bambina, il secondo (terzo e quarto anno) orientato verso la
scoperta e la conoscenza del suo mondo interno. Si discutono i presupposti teorici
e si indicano alcuni dei cambiamenti avvenuti sia nella bambina che nella sua famiglia e
nella scuola. Lorenza ha ora 11 anni e frequenta una 4a classe elementare. L'intervento
è tuttora in corso.
Parole chiave: Sindrome di Wolf-Hischhorn (4p-); alterazioni cromosomiche; handicap.
(Summary)
Title: BEHIND THE HANDICAP MASK: About individual, family and school
treatment of a child with Wolf-Hischhorn syndrome (4p-).
The Author presents a synthesis of four years treatment of a child (Lorenza) with
Wolf-Hischhorn syndrome (4p-), a very serious and rare chromosome disease.
The intervention has been developed, with child her family and school, in two
consecutive periods with the aim of external chil world reconstruction (first two years)
and her internal world discovery (third and fourth year). Theoretical assumptions
are discussed and both child and family and school changes are showed. Lorenza is
now 11 years old and is in a forth form of primary school. The intervention is continuing.
Key words: Wolf-Hischhorn syndrome; chromosome diseases; handicap.
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Io sono un estraneo in questo mondo,
il mio esilio è fatto di una severa solitudine
e di un doloroso isolamento.
(G.K. Gibran, poeta libanese 1883-1931)
1. INTRODUZIONE
Il problema handicap
Oltre dieci anni di lavoro con soggetti handicappati ci hanno dimostrato come sempre
più spesso l'handicap, che normalmente è considerato come un limite per il soggetto che
ne è portatore, diventa una barriera tra chi lo porta e gli altri: diventa una maschera
dietro la quale l'individuo scompare (impara a scomparire) per dare vita al personaggio 1 . Il problema, così, diventa non più quello di comunicare con
la persona, ma quello di studiare il personaggio (quali sono le sue potenzialità, quali i
suoi limiti, che cosa può fare, che cosa non può fare, quali sono i rischi che corriamo
se lo facciamo abitare con noi, ...).
Tuttavia l'efficacia del lavoro con gli handicappati è legata proprio alla capacità di
guardare oltre l'handicap e di non lasciarsi ingannare dal personaggio che il soggetto ha
imparato a rappresentare.
Più volte abbiamo dovuto toccare con mano la verità di quanto M. Mannoni ha scritto
(1964): "Da un punto di vista teorico, una migliore conoscenza dei fattori organici
dovrebbe semplificare e rafforzare i nostri mezzi dazione: ma in pratica, troppo
spesso, la fede iniziale nel carattere determinante dei fattori organici ci serve
malauguratamente a giustificare la nostra impotenza".
Interessante sarebbe analizzare i meccanismi di accettazione/rifiuto nei quali fin dal
primo apparire del problema handicap il bambino è immesso e attraverso i quali soltanto
impara che può comunicare, quindi vivere. Meccanismi che gli vengono imposti dagli adulti
significativi: genitori, educatori, insegnanti, operatori della sanità. Un ruolo
fondamentale in questo processo giocano gli Operatori sanitari che il piccolo, con la sua
famiglia, è costretto a frequentare: troppo spesso ci si vive come esperti-studiosi di
handicap [maschere-personaggi] e quindi esperti del recupero/non recupero funzionale,
lasciando poi ad altri (a chi?) la competenza e il compito di un recupero in
umanità.
La situazione di Lorenza era emblematica da questo punto di vista: la rarità della
sindrome, quasi sconosciuta alla maggior parte degli addetti ai lavori, e lestrema
gravità del quadro clinico avevano fatto sì che i genitori per primi si erano visti
costretti ad azzerare ogni residuo di speranza in una qualche forma di vita
umana nella loro bambina; erano giunti infatti a porsi di fronte ad essa
aspettantone - temendola e nel contempo desiderandola - soltanto la morte, presentata
sempre come imminente e come unica via di uscita.
Quanto viene presentato in queste pagine è la descrizione del nostro tentativo di
recupero nei confronti di una bambina e del suo ambiente familiare e scolastico.
La Sindrome di Wolf Hischhorn (4p-)
La Sindrome del 4p- risulta da deficienze strutturali di un cromosoma del gruppo B
(cromosomi 4 e 5). Si tratta di delezione parziale [-] del braccio corto [p] del cromosoma
4.
Solo nel 1964 diviene possibile distinguere tra loro i cromosomi 4 e 5 con l'introduzione
dellautoradiografia da parte di German e coll.: la tecnica di colorazione classica
non permetteva la differenziazione, dato che entrambre le coppie presentano praticamente
lo stesso indice centrometrico.
L'anno precedente Lejeune aveva descritto la delezione parziale del braccio corto del
cromosoma B, ma con caratteristiche dismorfiche particolari (ipotrofia, encefalopatia
severa, microcefalia, facies a tipo di elmo di guerriero greco) non corrispondenti alla
tipica sindrome "cri du chat". Il cariogramma rivelava una delezione parziale
del braccio corto del cromosoma 4. Nei rapporti successivi viene confermata la
corrispondenza di tale quadro malformativo con questa alterazione del cariotipo, sia con
autoradiografia che con la tecnica, più recente, del bandeggio.
Lincidenza della sindrome sarebbe di 1/300.000 nati secondo Polvani; 1/25.000 nati
secondo Hamerton; nel 1977 Rethor in una rassegna della letteratura mondiale ne riporta 40
casi certi: 26 femmine e 14 maschi (da Pellegrini e coll. 1980).
Per un quadro sintetico dei principali segni clinici in questa sindrome si veda la tab. 1
tratta da Giuffrè e coll. (1977).
20
40
60
80
100
_________________________________________________
| grave ritardo
mentale
|
GENERALI |_________________________________________________|
| basso peso alla
nascita
|
| ritardo della
crescita
|
|_________________________________________________|
NEUROLO- |
ipotonia
|
GICI |
convulsioni
|
|_______________________________|__________________
CRANIO | microcefalia e/o brachi e
turricefalia |
FACCIALI |_________________________________________________|
| naso a becco di
uccello
|
|___________________________________________|
| ipertelorismo
oculare
|
|_______________________________________|
|
micrognatia
|
| glabella
prominente
|
|_________________________________|
| padiglioni auricolari a basso impianto, |
|malconformati
|
| e/o neoformazioni
preauric.
|
|_______________________________|
| schisi
palatina
|
| e/o
labiale
|
|______________________________|
|
epicanto
|
|______________________________|
| rima orale
concava
|
| in
basso
|
|_______________________|__________
GENITALI | criptorchidismo e
ipospadia
|
|_________________________________|
MANI | ipoplasia dei
derma-
|
| toglifi;
prevalenza
|
| di
archi
|
| sui
polpastrelli
|
|_______________________|
ALTRI | malformaz.
cardiache |
|_______________________|
| fossette presacr.
|
|___________________|
Tab. n.1: Frequenza di alcuni segni clinici nella sindrome del 4p- (da Giuffrè e coll.
1977).
2. IL CASO CLINICO
Lorenza ha ora 11 anni e frequenta la 4a elementare. La sua famiglia è
composta da padre e madre, ambedue operai, e una sorella di sei anni più grande di lei,
studentessa.
Nata alla 40a settimana da parto vaginale in presentazione di vertice, pesa alla nascita
Kg.1,800. Presenta, oltre al notevole ritardo di crescita intrauterina, una serie di
dismorfismi la cui descrizione riprendiamo da Pellegrini e coll. (1980) che hanno studiato
Lorenza dalla nascita per tutto il primo anno di vita.
Cranio e faccia: microcefalia (circonferenza cranio cm. 29), prominenza delle bozze
frontali, fronte alta, glabella larga, naso grossolano con punta rotondeggiante a becco di
pappagallo; impianto basso del padiglione auricolare; rima palpebrale obliqua in basso e
in fuori, epicanto bilaterale. Mento piccolo e parzialmente retratto. Il tutto evoca
l'aspetto tipico di un antico elmo di guerriero greco. A carico dellocchio si nota
nistagmo, coloboma irideo ed ectopia pupillare OS, obliterazione del canale lacrimale.
Collo allungato; tronco piuttosto allungato e presenza di una fossetta coccigea. Arti:
piede equino supinato a sn. Mani: clinodattilia; i dermatoglifi appaiono nettamente
ipoplasici con riduzione notevole delle creste. Organi genitali di aspetto normale,
femminile. Lesame RX total body non rivela alterazioni particolari, né difetti di
saldatura della linea mediana. Esame citogenetico (Istituto di Biologia
dellUniversità di Ancona): un primo esame standard rivela laccorciamento
delle braccia corte di un cromosoma del gruppo B [Bp-]; il successivo esame, mediante
bandeggio (bande G), definisce lalterazione a carico del cromosoma 4: il cariotipo
risulta essere: 46, XX, 4p-.
La bambina presenta, fin dai primi giorni di vita, impossibilità alla suzione,
scarsissimo accrescimento ponderale, ipotonia notevole. In 13a giornata episodio di crisi
convulsiva generalizzata della durata di 15 minuti; tali accessi convulsivi si ripetono
più volte nel corso della degenza ospedaliera seguita alla nascita.
Il bilancio neurologico (sec. Vojta) a due mesi rivela ritardo neuromotorio notevole, data
la presenza di ipotono e di un elevato numero di risposte patologiche. Continua inoltre un
accrescimento ponderale e staturale notevolmente deficitario: a 8 mesi pesa Kg. 5,300, ha
una circonferenza cranica di cm. 36 e un'altezza di cm. 60, il ritardo neuromotorio ancora
più evidente con presenza di movimenti coreoatetosici pressocché continui. LEEG
rivela alterazioni bioelettriche di grado elevato diffuse a tutto lencefalo.
Ad un'indagine sulla eventuale presenza di anomalie congenite negli ascendenti e
collaterali, sia da parte materna che paterna, non si sono evidenziate patologie di sorta
(Pellegrini e coll. 1980, passim).
Alletà di 11 anni la bambina pesa Kg. 13, alta cm. 109, ha una circonferenza
cranica di cm. 39 e una circonferenza toracica di cm. 56. Presenta gravissima ipotonia;
controllo del capo appena accennato, controllo del tronco assente, deambulazione assente,
controllo degli sfinteri assente. Gravissima insufficienza mentale e ritardo psicomotorio;
totale assenza di linguaggio verbale: emette soltanto qualche suono. Appaiono alcuni segni
di vita di relazione (v. avanti).
3. LE TAPPE DELL' INTERVENTO E IL METODO
DI LAVORO
Nel momento in cui iniziamo il nostro intervento Lorenza frequenta
lultimo anno di scuola materna. Ha 7 anni. La bambina è regolarmente inserita,
manca però un reale 'progetto' di intervento.
Come primo passo si decide che tutte le persone che intervengono su Lorenza si
costituiscono in gruppo di lavoro. Esse sono: i genitori, il personale della scuola
(direttore didattico, insegnanti della sezione e personale inserviente), assistente
educatrice incaricata dal Comune, operatori del Servizio sanitario (assistente sociale,
fisioterapista, medico di famiglia e psicologo). Il gruppo di lavoro è coordinato
dallassistente sociale.
Possiamo dividere i quattro anni di lavoro finora effettuato in due periodi distinti, di
cui il secondo va letto come un'evoluzione del primo.
1° periodo: verso la ristrutturazione del mondo esterno
Il gruppo si incontra periodicamente presso la sede della Scuola (materna prima,
elementare poi) ogni 2-3 mesi: ciascuno riferisce ciò che osserva in Lorenza e ciò che
fa con lei. Lassistente sociale, inoltre, incontra periodicamente la famiglia: si
tratta di ricostruire un minimo di spazio vitale per la bambina.
Ci rendiamo subito conto che non conosciamo Lorenza: ciascuno ne ha un'idea molto parziale
e la letteratura conosciuta non ci è di molto aiuto, limitandosi ad una descrizione della
sindrome.
Si decide di lavorare inizialmente per ritrovare fra tutti una unitarietà di
intervento.
I punti principali del programma, che man mano riusciamo a formulare, sono:
1. riorganizzare la giornata della bambina in modo che possa avere un senso per lei (e per
noi);
2. rivedere la sua alimentazione;
3. controllare sistematicamente il suo stato di salute fisica;
4. riorganizzare la sua vita di relazione.
Possiamo così sintetizzare i risultati dei primi due anni di lavoro (i numeri a
margine fanno riferimento ai punti sopra indicati).
1. Da una iniziale situazione di caos (la bambina non ha orario, il giorno e la notte si
confondono), la giornata di Lorenza si presenta, ora, in questo modo:
- al mattino va leducatrice a casa unora prima della scuola: la veste e le dà
da mangiare; poi laccompagna a scuola con il pulmino insieme agli altri
bambini;
- dalle 8,30 alle 12,30 Lorenza sta a scuola, in classe, con gli altri bambini: sono in
tutti 19; nella classe, oltre allinsegnante titolare cè uninsegnante a
tempo pieno messa a disposizione dal Provveditorato agli Studi. La bambina sta o sulle
braccia di una delle insegnanti o su un lettino-seggiolone costruito apposta da suo
padre;
- alla fine della scuola ritorna leducatrice assistente, per accompagnarla in una
mensa scolastica (la scuola che Lorenza frequenta non ha la mensa) dove mangia nella
stessa sala con gli altri bambini. E leducatrice che le dà da mangiare;
- finito di mangiare leducatrice laccompagna a casa dove resta con lei fino
alle 16. Per il resto del pomeriggio la bambina rimane affidata alla sua famiglia.
2. Fino all'età di 7 anni Lorenza ha mangiato soltanto omogeneizzati: si credeva che non
potesse masticare; in realtà non sapeva farlo. Ora la bambina è in grado di mangiare
anche un po di pasta, opportunamente spezzettata, carne macinata, verdura e frutta.
Lavere introdotto tanti gusti diversi ha fatto sì che mangiasse con più appetito
e, crediamo, con più piacere.
3. Un grande lavoro viene fatto con la fisioterapista per permetterle di respirare meglio:
la bambina soffre di frequenti bronchiti: le vengono praticati esercizi di
"drenaggio" due volte la settimana. Continua la terapia di controllo degli
episodi convulsivi. Il medico di famiglia e il reparto di Pediatria del locale Ospedale
seguono il suo stato di salute.
4. Lorenza è stata per anni chiusa in casa, affidata esclusivamente alla famiglia, in
particolare alla madre che durante lorario di lavoro si faceva sostituire da una
vicina di casa.
Ora Lorenza è inserita in una scuola, dove passa l'intera mattinata all'interno della sua
classe. E accettata dalle insegnanti e dai compagni: in prima elementare i bambini
della classe fanno anche un giornalino tutto su Lorenza e si organizzano (questo varrà
anche per gli anni successivi) per avere ciascuno un po' di tempo da passare con
lei.
Dopo qualche mese Lorenza sembra rispondere, con mugolii, cenni di sorriso, movimenti
delle mani, a quanto le capita intorno e a quanto gli altri le fanno. Le insegnanti
riferiscono - siamo poco dopo la seconda elementare - che la bambina "canta" (=
emette dei suoni cantilenati) quando gli altri bambini cantano e smette poco dopo che gli
altri hanno smesso.
2°periodo: verso la conoscenza del mondo interno
Al terzo anno di lavoro i "progressi" di Lorenza rallentano:
siamo a metà circa della 2a elementare. Ci si chiede, soprattutto da parte delle
insegnanti, che cosa è possibile fare ancora con la bambina. Il disagio appare
soprattutto legato al fatto che il divario tra i "progressi" che compie Lorenza
e quelli dei suoi compagni, anche solo dal punto di vista maturativo, diventa sempre più
marcato: senza considerare, poi, che il processo di apprendimento scolastico è,
ovviamente, del tutto assente in lei.
Questo fa aumentare i livelli d'ansia soprattutto in quegli operatori che tutti i giorni
hanno a che fare direttamente con la bambina: le due insegnanti della scuola e
l'educatrice comunale. Emerge sempre più il desiderio, allinizio piuttosto lontano
dai livelli di coscienza, ma man mano sempre più chiaro, di entrare in un rapporto più
profondo con il mondo emozionale della bambina.
Il lavoro viene quindi così riorganizzato:
a. continuano gli incontri del gruppo di lavoro (in tutte le sue componenti). Ne vengono
fatti uno allinizio, uno a metà e uno al termine dellanno scolastico: essi
servono a verificare lattività svolta con la bambina da parte di ciascuno nei vari
ambienti e a conservare il carattere di unitarietà allintervento;
b. accanto agli incontri del gruppo di lavoro introduciamo una nuova modalità operativa:
delle sedute mensili, di un'ora e mezza ciascuna, alle quali partecipano le due insegnanti
della classe e l'educatrice comunale: le persone cioè che tutti i giorni lavorano
direttamente con la bambina. Le sedute sono condotte dallassistente sociale e dallo
psicologo del Distretto sanitario.
In seduta le insegnanti portano i loro vissuti, le loro ansie, i loro pensieri e qualunque
altra cosa ritengono di dover portare. Ciascuna di loro tiene anche un diario giornaliero
in cui segna il proprio stato emotivo, indipendentemente dal fatto che questo appaia o
meno collegabile alla situazione di Lorenza. Il diario è materiale privato che possono
usare o non in seduta.
Questi incontri, che si svolgono presso la sede del nostro Servizio, assumono via via una
fisionomia simile a quella dei Gruppi Balint.
Per tutto l'anno scolastico 1985-86 il lavoro continua secondo queste due direzioni che si
rivelano perfettamente integrabili tra loro.
4. DISCUSSIONE: I PRESUPPOSTI
TEORICI
Il recupero del Sé unitario
Se la costruzione del proprio sé passa attraverso la percezione del sé
corporeo (Freud 1922), è facile immaginare quanto sia più complesso che per altri il
processo che deve compiere un handicappato il cui corpo, per definizione, viene come
sezionato e affidato a personaggi disparati, specialista ciascuno di un segmento
particolare: madre, padre, insegnante, tecnico del recupero funzionale, assistente,
medico, ecc.
La ricostruzione di una certa unitarietà del mondo esterno, rappresentato appunto da
tutti questi personaggi (oggetti) in relazione reciprocamente significativa con la
bambina, si configura come un primo tentativo di ricostruire una unità corporea,
integrando tra loro, il più possibile, gli oggetti di proiezione/identificazione.
Di qui la necessità di costituire il gruppo di lavoro come luogo di identità: sia per
ogni membro del sistema relazionale di Lorenza che, soprattutto, per lei stessa.
La "scatola nera"
L'estrema povertà di conoscenze sulla sindrome presentata ci ha collocati con maggiore
facilità nella condizione di porre lequazione "Lorenza = scatola nera".
La scatola nera è, per definizione, un oggetto non conoscibile: ciò che possiamo
conoscere sono gli input [che partono da noi] e gli output [che da essa escono e che noi
siamo in grado di percepire] che, a loro volta, diventano input per noi in un rapporto di
causalità circolare: il sistema è un sistema a retroazione.
|
output >
< input |
sperimentatore/ interlocutore |
|
La teoria della scatola nera, afferma Ashby, "non è altro che lo studio delle
relazioni fra lo sperimentatore e il suo ambiente con particolare riguardo al flusso delle
informazioni. [...] Lo studio del mondo reale diventa così lo studio dei
trasduttori" (Ashby 1956) 2. In altri termini,
riferendoci ad un sistema relazionale tra persone, potremmo dire che ciò che è
osservabile e studiabile è il processo comunicativo in atto in un certo sistema a
retroazione.
Il processo comunicativo
Con Lorenza ci siamo trovati in una situazione di totale assenza di codici comunicativi
condivisi, sul piano della coscienza, tra noi e lei: e ciò in entrambe le dimensioni, sia
numerica (verbale) che analogica (non verbale).
Particolarmente stimolante ci è parso, ai fini di rispondere all'esigenza di un rapporto
più approfondito con la bambina, in una situazione così strutturata, il concetto di
"identificazione proiettiva".
Secondo la scuola psicoanalitica, che lo ha elaborato, questo meccanismo sta a significare
l'operazione della fantasia, onnipotente, per cui parti della personalità e del mondo
interno possono essere scisse e proiettate nell'oggetto in cui vengono identificate.
Questo meccanismo, che in un primo tempo era stato studiato come operante per le
"parti non desiderate" del proprio sé, è apparso in seguito come un processo
molto più ampio nella sua operatività. "In condizioni normali, scrive Grinberg
(1979), l'identificazione proiettiva determina la relazione di empatia con l'oggetto, e
ciò non soltanto perché permette di potersi situare nel luogo dell'altro e meglio
comprendere i suoi sentimenti, ma anche per ciò che nell'altro evoca". E lo scambio
è in entrambe le direzioni.
Questo meccanismo, che è molto primitivo e funziona fin dai primi istanti di vita, ci
accompagna e opera in ogni successiva relazione oggettuale. Il soggetto invia messaggi
all'oggetto: questi a sua volta riceve tale materiale, lo elabora e, interpretando quanto
ha ricevuto, fornisce una risposta: controidentificazione proiettiva (Grinberg 1979).
Questo concetto si è rivelato particolarmente stimolante e ricco in
quella parte di lavoro che abbiamo indicato sopra come caratterizzante il salto di
qualità che si è potuto operare nel 2° periodo dell'intervento: le sedute mensili con
le tre insegnanti.
In analogia all'immagine che Bion usa per rappresentare il legame madre-bambino, abbiamo
ipotizzato, nella nostra situazione, le insegnanti come il contenitore dei contenuti che
Lorenza vi proietta. Nel processo, ineliminabile, di 'restituzione' esse hanno la
possibilità di:
1. disintossicare il timore della bambina, metabolizzato dalla loro capacità di
rêverie;
2. rifiutare la proiezione e restituirla immodificata;
3. agire come un 'oggetto cattivo' che spoglia la proiezione del suo specifico significato
e la restituisce come un "terrore senza nome"
il bambino
sente, prova (timore, desiderio, angoscia...) |
|
(1)
>
(2)
< |
la madre
percepisce (= prova lo stesso sentimento)
ò
agisce (= lo trasforma in parola) |
|
Condizione necessaria perché questo lavoro di analisi e di elaborazione diventi possibile
è che gli adulti coinvolti accettino di porsi nell'atteggiamento di 'ascolto', che è,
contemporaneamente, ascolto del desiderio del bambino e ascolto del proprio
desiderio.
Il 'materiale' dell'ascolto diventa l'oggetto dell'elaborazione in seduta.
Le insegnanti giungono, attraverso questo processo di elaborazione, a trasformare in detto
il non detto: parlano alla bambina di ciò che esse percepiscono nel loro stesso mondo
interno: pensieri, paure, ansie, gioie... La parola dell'adulto diventa parola rivelatrice
e chiarificatrice.
In una delle prime sedute, l'insegnante R. racconta un sogno che aveva
fatto qualche notte prima: aveva sognato che lo psicologo (uno dei due conduttori) le
aveva telefonato a casa per dirle che aveva bisogno di parlare con lei di una cosa
importante: "Dobbiamo trovare lo spazio..."dice lui; e lei: "Be', adesso
non ci ho niente, non ci ho impegni, vengo subito". "Io pensavo, aggiunge, è
segno che adesso vuole lavorare individualmente". "Invece, commenta mentre
racconta il sogno, eccoci di nuovo tutte in gruppo!".
Tra le varie associazioni che il gruppo fa, che qui per brevità si tralasciano, si parla
del desiderio di R. di avere "uno spazio maggiore" per potersi esprimere; del
bisogno, condiviso anche dalle sue colleghe, di vedere maggiormente riconosciuto tutto
questo lavoro che sta facendo, da parte del direttore della scuola. Una serie di altre
associazioni ci porta a parlare dei rapporti che ciascuna di loro ha avuto, o ha, con il
proprio padre, in particolare della sensazione di non aver ricevuto tutta l'attenzione che
avrebbe voluto. Un'altra serie di associazioni vede nell'insegnante del sogno l'immagine
dei vari bambini handicappati che sono trascurati e hanno "poco spazio" sia
nella scuola che fuori... finché il gruppo giunge a vedervi un handicappato in
particolare: Lorenza, il cui padre, nella seduta precedente, era stato descritto come poco
presente nella vita della figlia.
Attraverso questo sogno, il cui linguaggio ci permette di fare discorsi a così vari
livelli, è 'come se' l'insegnante avesse in qualche modo realizzato il desiderio di
Lorenza: quello di avere "più spazio" presso suo padre e la sua famiglia.
5. RISULTATI CONSEGUITI LINEE DI LAVORO SUCCESSIVO
Non siamo in grado di emettere prognosi sullevoluzione psicofisica
della bambina. Non sappiamo neppure quanto riuscirà ancora a vivere: il caso più longevo
di cui si è avuta notizia finora aveva 17 anni (Miller 1970).
L'estrema gravità del quadro clinico non è stata intaccata da tanti anni di lavoro,
salvo, probabilmente, un rallentamento nel processo irreversibile di deterioramento
progressivo.
Sul piano fisico lo stato di salute della bambina non sembra migliorato, se si eccettua
una minore frequenza di bronchiti dovuta probabilmente alle sedute settimanali di
"drenaggio" presso il centro di riabilitazione e a una maggiore ricchezza
nell'alimentazione che può aver contribuito ad accrescere le sue difese naturali. La
scoliosi invece non ha dato cenni di miglioramento, così pure la grave ipotonia: è
evidente anzi il progressivo deterioramento.
Qualche significativo segno di cambiamento, sia pure molto modesto, appare invece sotto il
profilo psichico. La bambina è più serena, sorride o manifesta nervosismo con una certa
congruità. Non è più indifferente alla presenza degli altri: li cerca (mostrandosi
tranquilla quando essi rispondono) o li rifiuta (dando segni di agitazione se non sono
graditi). Così pure nei confronti del cibo e della cura della sua persona quando viene
cambiata, lavata o pettinata: segni di accettazione o di rifiuto sono ora intelligibili
piuttosto facilmente per chi le sta abitualmente accanto.
Grossi cambiamenti, in positivo, si sono prodotti invece nelle persone del suo sistema
relazionale. Ne indichiamo i più significativi:
a. in famiglia
I genitori hanno scoperto di avere una figlia con una dimensione umana di vita affettiva,
nonostante la (quasi) sola apparenza di una dimensione puramente vegetale. Ciò li ha
portati ad una maggiore accettazione della bambina e, contemporaneamente, ad una maggiore
serenità (superamento di sensi di colpa) nella vita personale e di coppia. Un più basso
livello di ansia si è tradotto in comportamenti impensabili qualche anno fa. A titolo di
esempio: all'ultimo compleanno della bambina hanno fatto una festa invitando tutti i
bambini della sua classe; da due anni a questa parte la stanno mandando alla colonia
diurna estiva, al mare, con gli altri bambini...
b. a scuola
Le insegnanti hanno potuto attivare, attraverso laffinamento della loro capacità di
ascolto, una modalità diversa di rapportarsi non solo alla bambina, ma anche agli altri
alunni e perfino alle loro colleghe. "Abbiamo scoperto che era lavorando su di noi
che potevamo lavorare con Lorenza. [...] Ho capito che non sapevo ascoltare: quanto a me,
non mi ha mai ascoltato nessuno.[...] Il fatto è che ormai la vediamo (la bambina) con un
altro occhio. Certo, esternamente si vede che è diversa: è l'atteggiamento nei confronti
suoi che è cambiato: ecco, si va a vedere un film, si esce col pulmino, se ne parla, di
lei, ma non come un handicappato che ha un problema per cui non ci può venire per questo
o per quello: se lei oggi non ci può venire ci stiamo male, mentre prima magari pensavamo
che tanto lei aveva la maestra di sostegno... adesso invece se non può venire con gli
altri bambini ci dispiace proprio. [...] Ecco, il fatto è che... dire a voce le esigenze
sue, i suoi pensieri... è proprio un considerarla normale... [...] Prima era
un'handicappata, adesso è... una bambina".
Sono soltanto alcune delle tante cose dette dalle insegnanti durante le sedute.
I bambini stessi hanno appreso l'esistenza di una dimensione della vita ancora nuova per
loro: una vita impoverita dall'handicap sul piano delle potenzialità evolutive e
produttive, ma non per questo da relegare in una situazione emarginante. Estremamente
interessante è il Giornale di Classe che hanno prodotto su Lorenza. L'attenzione di cui
la circondano e l'interesse che mostrano a tutto ciò che lei fa o non fa, al suo stato di
salute quando è assente, ecc., ci confermano della piena cittadinanza di cui la bambina
gode tra i suoi compagni.
c. nel Servizio Sanitario
Abbiamo avuto una conferma alla nostra ipotesi secondo cui un atteggiamento di 'ascolto'
ci fa tornare indietro, geometricamente amplificato, quanto riusciamo a dare a chi pone
una richiesta di aiuto. Troppo spesso il nostro intervento riabilitativo si pone
prevalentemente, quando non esclusivamente, come un treno interminabile di stimoli che
inviamo al paziente, a senso unico, dimenticando che un processo comunicativo - ogni
intervento avviene in un processo comunicativo - non può che presentare una struttura
circolare (nel senso sopra indicato).
Questo bilancio dei cambiamenti verificatisi nel processo comunicativo all'interno del
sistema relazionale di Lorenza e nel mondo interno dei singoli membri ha portato il gruppo
di lavoro a decidere di proseguire anche nell'anno che è già iniziato secondo le ipotesi
sopra tracciate.
6. RIFLESSIONI CONCLUSIVE
Il lavoro fin qui compiuto ci ha permesso di toccare con mano come, con il procedere
dell'attività, la comunicazione veniva man mano arricchendosi di contenuti che le due
parti, separate dalla maschera, vi introducevano come materiale proprio, interno: e ciò
aveva l'effetto di rendere autentica la relazione, cioè non più vincolata alle sole
funzioni attribuite (= il personaggio).
Un tale processo dinamico ha fatto sì che potesse giungere ai livelli superiori di
coscienza, e quindi con la caratteristica dellincisività sul piano operativo
[-esistenziale], il fatto che il non si può non comunicare (Watzlawick 1967) vale anche
con gli handicappati: sempre l'handicappato 'ci dice' e sempre noi 'gli diciamo',
messaggi di accettazione, rifiuto, speranza, amore, delusione, aspettativa,
sopportazione... Questa considerazione sembra ovvia, ma chi ha esperienza di lavoro
con gli handicappati sa quanto è facile 'rimuovere' anche l'ovvio.
Il nostro lavoro, dunque, su un piano metodologico, ha utilizzato metodiche note in
altri campi inserendole in un contesto in parte nuovo:
a. La scuola, nel quotidiano, si vive ancora come colei che deve innanzitutto trasmettere
un sapere ("il programma da svolgere" dicono gli insegnanti); di qui il disagio
che nasce quando incontra un alunno che 'non può' ricevere ciò che essa gli 'deve' dare.
E' in questa categoria che rientra l'alunno handicappato. Il suo limite induce nella
scuola una crisi di identità: l'immagine che essa ha di sé le viene contestata. La
risposta che le rimane oscilla allora tra un atteggiamento di ricerca convulsa, affannosa
e inarrestabile di sempre nuove tecniche e una posizione rinunciataria ("non ci
possiamo fare niente", "non siamo preparati"...): quando non si arriva a
meccanismi di esclusione nei confronti del diverso, da quelli più sottili di affidamento
totale all'insegnante di sostegno - che in realtà dovrebbe essere di sostegno alla
classe, più che all'handicappato -, a quelli più plateali che fanno addirittura
rifiutare l'iscrizione del bambino: e ciò tanto più quanto più è grave l'handicap
presentato.
b. La storia che abbiamo presentata ci sembra paradigmatica: un caso disperato,
eccezionale per la sua gravità, con una totale assenza di qualunque segnale congruo di
vita di relazione, assolutamente incapace di qualunque autonomia personale; un caso in cui
la diagnostica medica e psicologica tradizionale accusa tutta la sua impotenza nel
rilevare un qualunque livello di potenziali 'capacità'.
La gravità del caso trattato ci fa credere che un'ipotesi di intervento come quella
qui delineata non presenta praticamente limiti di applicabilità derivanti dal tipo di
handicap di cui una persona è portatrice: non solo cioè nel caso di handicappati meno
gravi - situazione in cui una tale ipotesi può collocarsi a complemento dell'applicazione
di tecniche di insegnamento particolari adatte ai ritmi diversi di apprendimento -, ma
anche in situazioni, come quella descritta, in cui si riesce a vedere poco più che una
vita vegetativa e in cui è assolutamente impossibile un qualsiasi discorso di
'apprendimento scolastico'.
note___________________
* Un ringraziamento particolare a Gabriella GUIDI, Assistente
Sociale U.S.L. n. 10, JESI (AN) Regione Marche, per aver coordinato il lavoro di questi
anni relativo a Lorenza e per il contributo dato con la sua attenta critica alla stesura
di queste pagine.
1 Nel teatro greco gli attori indossavano una maschera che
indicava al pubblico i vari personaggi che essi di volta in volta rappresentavano.
2 "In effetti nella nostra vita quotidiana abbiamo a che
fare con delle scatole nere molto più spesso di quel che si potrebbe credere [...]; la
teoria della scatola nera coincide praticamente con il mondo della vita quotidiana"
(Ashby 1956)
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Pubblicato su PSICHIATRIA DELLINFANZIA E DELLADOLESCENZA,
vol. 55, N. 5/1988
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