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PREMESSA Tre premesse vorrei fare per aiutare chi legge ad
entrare e seguirmi in queste riflessioni.
I. La Redazione mi ha chiesto di scrivere degli appunti
sul problema della vita sessuale dei portatori di handicap. Sono stato molto indeciso
prima di accettare dato che questo è un argomento che di solito mettiamo a tacere e, un
po' tutti, facciamo finta che non esista; oppure, quando ci diamo il permesso di parlarne,
andiamo alla ricerca di regole di comportamento, da rispettare noi verso gli handicappati
o da far rispettare da parte loro.
Non solo, ma ne parliamo come se fosse una cosa che non ci riguarda, come se gli
handicappati, cioè, fossero una specie diversa dalla specie umana; rischiamo di porci
allo steso modo (più o meno) in cui ci poniamo di fronte al problema di cosa fare quando
la nostra gattina va in calore...
Poi, tanto per toccare appena un altro aspetto della complessità dell'argomento, quando
pure accettiamo di parlarne e ne parliamo senza dimenticare la nostra comune appartenenza
alla stessa specie, ci mettiamo a parlare "degli handicappati" (o 'disabili',
che è la stessa cosa) come se esistesse veramente una categoria i cui 'soci' sono
accomunati dagli stessi problemi, uguali per tutti gli appartenenti.
Nella prima parte di questo lavoro, pertanto, parleremo della sessualità "di
tutti", di quella, per dire così, della specie umana; nella seconda parte proveremo
a fare qualche riflessione su alcuni problemi che una persona con un handicap rischia di
trovare, magari un po' più accentuati, nelle varie fasi della vita.
II. Spesso ci poniamo di fronte a problemi così
complessi come è appunto quello che stiamo trattando adesso, andando alla ricerca di
'regole di comportamento': la domanda cioè alla quale cerchiamo una risposta è
"cosa dobbiamo fare?", senza preoccuparci di entrare nella complessità
dell'argomento e di comprenderla nelle sue varie dimensioni con la nostra mente. Rischiamo
in tal modo di dimenticare che il 'cosa fare' può essere solo la traduzione concreta di
un pensiero, cioè di un modo di vedere e comprendere le cose. Una macchina 'fa': essa è
programmata solo per fare e non per pensare; l'essere umano è 'programmato', se possiamo
dire così, per pensare: dal pensiero nascerà poi il suo 'fare'.
Perciò, piuttosto che con "sessualità: cosa fare?", vorrei invitarvi a partire
insieme con un'altra domanda "sessualità: che pensare?".
III. Tutti, probabilmente, abbiamo toccato il limite che
il linguaggio ci impone quando vogliamo trasmettere ad altri un discorso che presenta vari
aspetti di complessità: ci accorgiamo che l'unità del pensiero rischia di perdersi nel
momento in cui essa si frantuma nelle tante parole e nei tanti ragionamenti di cui abbiamo
bisogno. Ciò che di fatto è una ricchezza della specie, il linguaggio appunto, diventa
un limite, un canale di trasmissione inadeguato ad esprimere la realtà del pensiero e
dell'esperienza nella sua complessità: ci vediamo costretti a sezionarla per descriverla
e poi di nuovo a tentare una ricostruzione, come un puzzle, attenti a che non vada perduto
nessun pezzetto...
Parlare di sessualità ci pone di forza in questo tunnel con il rischio, sempre in
agguato, che il quadro finale non riusciamo più a costruirlo, o perché troppo stanchi ci
fermiamo per strada, o perché un po' delle tessere di questo puzzle sono andate perdute
nella confusione delle parole.
Ci proviamo, comunque. Buon viaggio.
PARTE I
MASCHILE E FEMMINILE
1. Alla ricerca dell'identità
"Chi sono io?" è una domanda alla quale tutti cerchiamo una risposta. I
livelli di profondità cui ci spingiamo sono diversi e in qualche modo legati alle
esperienze della vita, ma nessuno riesce a prescindere o a sfuggire da una domanda così
personale.
Anche il bambino, prima ancora che la sua maturazione intellettuale gliene faccia avere la
coscienza, cerca una risposta e comincia a costruirsela man mano che riesce a percepirsi
'separato' dagli altri (= da sua madre, prima) e diverso da loro: lui e gli altri non sono
più 'la stessa cosa'. Il suo 'io', diciamo, comincia il cammino dell'autonomia.
E la ricerca continua, a vari livelli, per tutta la vita.
Volendo analizzare un po' più a fondo l'identità di un individuo, ci vediamo costretti
ad operare una prima distinzione che può facilitare il lavoro di comprensione della
nostra mente. Possiamo così parlare di 'identità personale' e di 'identità sociale';
per tentare poi di collocare, all'interno di questi concetti, l'idea e l'immagine dell'
'identità sessuale'1.
Per identità personale intendiamo parlare dell'immagine che una persona ha di sé stessa.
Questa immagine è strettamente legata all'esperienza del proprio corpo. E' l'immagine del
mio corpo, l'esperienza e la percezione che ne ho che mi fanno dire "Questo sono
io". Quando entro in contatto con gli altri, ed essi con me, la nostra relazione si
esplica attraverso il corpo: è lo strumento di identificazione: quando penso a Mario,
Andrea, Marina o Gabriella e quando essi pensano a me, in realtà l'immagine che ho
davanti è quella del corpo di questi miei amici e l'immagine che essi hanno di me è
quella di una persona fatta così e così (viso, occhi, capelli, altezza, configurazione,
ecc.). Perfino l'immagine caratteriale di un individuo non può prescindere dall'immagine
corporea: su un piano logico essa viene un momento dopo e le si 'aggiunge' sopra.
L'identità sociale è l'immagine di una persona nel contesto sociale in cui vive. Essa si
identifica di solito con il lavoro e la professione. Quando ci presentiamo in un ambiente
nuovo veniamo subito identificati dal lavoro che facciamo; 'chi siamo' significa 'che
lavoro facciamo', cioè che ruolo ricopriamo e che funzione svolgiamo nella vita sociale.
E' così importante questa dimensione per l'identità di una persona che la definizione
"in attesa di occupazione" che si scrive accanto al nome di chi non ha ancora un
lavoro suona un po' come "in attesa di identità", cioè in attesa di definire
"chi è" per la società.
L'identità sessuale. Uno dei fatti più evidenti è che le persone possono essere
divise in due grandi categorie, maschi e femmine, all'interno delle quali ogni individuo
viene collocato con una chiara definizione di appartenenza all'una o all'altra. Nessuno
può sfuggire. La prima parola che è stata detta su di me, come su ognuno di voi, è
stata "è un maschio", oppure "è una femmina": l'hanno detto appena
siamo nati. Così ci hanno sempre pensato i nostri genitori, così ci hanno sempre visto i
nostri amici, così ci siamo sempre visti e sentiti noi stessi.
Il sesso dunque è parte integrante della nostra identità, sia personale che sociale: noi
ci identifichiamo e veniamo identificati come individui sessuati, maschi o femmine.
2. Il pensiero per opposti e il pensiero integrato
Una delle caratteristiche fondamentali del nostro pensiero occidentale è quella di
concepire la realtà come se questa fosse 'composta' di elementi distinti e separati
appartenenti a classi di natura diversa: spirito e materia, anima e corpo, vita e morte,
bianco e nero, maschio e femmina, materia e energia, ecc. è così che concepiamo il
mondo. E' un pensare che ha origini molto lontane, nella storia e nella filosofia della
Grecia antica, e che è diventato per noi così naturale che qualsiasi altro modo ci
risulta strano e incomprensibile.
E' una modalità che si è rivelata molto utile nello sviluppo di tutto il pensiero
scientifico attuale, ma che ora sta facendo acqua... Questa continua e ossessiva
distinzione e separazione ci sta conducendo a perdere di vista l'insieme. La medicina sa
tutto, quasi tutto, di un fegato o di un cuore, ma sta perdendo di vista l'uomo cui questi
organi appartengono e rischia di non sapere più dove collocarli e di non coglierne più
il senso e il significato. La fisica, entrata ormai nel mondo del subatomico, si trova a
dover fare i conti con una realtà che si impone con altre regole e con altre leggi che
fanno crollare il castello delle separazioni e delle contrapposizioni (perfino lo spazio e
il tempo, che pensavamo così assoluti e separati, ci si impongono come strettamente
connessi, come un continuum spazio-tempo quadridimensionale).
E' un pensare integrato quello che ci viene riproposto perfino dalla scienza delle
distinzioni; quel pensare che l'umanità, almeno una parte di essa, non aveva in realtà
mai abbandonato. Le filosofie orientali hanno sempre coltivato un'immagine del mondo e
dell'uomo come un insieme indivisibile che può essere colto solo nella sua totalità e
nella sua integrità. Quelli che per noi sono 'opposti' per loro sono soltanto aspetti
diversi di un'unica realtà che si integrano reciprocamente in un tutto armonico, che non
possono esistere l'uno senza l'altro.
3. L'identità sessuale
La separazione e la contrapposizione, che hanno caratterizzato - e continuano a
caratterizzare - il nostro pensiero, le abbiamo portate inevitabilmente anche
nell'immagine che ci siamo formata di noi stessi come esseri sessuati. Abbiamo così
plasmato degli stereotipi di 'maschile' e di 'femminile', contrapposti l'uno all'altro, ai
quali ogni individuo deve conformarsi nel costruire la propria identità.
Il maschio deve assumere certi comportamenti, certi modi di pensare e di agire,
altrimenti... non è un maschio; altrettanto la femmina. Lui deve essere duro,
rigido, razionale, produttivo, freddo, lavoratore, attaccato alla carriera, curante degli
affari, intelligente, calcolatore, autonomo, poco curante degli affetti, deciso, ecc.; lei
invece deve essere affettiva, carina, dolce, intuitiva, non razionale, dipendente,
recettiva, l'angelo del focolare, ecc.
Una riflessione più attenta ci aiuta oggi a cogliere più in profondità la natura
'indivisibile' dell'uomo, maschio e femmina. Non solo come discorso sulla specie (entrambi
appartengono alla stessa specie umana), ma anche sul piano individuale: ogni individuo
della specie, cioè ogni persona, ha in sé elementi maschili e elementi femminili: un
individuo sano deve sviluppare questi elementi come parti costitutive di sé stesso. Il
discorso vale non solo sul piano biologico organico, che in qualche modo si sviluppa e
cresce al di là della nostra intenzionalità, ma anche sul piano psicologico mentale.
Un uomo è veramente tale, sano e maturo, quando sa integrare la sua parte maschile - che
in lui è 'dominante' - con la sua femminilità; altrettanto la donna è sana e matura
quando riesce a integrare la sua femminilità con gli elementi maschili che pure le
appartengono.
L'uomo e la donna, maschio e femmina, appariranno così entrambi capaci di essere
produttivi e razionali (elementi tipicamente maschili) e nel contempo recettivi e
affettivi (elementi tipicamente femminili). Sarà questa "integrità"
individuale a permettere l'incontro tra i due sessi, ciascuno con la sua specificità,
sulla base di un linguaggio comune e condiviso: è un po' come se ciascuno fosse così in
grado di comprendere e parlare il linguaggio proprio (del proprio sesso) e dell'altro
(dell'altro sesso). Tante incomprensioni, lontananze, rivalità, lotte hanno la loro
origine proprio in questa mancata integrazione tra il maschile e il femminile all'interno
di un individuo.
L'uomo che chiude con la sua parte femminile, che non la riconosce come parte di sé, è
un individuo mutilato (viceversa per la donna, naturalmente): è un po' come se volesse
camminare con una gamba sola...
4. La persona "normale"
Parlare di normalità non è affatto semplice: è un concetto estremamente complesso e
spesso usato a sproposito. Troppo spesso la prima confusione che si fa è quella di
identificare la normalità statistica (= la maggioranza) con la normalità individuale (=
sanità individuale) fino al punto da costringere quest'ultima entro i parametri di
riferimento della prima!
Persona normale sul piano psico-biologico non è necessariamente colui che appartiene alla
maggioranza, statisticamente rilevata: l'individuo sposato, con uno o due figli, che fa
l'amore due volte la settimana, ecc., ecc. L'individuo con una sessualità normale, cioè
"sana", è colui che si permette di lavorare per integrare in sé le sue parti
maschili e le sue parti femminili, le sue componenti sessuali 'dominanti' (quelle cioè
del suo proprio sesso) e gli elementi, che pure gli appartengono, propri dell'altro
(sesso).
Sano è quel contesto sociale che nella sua cultura e nella sua educazione sa favorire una
tale crescita.
L'uomo che ha paura delle sue parti femminili non potrà mai instaurare un rapporto
affettivo adulto e maturo con una donna: cercherà sempre di "tenerla sotto
controllo" (come se, così facendo, potesse tenere sotto controllo le sue parti
femminili negate) piuttosto che viverla come una compagna nella strada della vita. Lo
stesso discorso vale, ovviamente, per la donna che ha paura delle sue parti maschili...
Ogni individuo, maschio o femmina, ha in sé la capacità di dare e di ricevere, di
ragionare e di intuire, di amare e di essere amato, di proteggere e di essere protetto, di
desiderare e di essere desiderato, di prendere l'iniziativa e di lasciarla prendere, di
far sentire e di sentire... e ha bisogno che entrambi questi poli si sviluppino
liberamente e diventino parte integranti della sua identità.
5. La relazione sessuale
E' evidente, allora, che parlare di 'relazione sessuale' significa parlare
di 'relazione personale, interpersonale, tra due individui sessuati'. Il rapporto sessuale
(il momento dell'intimità fisica, cioè) acquista il significato di un incontro tra due
persone capaci entrambi di dare e ricevere, di ascoltare e essere ascoltati. In questo
contesto non c'è più né violenza né sfruttamento; non si alimenta la masturbazione
reciproca dove ciascuno è solo con sé stesso e usa l'altro come oggetto o strumento.
Avere la possibilità (= lavorare per costruirsi la possibilità) di vivere una relazione
tra persone significa superare il limite di una 'relazione tra sessi', cioè tra parti di
un corpo amputate e isolate dal resto della persona. Significa, in altre parole, vivere
una vita sana.
Guardando un momento al futuro della nostra specie, possiamo ben sperare che per i bambini
che crescono in questo ambiente sarà del tutto naturale pensare e sentire il maschile e
il femminile non come opposti e in contrapposizione l'uno all'altro, ma piuttosto come
parti costitutive di ogni persona e come capitale da investire che ciascuno porta in sé
stesso.
E' questa una 'rivoluzione culturale'?
PARTE II
E GLI HANDICAPPATI?
6. La 'categoria' degli handicappati
Se ci pensiamo un po', non troveremo difficile accorgerci subito che non si può
parlare di 'handicappati' pensando di accomunare in una unica categoria tutte quelle
persone che hanno un qualche handicap; soprattutto se vogliamo parlare di un aspetto della
vita personale così profondo come la sessualità.
E' evidente che il ragazzo o la ragazza sulla sedia a rotelle non vive la stessa
situazione dell'altro con grossi limiti nelle capacità mentali; chi presenta gravi
problemi psichici ha vissuti personali assai diversi da una persona con un grosso deficit
sensoriale, nella vista o nell'udito, per es.; la ragazza ventenne, intelligente ma con un
corpo deformato, non incontra nella vita la stessa difficoltà della sua coetanea, magari
carina, ma del tutto incapace di una vita autonoma per un grosso deficit intellettivo;
ecc.
Questi pochi esempi bastano a farci capire che non è possibile parlare di 'sessualità
degli handicappati' e basta.
Che dire allora, e che fare?
Innanzi tutto credo che anche nel mondo dell'handicap vale una regola fondamentale: ogni
individuo è una persona unica e come tale va visto e trattato. Non esiste un bambino, o
un ragazzo uguale a un altro: non solo nell'aspetto fisico (questo è evidente per
tutti!), ma anche nel suo mondo interno. E' vero, noi siamo tentati di raggruppare gli
individui in categorie, come facciamo con le macchine, ma questo con gli uomini non
funziona; chi di noi rinuncerebbe alla propria individualità, al proprio 'nome' e
accetterebbe con piacere di venire confuso in mezzo agli altri o, tuttalpiù, indicato con
un numero o una sigla? Questo desiderio di individualità non è un capriccio, è un
bisogno fondamentale dell'uomo (vi ricordate il discorso fatto sopra sull'identità?) e
corrisponde ad una profonda verità: ogni individuo è una persona unica.
7. Alcuni aspetti comuni
Se ogni individuo è una persona unica, allora il problema va impostato
non più in termini di "sessualità degli handicappati: cosa fare, ecc.", ma in
modo completamente personalizzato. Più o meno così: "Come porci di fronte ai
bisogni e ai desideri di Paolo (o di Andrea, o di Cristina, ecc.)? Come posso e possiamo
essergli di aiuto, o almeno non aggravare la sua situazione?".
Data questa regola fondamentale, possiamo provare, tuttavia, a individuare alcune costanti
che un individuo con un qualche handicap deve comunque affrontare con difficoltà spesso
maggiori rispetto ad un soggetto sano. Solo dei punti che possono guidare la nostra
riflessione3.
- Abbiamo sopra accennato all'importanza del corpo nel processo di individuazione e di
costruzione della propria identità: l'identificazione con il proprio corpo, quando questo
è in qualche modo menomato, difettoso, risulterà un cammino ancora più difficile di
quanto non lo sia quello di un'altra persona che pure ha un corpo sano ed è in possesso
di tutte le potenzialità che sono patrimonio comune degli individui 'sani' della nostra
specie.
- Le maggiori difficoltà che in genere un portatore di handicap incontra nel trovare un
posto di lavoro rende certo più problematici e più difficili la costruzione e il
riconoscimento di una identità sociale.
- L'atteggiamento paternalistico (protettivo/consolatorio) con il quale trattiamo
abitualmente chi ha un qualche handicap, fisico o psichico - atteggiamento dietro il quale
si nasconde il nostro progetto/desiderio che l'handicappato rimanga sempre 'un bambino' -
è un masso che gli mettiamo sopra la testa per rendergli ancora più difficile la fatica
di crescere. In altre parole: gli riconosciamo il diritto ad una vita affettiva/sessuale
infantile, gli neghiamo invece il diritto a crescere e quindi a vivere una vita di adulto
(anche sul piano affettivo/sessuale). Già di difficoltà ne ha tante... noi gli ci
mettiamo il nostro carico.
- Il sospetto, o la repulsione, sia pure sottile e inconscia, che proviamo verso chi è
'diverso' (per colore della pelle, per paese o regione di origine, ecc.) lo mettiamo in
atto anche verso il disabile come se appartenesse ad una 'specie' diversa dalla nostra, da
tenere a una certa distanza... Se tua sorella, o tua figlia, si innamorasse di un ragazzo
handicappato, come la prenderesti? E se una ragazza handicappata si innamorasse di un
ragazzo, sano o handicappato anche lui, come reagiresti dentro di te, nel tuo istinto?
- La famiglia, i genitori del ragazzo disabile sono lasciati spesso soli ad affrontare i
problemi che emergono man mano che il loro figlio cresce e manifesta il bisogno e il
desiderio di una vita affettiva e sessuale che chiunque altro manifesterebbe a quella
stessa età. Così succede che spesso la risposta che il ragazzo o la ragazza ricevono da
parte dell'ambiente - e non solo familiare, per la verità - diventano un ulteriore
handicap che si innesta sull'altro già esistente aggravandolo e appesantendolo.
CONCLUSIONE
Ho provato a passarvi alcuni pensieri che ciascuno può mettere dentro la bisaccia che
tiene sulle spalle lungo il cammino della vita. Riflettere sugli 'altri' (come in questo
caso, sugli handicappati), quando la riflessione è vera, ci porta inevitabilmente a
parlare e a incontrarci con noi stessi: vuole essere questo il senso della mia proposta.
Conoscere gli altri è conoscere sé stessi, e viceversa. Permettere agli altri di vivere
una sessualità piena è permetterlo a sé stessi, così come permettere a sé stessi il
processo di maturazione diventa inevitabilmente concederlo anche agli altri: si è davvero
liberi quando si rispetta la libertà altrui.
Noi, i sani, e gli handicappati dunque ci troviamo sulla stessa barca. Il cammino verso
l'integrazione che ogni individuo sente il desiderio e il bisogno di fare ci accomuna
lungo lo stesso sentiero: certo, c'è qualcuno che ha un fardello più pesante da portare
sulle proprie spalle e quindi sarà più facile che gli venga il fiatone o che non ce la
faccia proprio a continuare... che senso ha dargli uno spintone e buttarlo ancora più
giù? Ci hanno insegnato - e continuiamo a insegnarlo ai nostri bambini - che si deve
essere competitivi ad ogni costo; chi ci guadagna? Forse che buttare a terra un altro
poveraccio, compagno di strada, ci facilita il cammino? La società del consumo e del
profitto ci dice di sì, perché in realtà sa fare molto bene i suoi affari... Possibile
che noi, uomini intelligenti, capaci di amare e di essere amati, non sappiamo fare i
nostri?
Dice un proverbio indiano: se vuoi conoscere il mondo, chiudi gli occhi e guarda dentro di
te.
- Pubblicato su APPUNTI, periodico del Gruppo di Solidarietà di Moie di
Maiolati (Ancona), settembre 1989.
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