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PREMESSAQuesto lavoro nasce dall'incontro di due aree della
nostra attività: l'area clinica psicoterapeutica, che interviene in situazioni di
'malattia', e un'area più vicina alla prevenzione, che opera in situazioni di 'salute',
l'area della cosiddetta psicoprofilassi ostetrica. La confluenza dei due settori ci ha
portati a porre un'attenzione particolare a questo momento del ciclo vitale della famiglia
per una migliore comprensione delle dinamiche presenti nella relazione di coppia e per una
riflessione critica sull'intervento dei servizi (SSN) ancora troppo orientati verso un
modello di salute inteso soltanto come assenza di malattia (organica).
Per l'area clinica, particolarmente stimolante è stato, da una parte, il lavoro fatto con
quelle coppie che durante la loro terapia sono rimaste incinte e hanno poi avuto un
bambino: la ricchezza del materiale che queste portavano in seduta era chiaramente
indicativa della profondità dei mutamenti che stavano accadendo nel loro mondo interno e
nella relazione di coppia; dall'altra, croce e delizia nella clinica psicoterapeutica
(soprattutto familiare), l'incontro, molto frequente, per la verità, con i
figli-sintomo-dei-propri-genitori (bambini, adolescenti, o anche in età cronologica più
avanzata).
La fatica e il costo dell'intervento terapeutico, oltre che l'incognita di una riuscita
non così facile verso il recupero della salute, ci hanno messi davanti ad una domanda:
perché non pensare ad un lavoro di prevenzione almeno con quelle persone che già si
rivolgono ai servizi in uno stato di 'salute' e non di 'malattia'? Come dare un servizio
alle coppie in gravidanza, affinché siano in grado di affrontare questa tappa del
processo evolutivo con le energie interne di cui dispongono, ma che difficoltà non
adeguatamente affrontate nelle fasi precedenti, riattualizzate ora dalla crisi di
gravidanza, tengono bloccate?
La necessità per i servizi (pubblici e privati) di porsi il problema di ripensare
l'intervento nasce anche dalla peculiarità del momento: l'andamento e l'esito della
crisi, riflettendosi sulle relazioni con il bambino, diventa significativo e determinante
per la crescita di un 'nuovo' individuo.
L'APPROCCIO ISTITUZIONALE ALLA GRAVIDANZA
Nella prassi istituzionale, la gravidanza viene considerata ancora troppo
spesso come un fenomeno puramente biologico e quindi come un fatto che riguarda solo la
donna e il suo corpo che si modifica. Ambulatori ostetrico ginecologici, ecografi,
cardiotocografi, ecc. stanno riempiendo gli spazi degli ex consultori familiari e li
stanno trasformando in consultori dove di "familiare" - cioè di servizio alla
famiglia - rimane sì e no il nome.
Sfugge, nella maggior parte dei casi quanto anche l'apparato psichico sia coinvolto nel
determinare il processo evolutivo della gravidanza (come anche quegli altri eventi che ad
essa si possono in qualche modo ricondurre: sterilità psicosomatica, aborti spontanei,
distocie di parto, ecc.). Più ancora ci pare che sfugga come esso avvenga all'interno di
una relazione di coppia (ufficiale o non) che è basata sull'incontro di due mondi
interni, di due famiglie e di due storie, personali e familiari, con le quali continua ad
essere tuttora in relazione1.
Un allargamento di prospettiva, che comprenda anche l'apparato psichico e il contesto
relazionale di coppia, ci consente di cogliere come l'attesa e la nascita di un
figlio:
a) rappresentino un fase assai significativa nel ciclo vitale di una coppia,
b) che, come tale, comporta la necessità di una ristrutturazione della realtà interna ed
esterna di ciascuno dei due partners e della coppia nel suo insieme.
Già Winnicott aveva parlato della necessità di "studiare la madre indipendentemente
dall'aspetto puramente biologico" (17), per una comprensione più profonda della
relazione di questa con il bambino.
Noi crediamo che il contesto di osservazione e di studio (quindi di intervento) nel
momento in cui ci si avvicina al fenomeno gravidanza debba essere ulteriormente esteso e
comprendere, oltre gli aspetti biologici, anche:
a) le dinamiche interne a ciascuno dei due partners,
b) le dinamiche di coppia,
c) le relazioni di ciascuno e della coppia con le famiglie di origine di entrambi.
LA COPPIA IN GRAVIDANZA
Gli studiosi della famiglia riconoscono che la nascita del primo figlio (e
la sua attesa) costituisce unimportante fase di passaggio nel ciclo vitale di una
famiglia, allo stesso modo in cui la maternità o la paternità costituiscono, in una
dimensione personale, una fase significativa nel processo evolutivo di un individuo.
La nascita di un figlio altera tutta una serie di equilibri che la coppia si è costruita
nel tempo e richiede una nuova ridefinizione di regole e di spazi all'interno del
rapporto.
L'arrivo del figlio trasforma la situazione di coppia in una situazione triangolare2. I due coniugi devono far posto al bambino nel sistema familiare,
preparandogli uno spazio fisico ed emotivo: questo processo implica una profonda
ristrutturazione della relazione coniugale. Il diventare genitori comporta l'elaborazione,
all'interno della coppia, di tutta una serie di cambiamenti, di perdite, di
ristrutturazioni sia della realtà esterna che del proprio mondo interno.
Il periodo della gravidanza, come il tempo del lavoro per diventare genitori, è un
momento di crisi, sia per la coppia che per i singoli partners, che se da una parte offre
potenzialità di crescita e di sviluppo, dall'altra può favorire aree di incomprensioni e
di rottura.
I processi di crescita individuale e di coppia, già avviati in precedenza, vengono
stimolati, nel loro progredire, dalla nuova situazione. La presenza del bambino, anche
già durante la gravidanza, impone "la defusione di certi livelli nella coppia, nuovi
investimenti libidici e lo spostamento di cariche dal sé o dal partner al nuovo nato che
viene così a rappresentare, per ciascuno dei membri, una parte del loro sé, una parte
del partner, una parte dei genitori (di origine)", ma contemporaneamente anche
"un elemento nuovo e imprevedibile che nessuno sa quanto si adatterà allo spazio e
alle aspettative che gli sono state preparate e predeterminate" (14).
Verso una nuova relazione con i genitori interni
Con la gravidanza la coppia si trova di fronte ad una nuova realtà: la
riattualizzazione delle relazioni parentali che ciascuno dei membri ha vissuto nelle
proprie famiglie di origine. Entrambi rivivono ora sentimenti molto primitivi e regressivi
che richiamano aspettative, desideri e bisogni del proprio sé infantile: è come se in
qualche modo essi si consentissero di ri-vivere, attraverso il figlio, la propria
infanzia, ripetendola e risanandola, in un certo senso 'riparando' a quelle privazioni che
sentono di aver subite, a loro volta, da parte dei propri genitori.
Per ciascuno dei partners essa innesca un momento di crisi nel processo evolutivo
personale. A ciascuno si impone un rimaneggiamento dei processi di identificazione e,
tramite la riattualizzazione di conflitti arcaici, la necessità di giungere come ad una
identificazione rinnovata, della donna con la propria madre e dell'uomo con il proprio
padre.
Se al momento della scelta del partner e della costruzione della coppia ciascuno dei
coniugi ha dovuto ri-vedere la propria relazione con il genitore interno dell'altro sesso
come modello di riferimento per un partner ideale, ora è con l'altro genitore che va
saldato il conto: il modello di padre per l'uomo è il proprio padre, così come per la
donna è sua madre l'oggetto del raffronto e dell'identificazione. (Ovviamente in ambedue
i casi il processo avviene all'interno di un continuum dalla doppia polarità:
modello-da-ripe-tere/modello-da-negare).
In questo modo, ponendosi come 'nuovi' genitori verso il nuovo nato, essi ricostruiscono
dentro di sé una relazione più matura con i propri genitori: è il processo
dindividuazione e di differenziazione che continua. "Vorrei non fargli mancare
niente, come ha fatto mio padre con me", oppure "Io non voglio ripetere gli
errori di mio padre" è quanto ci sentiamo dire continuamente da parte dei giovani
genitori.
E' una situazione nuova quella in cui si vengono a trovare. Il lavoro di costruzione del
ruolo di padre e di madre porta i futuri genitori a vivere un'esperienza di perdita e di
lutto: essi dovranno rinunciare al privilegio di po-ter essere esclusivamente figli, con
tutti i vantaggi che questo ruolo comporta. Diventare genitori, inoltre, significa entrare
in competizione con le figure parentali internalizzate, sostituirsi ad esse e in qualche
modo spodestarle: vissuti che possono evocare sensi di colpa e timore di abbandono da
parte dei genitori interni, quando non anche da parte degli stessi genitori reali.
Tali timori sono legati anche al progetto che il futuro genitore sta elaborando: quello
cioè di riparare, attraverso la nuova esperienza, a quelle deprivazioni che egli ritiene
di aver subito nella sua infanzia. In questo contesto, la richiesta di accettazione del
nuovo nato che viene rivolta ai nonni assume la connotazione di una rinnovata richiesta di
accettazione di sé all'interno della famiglia di origine. E se il confine che la coppia
si è costruito non è sufficientemente definito e stabile rispetto alle famiglie di
origine, il nuovo nato rischia di assumere il ruolo di "nuovo fratellino per i
genitori che abdicano così alla loro funzione in favore dei nonni" (14).
Un caso clinico
Grazia e Andrea hanno 27 anni. Sono laureati, lavorano, anche se svolgono un'attività
piuttosto precaria. Sono una coppia normale; vengono al consultorio per la
"preparazione al parto". Accettano volentieri la nostra proposta di lavoro. (V.
sotto: Sulla necessità di ri-pensare l'intervento).
Lui è il più grande di tre figli, il fratello e la sorella sono rispettivamente di 4 e
di 9 anni più piccoli. A 17 anni gli muore il padre e subito gli dicono che ora è lui a
doverne assumere il ruolo e le funzioni in casa. Lei è la 2a di quattro figli: ha una
sorella, più grande di un anno, e due fratelli di 4 e 5 anni più piccoli. Suo padre è
uno stimato professionista, piuttosto assente da casa e la madre è colei che ha portato
avanti la famiglia. In casa dei genitori, oltre ai due fratelli - la sorella più grande
è già sposata e ha una bambina - vive anche la nonna paterna che "anche se ha 90
anni, fa ancora rigare diritto tutti quanti!".
In seconda seduta (5 mesi e 1/2 di gravidanza) Grazia racconta un sogno fatto circa 20
giorni prima. E' in montagna con altra gente e c'è anche suo fratello, "il più
piccolo"; a un certo punto questi cade dalla montagna e muore. "Mi sono
svegliata dalla paura e ho pensato: per fortuna non era vero!". Un'altra volta - dice
- ho sognato il mare, l'acqua... dentro il mare c'erano i fratelli, l'acqua era molto
alta, ci copriva; c'era un senso di paura.
Anche Andrea porta un sogno. C'è la guerra, loro sono in campagna, c'è un laghetto con
l'acqua; stanno fuggendo e Grazia deve partorire. Lei ha partorito vicino ad una fontana:
"è stata una cosa molto tranquilla e dolce, anche se tutt'intorno c'era la
guerra". Quando viene fuori il bambino lui non lo vede, "non aveva una forma,
né un'identità" e corre subito a dare la notizia ai genitori, suoi e della
moglie.
Questi sogni e le associazioni che li accompagnano ci dicono che il bambino che Grazia
porta dentro di sé è come se non fosse ancora suo figlio, la vera mamma non è lei, ma
sua madre, e lei si sente in realtà come una sorella che sta rivivendo la sua relazione
con i fratelli-figli-di-sua-madre con i quali si sente ancora in parte 'dentro l'acqua'.
Gli attacchi al bambino - poco dopo parlerà anche del suo timore che possa nascere
handicappato e di come questo pensiero la tormenti - sono in realtà attacchi al figlio
della mamma, al fratellino piccolo nei confronti del quale lei continua ad essere la
sorella più grande.
Anche per Andrea questo bambino è in parte dei genitori, (suoi o della moglie, non ha
importanza): va subito da loro infatti per dare la notizia della nascita del figlio
"abbandonando - noterà poi Grazia - sia la moglie che il bambino".
Questo bambino è portatore di una forte carica ambivalente. Da un parte è per loro uno
stimolo a diventare una coppia adulta e matura, dall'altra li ri-pone nella antica
funzione di figli. Andrea deve offrire il figlio alla propria madre per farsi perdonare di
essere uscito di casa e di averla abbandonata per unaltra donna; Grazia, facendo un
figlio per sua madre, riattualizza a sé stessa la nascita dei fratelli perciò non può
fare a meno di attaccare questo fratellino che cresce nel grembo della madre. Solo
che questo fratello ora è impiantato nel suo utero: in parte egli è un
fratello e in parte un bambino suo; ma nel momento in cui l'accetta come figlio lei si
vede costretta a collocarsi come donna adulta e separata di fronte a sua madre. In questo
suo processo di crescita/separazione lei vorrebbe l'aiuto del marito (marito/madre
contenitore di questa nuova coppia madre-figlio) che però non ha avuto nella sua vita un
modello paterno con cui identificarsi, se non un padre 'che abbandona' (suo padre muore
quando lui è ancora un adolescente).
Andrea pure deve scegliere se assumersi la responsabilità di avere un figlio o se restare
figlio, rifuggendo da questa nuova situazione di marito/padre e precipitarsi a portare il
bambino, appena nasce, a casa di sua madre come un nuovo fratellino (quando Grazia
partorisce lui scappa lasciando lì sua moglie da sola con il figlio per
correre dai genitori a portare la notizia).
Questo bambino si pone dunque come a metà, spingendo la coppia in una potenziale duplice
direzione in cui essa dovrà fare la sua scelta: se verso una linea patologica regressiva
(il bambino come figlio appartenente alla mamma e al papà, l'attacco al bambino-fratello,
in un atteggiamento dimissionario rispetto alla prospettiva di coppia genitoriale), oppure
nella direzione di una faticosa crescita che porterà verso la separazione dai propri
genitori e la creazione di una nuova coppia che non potrà aver luogo se non attraverso
l'elaborazione del lutto che accompagna la morte di sé stessi come figli rispetto ai
propri genitori interni.
VERSO UN NUOVO EQUILIBRIO
Uno spazio per il bambino e uno spazio per la coppia.
La complessità delle dinamiche che la accompagnano ci fa dire che la
nascita di un figlio non coincide con la sua apparizione nel mondo del reale. Essa inizia,
di norma, molto prima del concepimento e del parto, altre volte invece perfino molto tempo
dopo; un figlio, in realtà, può nascere solo quando nello spazio mentale dei suoi
genitori trova un luogo per vivere.
Nella coppia il figlio che entra è, in parte, l'altro da sé, il diverso,
l'imprevedibile: come tale può essere o accettato o rifiutato. L'esito di tale risposta
è strettamente legato al lavoro di accettazione (o rifiuto) che ciascuno dei due partners
ha finora condotto, attraverso il gioco collusivo di coppia, verso quelle parti di sé che
l'altro continuamente vi apporta: l'accettazione di queste permetterà di scoprire un
nuovo modo di essere in relazione, creando così un modello che va oltre a quello appreso
nella famiglia di origine, mettendo in evidenza quella energia trasformativa che nasce
dalla relazione con l'altro.
L'accettazione o il rifiuto del bambino risulteranno strettamente legati al grado di
accettazione che ciascuno ha saputo costruire verso le parti infantili e impreviste
proprie e del partner.
Complessa dunque è la situazione in cui preesistenti problematiche non risolte
costituiscono il terreno di innesto per il bambino che sta arrivando. Il bambino ultima
àncora di salvezza di un matrimonio per altro in fin di vita, il bambino chiamato a
riempire il vuoto affettivo in cui vivono i due partners, il bambino sostituto del proprio
sé ideale... sarà un bambino che non può venire accettato se non nella misura in cui
risulterà funzionale alle richieste dei geni-tori. Tutti i terapeuti della famiglia fanno
notare come in una relazione disfunzionale il figlio diviene il tramite della
comunicazione tra i partners, soprattutto per quei problemi che riguardano aspetti che non
possono essere affrontati direttamente perché aree di tensione.
Quando invece in una coppia i due coniugi hanno un rapporto soddisfacente, basato su un
sufficiente grado di differenziazione del sé, la loro relazione permetterà al bambino un
inserimento nel nucleo familiare "sufficientemente buono": il figlio non viene
vissuto come un'estensione della coppia, ma gli è riconosciuto il suo ruolo di persona
autonoma con desideri e bisogni propri e riceverà (e potrà dare) amore per quello che è
(e non per ciò che altri, attraverso complessi processi proiettivi, vorrebbero che
fosse).
Il figlio, è vero, rimane comunque in parte il luogo delle proiezioni e dei desideri dei
suoi genitori. La misura di ciò è data però da quanto essi si vivono, a loro volta,
deludenti di fronte ai desideri introiettati dei loro genitori. Il lavoro che attende la
giovane coppia è quello di avvicinare sempre più il figlio fantastico e il figlio reale:
ciò risulterà possibile in misura proporzionale alla riuscita del loro processo di
differenziazione e autonomizzazione dai genitori interni.
Il periodo della gravidanza è importante per costruire lo spazio affettivo che
accoglierà il bambino; lo è pure per la elaborazione delle crisi e dei conflitti che
accompagnano questo momento e che si rivelano necessari per la ristrutturazione della
relazione di coppia e per la preparazione dei coniugi al ruolo di genitori.
Stimolante ci pare, a questo proposito, richiamare l'idea che ipotizza per la coppia
l'esistenza di un confine, di una "membrana" (5) che da una parte ne definisce
l'esistenza e un'area propria, dall'altra garantisce, con la sua resistenza e
flessibilità, il funzionamento fisiologico della famiglia.
Molte coppie nel momento di cominciare il lavoro di genitori 'dimenticano' di costruire e
alimentare con pari intensità lo spazio dei coniugi. Il modello appreso nelle famiglie
dorigine e i messaggi culturali secondo cui "tutto va fatto per i figli"
(ma "tutto" che cosa?) rischiano di non far cogliere che, se la coppia dei
coniugi muore, la coppia dei soli genitori non può costruire una famiglia sana.
"Quando è stata l'ultima volta che siete usciti voi due da soli, senza figli?";
ti guardano, con gli occhi sgranati, si guardano tra loro, poi ti dicono: "Ma a noi
ci piace uscire tutti insieme!"; aspetti un momento, poi insi-sti: "Ma, magari
per fare una cenetta, o una pizza...". Dopo un po' ti accorgi che stai parlando
un'altra lingua, perché da quando sono nati i figli, ti dicono, loro non hanno più
"avuto tempo" per uscire... Che è come dire: da quando hanno cominciato a fare
i genitori, hanno mandato i coniugi 'in panchina' (o in pensione) e non li hanno più
fatti giocare.
Questo dialogo si ripete, con sconcertante monotonia, ogni volta che la clinica ci propone
l'incontro con una coppia o una famiglia che si rivolge a noi per un qualche problema che
li preoccupa (figlio sintomatico, problemi di coppia, ecc.).
Lo spazio per il bambino e lo spazio per la coppia, in una relazione funzionale, si
alimentano a vicenda e sono strettamente collegati e interdipendenti.
SULLA NECESSITA' DI RIPENSARE L'INTERVENTO
Dalla preparazione al parto alla preparazione alla nascita
Le riflessioni sulla complessità del processo - alcuni aspetti del quale
abbiamo richiamato in questo lavoro - ci pongono nella necessità di formulare una
risposta ad una domanda che a nostro parere va ridefinita sia verso gli utenti, che verso
l'istituzione. L'attenzione alla pluridimensionalità dell'evento nascita (biologica,
psicoaffettiva e relazionale) va comunque sostenuta (oseremmo dire: indotta) attraverso
l'offerta di un servizio che si ponga come luogo di contenimento dei bisogni.
L'attività di psicoprofilassi ostetrica è entrata ormai come lavoro di routine nei
Consultori familiari e/o nei reparti di ostetricia dei vari Ospedali. Accanto agli indubbi
vantaggi che essa comporta, ci pare si debba cominciare ad analizzare anche certi limiti
insiti, a nostro parere, nel concetto stesso di "preparazione al parto" 3.
Ad una lettura critica dell'attività ci pare necessario operare uno spostamento del punto
focale: dal parto alla nascita.
I. Il fuoco sul parto comporta
1) che si operi per una 'preparazione al parto' visto come la conclusione di un processo a
sé stante (la gravidanza), e non invece come un momento, sia pure molto significativo, ma
pur sempre un momento, di un processo molto più ampio di cui, in realtà, la gravidanza
non è che l'inizio: il processo della nascita (nascita di un bambino, e nascita di due
genitori);
2) che, di conseguenza, l'intervento sia diretto alla donna e quindi condotto quasi
esclusivamente con essa: è la donna, del resto, che partorisce, ed unattività di
preparazione al parto non può che essere rivolta a lei. Non cè posto
per il partner se non per dirgli quel che deve o non deve fare se 'assiste' al parto della
moglie; il tutto un po' come se fosse un elemento di contorno, più o meno facoltativo e
comunque niente affatto coinvolto come individuo, se non per quegli aspetti organizzativi
esterni propri della figura maschile nella famiglia occidentale;
3) che la coppia, dunque il soggetto attivo della gravidanza/nascita, questa nuova unità,
altro dalla somma delle parti che la costituiscono, rimanga del tutto fuori da questo
lavoro che, di fatto, la seziona e la nega in un momento così significativo per la sua
storia.
Sono questi gli elementi che accomunano, in genere, i vari "corsi di preparazione al
parto" organizzati nella maggior parte dei servizi.
II. Uno spostamento dell'attenzione sulla nascita come processo
ci costringe a ipotizzare un intervento di 'preparazione alla nascita' che si ponga come
luogo di contenimento alla complessità dinamica del fenomeno.
Il soggetto dell'intervento non è più la donna, isolata dal contesto, ma la
coppia.
Se la 'crisi di gravidanza' investe ambedue i membri di una coppia, non possiamo far finta
che essa sia un fatto solo della donna. Se è vero che un figlio "si fa in due",
è altrettanto vero che un figlio si cresce in due e che lui ha bisogno di due genitori
come figure di riferimento per una crescita sana. Ci pare che perdere di vista questa
prospettiva nell'intervento istituzionale significhi riproporre un modello familiare che
la psicologia, il pensiero sistemico e il pensiero psicoanalitico vorrebbero superato: la
famiglia "senza padre" dovrebbe essere ormai più uno stereotipo del
passato...
L'altro aspetto che ci ripropone la necessità di porre la coppia come soggetto
dell'intervento nasce dalla constatazione di come sia tuttora diffusa quella che, con
un'immagine sportiva, chiameremmo "la sindrome dei coniugi in panchina".
Troppo spesso la clinica e il contatto quotidiano con le persone 'normali' ci evidenziano
come pian piano, con messaggi e spostamenti quasi subliminali, lo spazio dei coniugi venga
assorbito, fino alla sua scomparsa, dallo spazio dei genitori proiettati ormai verso un
'funzionamento a tempo pieno'.
* * *
Accenniamo ad una nostra ipotesi riorganizzativa dell'intervento,
che stiamo tuttora verificando da un po' di tempo e che ha coinvolto finora oltre 50
coppie.
Con ogni coppia stabiliamo un incontro preliminare che serva ad una raccolta di
informazioni di carattere psico-sociale relative alla famiglia e alla gravidanza attuale,
a presentare il progetto di lavoro e formulare il "contratto" con la coppia nel
suo insieme. Inizia qui il lavoro di ridefinizione della domanda; lavoro che continuerà
poi nelle fasi successive dell'intervento, che prevede due momenti paralleli:
a) degli incontri di gruppo per le coppie per permettere un'elaborazione nel gruppo dei
vissuti che accompagnano la gravidanza e per un'attività di rilassamento e canto; il
lavoro di gruppo inizia intorno al 6° mese di gravidanza per un periodo di due mesi e
mezzo circa: 10-12 incontri con frequenza settimanale; conduttrice del gruppo è la donna
della coppia terapeutica (v. sotto, il punto b)); ogni gruppo è formati da 6-8
coppie;
b) l'offerta a ciascuna coppia della possibilità di un incontro mensile con una coppia
(eterosessuale) di terapeuti; ciascuna seduta ha la durata di un'ora e si svolge su
materiale che la coppia liberamente introduce. Le sedute diventano uno spazio privato per
la coppia nel suo insieme e per ciascuno dei due partners, per l'elaborazione di quei
cambiamenti che si verificano durante la gravidanza e che si manifestano attraverso
le sensazioni, le fantasie, i desideri, i timori, i sogni, i comportamenti, le
aspettative, i sintomi di ciascuno dei due
- in relazione al bambino che attendono,
- in riferimento alle relazioni reciproche
- e nei confronti delle famiglie d'origine, reali e interne.
Una particolare attenzione è posta dai terapeuti nel conservare l'autopercezione della
coppia come coppia sana e 'normale' 4. Questa parte del
lavoro inizia intorno al terzo-quarto mese di gravidanza: in genere dopo che la donna
viene per una prima volta al consultorio (di solito per un controllo medico).
Successivamente viene offerta la possibilità di continuare le sedute anche dopo il parto
fino ad un anno di vita del bambino.
* * *
E' un tentativo, il nostro, di tradurre in termini operativi istituzionali
quanto ormai è acquisito su un piano più propriamente teorico circa la complessità del
momento 'attesa/nascita di un figlio' non solo per la donna o per l'uomo, presi
isolatamente, ma anche per la coppia nel suo insieme.
Porre la coppia come soggetto dell'intervento non può, però, significare l'annullamento
della peculiarità che la donna vive e porta durante questo periodo (ciò non solo dal
punto di vista biologico: comunque garantito dall'intervento ostetrico ginecologico). Come
rispettare l'una senza perdere di vista l'altra è allo stato attuale il punto di
dibattito che vivacizza il nostro gruppo di lavoro. Punti diversi di focalizzazione ci
differenziano: non senza significato, crediamo, siano anche i ruoli sessuali che ciascuno
di noi, come donna o come uomo, incarna. Ci ricorda Maturana che ogni scelta di campo è
una scelta emozionale: solo successivamente interverrebbe l'apparato logico per fornire la
necessaria coerenza...
NOTA CONCLUSIVA
La riflessione sulla complessità e potenzialità di questo momento del
ciclo vitale e sulla sua significatività come 'investimento per la salute' e della
famiglia e dei singoli membri, dovrebbe portarci, a nostro parere, a porre ad esso
un'attenzione tutta particolare nei vari contesti dell'intervento sanitario: quello
consultoriale materno infantile, quello della clinica psicoterapeutica e, ad altri
livelli, nel contesto della elaborazione dei progetti di prevenzione del SSN, con la
conseguente ricerca di nuovi modelli operativi.
La sindrome del padre assente - di cui molto si parla nella letteratura - e la sindrome
dei coniugi in panchina - troppo poco considerata, invece, a nostro parere - sono
costanti che sembrano caratterizzare la famiglia nel nostro conteso culturale. Un aiuto
adeguato ai bisogni dei due coniugi che stanno diventando genitori crediamo sia una valida
forma di prevenzione verso la salute: nella sua accezione più completa di "benessere
fisico, psichico e sociale" (OMS):
a) salute di loro stessi, perché lo spazio figlio/genitori non in-vada, in una sorta di
annessione forzata, lo spazio della coppia; e viceversa;
b) salute del bambino, perché non si veda costretto nella rigidità di una relazione
triangolare senza vie di progressione verso la sua individuazione.
Una curiosità. Ogni volta che contattiamo una donna incinta per chiederle anche la
presenza del marito per il primo incontro, quello del contratto, ci sentiamo rispondere,
immancabilmente, con un senso di meraviglia sottolineato dal tono della voce e dallo
sguardo, come se avessimo detto chi sa quale stramberia: "Ma mio marito
lavora!"... come se lei fosse la prima a credere e a sentire che il far nascere un
figlio è un fatto solo suo e il marito non deve essere disturbato o dis-tratto dalla sua
area specifica di uomo-lavoratore. Poi, dopo il primo incontro con la coppia - che, una
volta superata questa iniziale resistenza, si concretizza piuttosto facilmente - i mariti
diventano i primi nel farsi parte attiva nel superare quelle difficoltà organizzative che
in qualche modo rischiano di intromettersi (orari di lavoro, permessi, ecc.).
Che ci si stia realmente muovendo verso una società... con il Padre? Forse, allora, chi
sa che anche i coniugi non riprendano a giocare!
BIBLIOGRAFIA
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___________________ note
1 Si pensi, in proposito, a tutto quel capitolo relativo ai
disturbi psicosomatici che insorgono nel partner in coincidenza della gravidanza della
moglie, quali nausee, vomito, coliche addominali, infiammazioni agli occhi, problemi
dermatologici, aumento/diminuzione di peso, ecc.
2 La relazione di coppia, in realtà, è solo virtualmente diadica, dato che
pesano sulla relazione molti altri elementi che di volta in volta possono cambiare. Esiste
sempre un 'terzo', fantastico o reale: un genitore dell'uno o dell'altro, o anche la
stessa dinamica della coppia parentale di origine presentificata nella nuova
relazione.
3 E' questo il modo in cui l'attività viene di solito
indicata: "corsi di preparazione al parto". Non è solo un problema di
definizione: ci pare non si debba sottovalutare come la denominazione che si dà ad
unattività ne definisca, più o meno consapevolmente, anche gli obiettivi.
4 Nel campione considerato, quattro coppie hanno poi continuato
un vero e proprio trattamento psicoterapeutico. L'attenzione alle dinamiche della coppia
in gravidanza permette di cogliere fin dal momento di insorgenza certe linee
disfunzionanti, favorendo così la precocità dell'intervento.
- Pubblicato su TERAPIA FAMILIARE n. 38/1992.
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