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Un discorso fra adulti Vorrei, almeno in questoccasione, non rivolgermi ai
giovani. Per vivere non hanno bisogno di leggere libri sulla condizione giovanile: questo
è un periodo dell'esistenza che deve essere vissuto. E non si impara a vivere leggendo
libri di psicologia! Ve l'immaginate un bambino che per crescere bene consulta tutte le
mattine il suo bel trattato di psicologia infantile?
Mi piacerebbe, invece, scambiare alcune riflessioni con coloro che, pur "giovani
nello spirito", stanno vivendo gli anni della maturità.
Avrete senz'altro seguito qualche dibattito, magari in TV, sulla condizione giovanile.
Avete osservato l'età dei partecipanti? Si direbbe che questo sia proprio un problema
degli adulti. Chi sa che non sia proprio così?!
Molto si parla di condizione giovanile, oggi. Non solo oggi, per la verità. Se ne è
sempre parlato. Solo che oggi i grandi mezzi di comunicazione, la TV, la radio, la stampa,
con la loro potenza amplificatrice, ne dilatano le dimensioni. Da sempre l'umanità si è
posta il problema del ricambio e del passaggio delle consegne tra le generazioni. E da
sempre chi parla del problema è la generazione degli adulti: la generazione, cioè, di
chi tiene nelle proprie mani il mondo e che, nel momento in cui se ne rende conto, sente
che il fluire del tempo lo porterà fra breve a lasciarlo come eredità nelle mani di
altri. Parlare di questi e fare progetti per loro è un po' come tentare di recuperare un
tempo trascorso, rimediando, così, all'inesperienza di allora con l'esperienza di oggi.
Essere giovani: una fase della vita
Da un punto di vista biologico la crescita di un individuo è un processo continuo. La
necessità di comprendere i cambiamenti che la accompagnano ci costringe a parlare di
"fasi", di "tappe", che leghiamo alle diverse età: in realtà, però,
è solo la nostra incapacità a cogliere l'insieme che ci fa credere che queste fasi, che
abbiamo inventato, esistono nella realtà.
Un ricercatore si è voluto togliere la soddisfazione di vedere quante fasi erano state
individuate dall'uno o dall'altro dei vari psicologi: per i primi 24 anni di età ne ha
trovate ben 61 (= in media un nuovo periodo ogni 4 o 5 mesi!).
Ciò nonostante ci troviamo costretti anche noi a definire il termine di
"giovane" e, nel definirlo, anche noi immaginiamo che la giovinezza sia una fase
della vita con un inizio e una fine.
Due parametri in particolare ci sembrano rilevanti in un tentativo di definire la
giovinezza : l'uno legato alla biologia (l'età) e l'altro all'ambiente (la
situazione socio-culturale). Questi due aspetti, in combinazione tra loro, ne definiscono
la dimensione psicologica.
Per l'aspetto biologico possiamo immaginare di riferirci ad unetà compresa tra i 15
e i 25 anni: tutti sappiamo che entro questa età la crescita biologica si completa e
subito dopo inizia come un processo regressivo, che potremmo anche chiamare "di
invecchiamento".
L'ambiente. Questo è l'elemento più significativo nel delimitare una "fase"
evolutiva. I valori e le regole della cultura, i modelli di riferimento, le condizioni di
vita del soggetto e della sua famiglia appaiono determinanti nel definire lo stile di
vita, la capacità di pensiero e di azione, la forza e l'energia di cui disporre nel
costruire la propria individualità.
Non è certo difficile cogliere l'incidenza dell'ambiente sul processo di crescita di un
individuo.
Senza entrare nel merito di distinzioni e approfondimenti, proviamo a presentarci dei
flash su alcuni ragazzi, ventenni, che vivono a Moie o a Jesi...
Paolo è già occupato in un lavoro; Daniela è ancora una studentessa; Luciano vive in
una famiglia dove leggere, discutere, parlare dei problemi della vita e della società
attuale è un fatto di tutti i giorni; Andrea vive in una casa dove si parla solo di soldi
e di pallone; Luisa ha i genitori che fanno molta fatica per arrivare a fine mese; la
preoccupazione principale, se non unica, di Maurizio è di quale fuoristrada farsi
regalare dal padre per i suoi 18 anni. A tutti è evidente come l'essere giovani per
Paolo, Daniela, Luciano, Andrea, Luisa o Maurizio è una cosa ben diversa!
La difficile eredità
E' un luogo comune associare giovani e contestazione. I giovani contestano i valori
della generazione precedente: i valori della cultura, della politica, della religione,
ecc.
Ma può un giovane non contestare? Per lui è una necessità appropriarsi del mondo in cui
vive e sa che può farlo solo se diventa attivo nell'assimilarne ed elaborarne i valori.
Certi cibi dobbiamo cucinarli per renderli digeribili; dobbiamo, cioè, elaborarli,
innescarvi dei processi di alterazione, rompere determinati equilibri chimici e avviarne
degli altri. Il giovane-uomo ha lo stesso bisogno di "cucinare" il mondo che gli
offrono gli adulti, con tutto ciò che esso contiene. Solo attraverso questa elaborazione
egli può "digerire", cioè "fare suo", quanto incontra nella vita.
Per il giovane contestare significa vivere, significa sperimentare sé stesso nella sua
capacità creativa che è capacità di costruire la propria casa rielaborando quella che
altri, prima di lui, a loro volta avevano ri-costruito prendendo nelle loro mani quella
che altri ancora (la generazione precedente) avevano a loro volta ri-elaborato. In una
catena continua di accettazione e cambiamento.
Il dramma di questo processo è che esso può avvenire solo con la collaborazione degli
adulti: la collaborazione dell'opposizione.
L'adulto deve fare il suo mestiere di adulto: quello di difendere i suoi valori, che ha
costruito, e di assicurarne la sopravvivenza. Il giovane non può che fare il suo
mestiere: quello di metterne alla prova la solidità e la consistenza attraverso gli
scossoni della ribellione e della contestazione.
I genitori, gli insegnanti, gli adulti in genere, sono per il giovane la palestra dove
irrobustire i muscoli della mente (della personalità) perché diventino in grado di
sostenerlo nel viaggio della vita. Non ha bisogno di incontrare adulti disposti a
"cedere" al primo urto: a lui servono persone forti che credano nei loro valori
e non adulti rinunciatari, magari per il quieto vivere o per l'inconsistente progetto di
essergli "amici". Come genitori dobbiamo fare i genitori, come insegnanti gli
insegnanti, come adulti gli adulti: di amici il giovane dovrà costruirsene tra i
coetanei.
Il problema è che questa eredità sembra altrettanto difficile prenderla che lasciarla.
I giovani e la fatica di crescere
Non è facile un lavoro di questo genere ed è molto faticoso. La ragione principale è
che nessuno ha la sua strada già fatta: se la deve cercare e se la deve fare, rischiando
di persona. E' il costo da pagare per vivere, se non si vuole tirare a campare. (Che poi,
anche per tirare a campare bisogna faticare...).
C'è forse qualcuno che può salire una montagna per un altro? O qualcuno che può
camminare con le gambe di un altro? A nessuno è consentito fare la strada al posto di un
altro: nemmeno ad una madre per il proprio figlio: neanche in quel periodo in cui lui deve
ancora nascere. Lei gli offre un luogo - il proprio corpo - dove può crescere per nove
mesi; gli dà da mangiare, producendo, sempre con il suo corpo, il latte di cui ha
bisogno; lo accudisce, lo cura, gli dà attenzione e affetto, ma non può mai sostituirsi
a lui. Non può lei crescere al posto del suo bambino; non può lei digerire il cibo.
Anche se volesse, non potrebbe farlo. Per fortuna! Perché il bambino ha bisogno di far
funzionare i propri organi e i propri apparati se vuole vivere.
Questa regola non vale solo per la dimensione biologica della vita. Dagli altri possiamo
pure ricevere una mano, in qualche momento, ma non possiamo vivere per procura!
Crescere è anche poter sbagliare
Giulio ha 30 anni. Meglio, aveva 30 anni: perché la settimana scorsa è morto in un
letto di ospedale divorato nel corpo dall'Aids. Ha vissuto gli anni della sua giovinezza
schiavo degli interessi dei mercanti di droga: uno dei tanti di cui essi pretendono di
essere padroni. Gli ultimi tre anni ha cercato di affrancarsi e di rientrare in possesso
della sua libertà. Ha vissuto in una comunità terapeutica, alla ricerca di sé e del
senso della sua vita. Ha provato a camminare con le sue gambe e ha continuato a farlo fino
alla fine. Ha preso la sua eredità, pagando di persona, lungo un cammino tortuoso e
impervio. Ha incontrato la sua morte in piedi, da vivo.
Claudia ha 20 anni. Sente che per lei non c'è spazio: i genitori sono troppo occupati,
secondo lei, con il loro lavoro e "non avrebbero dovuto fare un figlio". Sente
anche, però, che lei non può fare a meno di loro, che ne ha bisogno. Sente, soprattutto,
che loro non possono fare a meno di lei, al punto che non ce la fanno a darle il permesso
di crescere per condurre una vita autonoma. Così anche lei ha imparato ad aver paura di
lasciarli, quasi che separarsi sia uguale a perderli e a perdersi. La strada che ora sta
percorrendo, che passa per i sentieri della sofferenza mentale, è paralizzante. Non può
muoversi. A meno che i suoi genitori, i suoi adulti più importanti cioè, non riescano ad
accettare il rischio della crescita e a darle il permesso di correrlo.
Il disagio della condizione di adulti: la fatica di crescere e di lasciar
crescere
Certo che parlare di "disagio della condizione giovanile" e non affrontare il
"disagio della condizione di adulti" è rinchiudersi in un angolo di visuale
parziale e limitato.
Siamo noi adulti a trovarci spiazzati di fronte alla nuova generazione che non piglia per
buono, così com'è, questo mondo che noi abbiamo tanto faticato a correggere e che, per
di più, "pretende" di apportarvi le sue correzioni. Il nostro disagio lo
traduciamo allora in accuse di ingratitudine e di irriconoscenza: abbiamo fatto tutto per
te e tu ecco come ci ripaghi!... e così via.
Eppure anche noi abbiamo avuto bisogno di correggere il mondo che abbiamo ereditato dai
nostri genitori. Certo, lo abbiamo migliorato, diciamo noi; sicuramente ci abbiamo
provato.
Non sarà che crediamo di aver raggiunto il massimo del buono e del bello! Perché allora
non provare ad accettare che gli altri, i più giovani, possano avere il nostro stesso
bisogno: quello di usare le proprie mani per continuare la costruzione, magari anche
"raddrizzandola" dove serve.
Non è questo il senso del fluire della vita e del susseguirsi delle generazioni?
Gli studiosi della psicologia familiare dicono che ogni famiglia nel corso della sua
storia deve passare attraverso una tappa fondamentale per una sana crescita di tutti i
membri, figli e genitori. E' la tappa dell'emancipazione dei genitori dai figli: leggete
bene: non "emancipazione dei figli dai genitori", ma viceversa: dei genitori dai
figli. Che è come dire che gli adulti, per continuare il loro processo di crescita,
devono imparare a sganciarsi dai figli, perché solo così conquistano la propria
autonomia e diventano capaci di permettere ai figli di costruirsi la loro vita e il loro
mondo secondo il proprio progetto.
Ce la faremo a lasciare l'eredità senza sentire che ciò significhi, per forza, morire?
Crescere è poter camminare con le proprie gambe
Le strade della scienza e le strade della poesia possono sembrare lontane e dirette
verso luoghi diversi. Nella realtà, per fortuna, non è così. Diversi sono solo gli
strumenti che usano, ma l'una e l'altra parlano alla stessa umanità.
Mi piace lasciarvi in compagnia di un uomo che, percorrendo strade diverse dalle
mie, ha saputo esprimere compiutamente, in pochi versi, il fluire della vita.
"I tuoi figli non sono figli tuoi,
sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo, ma non li crei,
sono vicino a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore, non le tue idee,
perché essi hanno le loro proprie idee.
Puoi dare dimora al loro corpo, non alla loro anima,
perché la loro anima abita nella casa dell'avvenire,
dove a te non è dato di entrare, neppure col sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro,
ma non volere che essi somiglino a te,
perché la vita non ritorna indietro e non si ferma a ieri.
Tu sei l'arco che lancia i figli verso il domani."
(Kahlil Gibran, poeta libanese, 1883-1931)
- Pubblicato su APPUNTI, periodico del Gruppo di Solidarietà di Moie di
Maiolati (Ancona), marzo 1991.
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