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Come commiato,
che non fu un commiato, il maestro mi porse il suo migliore arco.
“Quando tirerai con questo arco sentirai che la maestria del maestro
è presente. Ma non darlo in mano a curiosi!
E quando ne sarai
padrone, non conservarlo per ricordo! Distruggilo, che non ne resti
che un mucchietto di cenere!”. […]
Noi maestri
d’arco diciamo: “Con l’estremità superiore dell’arco l’arciere fora
il cielo, all’estremità inferiore è appesa la terra, fissata con un
filo di seta. Se il colpo parte con una forte scossa,
c’è il
pericolo che il filo si spezzi. Per il volitivo e il violento l’uomo
resta irrimediabilmente nello spazio intermedio tra il cielo e la
terra”. (12)
PREMESSA
Questo lavoro
consta di due parti: una prima che abbiamo chiamato “considerazioni
preliminari” e una seconda che entra nel merito di alcuni degli
elementi che, a nostro parere, sono più significativi nel connotare
il processo di interazione tra la famiglia d’origine dell’allievo e
il gruppo di formazione durante gli anni del Corso di
specializzazione. Riteniamo importante sottolineare che le due parti
sono strettamente interdipendenti e che quei pensieri che sono
delineati nella prima sono necessari per comprendere e
contestualizzare l’ipotesi di fondo che sottostà a questo lavoro: se
la famiglia d’origine è il luogo del primo apprendimento
familiare, il gruppo di formazione, come luogo del secondo
apprendimento familiare, attiva un processo di
elaborazione/correzione, quindi di integrazione, rispetto al
modello appreso nella propria famiglia.
I.
CONSIDERAZIONI PRELIMINARI
1. Le radici
del fare
Una domanda che
accompagna sempre l’inizio – non solo l’inizio, per la verità - di
un corso di formazione è “come fare?” o “cosa fare in una data
situazione?”. L’ipotesi da cui partiamo è che il FARE (F) è sempre
e comunque risultato dell'interazione tra il PENSARE (P) e il
SENTIRE (S): esso ne è l'aspetto evidente e rivelatore, potremmo
dire l'aspetto “sintomatico”. Il pensiero e il mondo emozionale,
cioè, ne sono le radici. Con una distinzione un po’ generica
possiamo dire che P è l’area dello studio, delle conoscenze, delle
ipotesi di ricerca, in una parola, l’area dell’epistemologia di
riferimento, mentre S è l’area delle emozioni, del recupero e
della valorizzazione delle esperienze emozionali, in altre parole,
l’area della formazione personale.
Se F, il fare
terapeutico, nasce da un buon processo di integrazione tra le due
aree P e S, esso diventa comportamento consapevole e, come tale,
contenitore e sicuro alleato della spinta evolutiva che appartiene
ad ogni individuo e ad ogni gruppo familiare.
Quando le aree P
e S non accedono ai livelli di consapevolezza, come forze propulsive
esse spingono ad un’azione (F) cui poi vengono attribuiti
significati che in realtà non le appartengono. L'azione diventa,
allora, non più intervento terapeutico, ma “agito” inconsapevole (acting
out) e, come tale, ad alto rischio di collusione con elementi e
spinte involutive (pure esse presenti in ogni individuo e in ogni
gruppo familiare).
Potremmo
riprendere, come una possibile indicazione/ipotesi di
approfondimento, alcune affermazioni di Bion a proposito della
funzione alfa (5, passim).
“Perché possano
essere utilizzati dai pensieri del sogno, le percezioni di
un’esperienza emotiva debbono essere preventivamente elaborate dalla
funzione alfa”. Non lasciamoci ingannare dall’attenzione al sogno,
perché Bion subito dopo aggiunge: “un’esperienza emotiva
verificantesi nel sonno non differisce da un’esperienza emotiva di
veglia”.
“La funzione alfa
esegue le sue operazioni su tutte le impressioni sensoriali, quali
che siano, e su tutte le emozioni, di qualsiasi genere, che vengono
alla coscienza del paziente. Se l’attività della funzione alfa è
stata espletata, si producono elementi alfa; (…) se invece la
funzione alfa è alterata, quindi inefficiente, le impressioni
sensoriali coscienti e le emozioni provate restano
immodificate:
chiamerò questi elementi beta”. Continua poi dicendo: “Pur non
essendo utilizzabili da parte dei pensieri onirici [e, abbiamo visto
sopra, anche da parte dei pensieri di veglia] gli elementi beta sono
disponibili per le operazioni dell’identificazione proiettiva:
essi esercitano perciò la loro influenza nel prodursi degli acting
out. (…) Infatti “anche gli elementi beta vengono
immagazzinati: si differenziano, però, dagli elementi alfa, perché
sono conservati non già come ricordi, bensì come fatti indigeriti;
viceversa gli elementi alfa, essendo stati digeriti dalla funzione
alfa, sono diventati adatti alle operazioni del pensiero”.
(…) “Ecco la
formulazione più generale della mia teoria: perché si possa
apprendere dall’esperienza, la funzione alfa deve operare sulla
consapevolezza di un’esperienza emotiva; dalle impressioni di tale
esperienza scaturiscono elementi alfa; tali elementi vengono resi
immagazzinabili affinché i pensieri del sogno e il pensiero
inconscio di veglia li possano utilizzare”. Dopo aver portato come
esempio di operazione della funzione alfa l’esperienza emotiva di un
bambino che impara a camminare, continua dicendo: “La funzione alfa
è necessaria per ragionare e pensare consapevolmente e per
devolvere il pensare all’inconscio quando, nell’apprendere
un’attitudine, è necessario liberare la coscienza dal peso del
pensiero”.
Sempre
nell’intento di voler offrire delle indicazioni/ipotesi di
approfondimento, possiamo immaginare un’analogia tra il processo di
apprendimento del bambino che impara a camminare e il terapeuta che
impara il fare terapia (F)
.
L’incontro con i
pazienti è per il terapeuta fonte di impressioni sensoriali e
di esperienze emotive; queste comunque occupano lo spazio
mentale/emozionale del terapeuta richiamando esperienze già sentite
e vissute nel tempo. Vedremo in seguito come l’apprendimento
familiare/relazionale costruito nella propria famiglia d’origine
diventa una mappa sulla quale sono collocate le esperienze
successive, che acquistano, così, significati emozionali del tutto
personali a seconda delle coordinate che la griglia/mappa è in grado
di fornire. Se la mappa di riferimento (= il modello
familiare/relazionale) non è sufficientemente conosciuta, se, in
altre parole, non si è avviato quel processo di digestione delle
esperienze emozionali significative, meno ancora le nuove
esperienze possono diventare utilizzabili per le operazioni del
pensiero, con il rischio che il tutto debba venire evacuato
attraverso l’identificazione proiettiva e la produzione di acting
out.
Un’obiezione che
a volte ci viene fatta è che alcuni (molti?) ritengono di non
lasciarsi guidare da un’epistemologia (= da un pensiero teorico di
riferimento), tanto meno dalle loro emozioni, nei loro interventi
professionali.
Quando dovessimo
trovarci di fronte ad un’obiezione di questo genere dobbiamo
allertare tutti i nostri sensi, quelli del corpo e quelli della
mente: ci troviamo di fronte ad una dichiarazione di
inconsapevolezza assoluta, dovremmo dire di incoscienza
assoluta, restituendo a questa parola il suo pieno e duplice
significato di non-coscienza (= non consapevolezza) nel senso del
linguaggio psicologico e di incoscienza nel senso del linguaggio
quotidiano, di assenza di rispetto, cioè, di una qualsiasi norma di
etica [professionale].
Ogni nostro
intervento
nasce da un’interazione costante tra l’idea che ci facciamo di
quella determinata situazione e le emozioni che questa ci provoca.
Che siamo consapevoli o no, è così. Se, ad esempio, facciamo
un’osservazione ad un signore in seduta su come si sta relazionando
con suo figlio o con sua moglie, essa è guidata dall’idea/immagine
che noi abbiamo di “padre” o di “marito”; nella scelta di cosa
prendere o non prendere tra i mille stimoli che un paziente ci
porta, è la significatività che una determinata cosa (situazione,
parola, messaggio non verbale, ecc.) ha per noi che ci guida nella
scelta. E’ solo l’attivazione di un processo di conoscenza (=
consapevolizzazione) dei nostri modelli interiorizzati che ci
restituisce la possibilità di agire con sufficiente libertà dai
nostri condizionamenti, quindi con una maggiore adeguatezza e
rispetto per la problematica delle persone con cui stiamo lavorando.
Lasciando per ora
l’approfondimento di queste riflessioni e riprendendo il pensiero
iniziale sul pensare e sentire come radici del fare,
vogliamo dire che, pur con tutti i rischi di fare un'operazione
riduzionistica, riteniamo di poter collocare il tema di questo
intervento, sulle interazioni tra famiglia d’origine e gruppo di
formazione, prevalentemente nell'area del SENTIRE, l'area delle
emozioni, quella, quindi, che abbiamo indicato come l’area della
formazione personale.
2. La terapia
dell'allievo terapeuta familiare
E' un tema del
tutto aperto quello della terapia personale dell'aspirante
psicoterapeuta.
Alcune scuole
rendono obbligatoria la psicoterapia dei loro allievi, magari con
gli stessi didatti della scuola, pur consapevoli del rischio che
un'esperienza, che per definizione può essere vissuta pienamente
solo in quanto “scelta”, fondata cioè su una motivazione al
cambiamento, rischia di essere affrontata quasi come un corso da
frequentare o un esame da sostenere, pena il non conseguimento del
titolo di studio.
Altre, invece,
più orientate verso la risoluzione del sintomo che non verso la
comprensione e correzione dei processi che contribuiscono alla sua
genesi, mettono in discussione perfino l'opportunità di considerare
una psicoterapia come parte integrante del percorso di formazione di
uno psicoterapeuta.
Altre ancora -
qui, sostanzialmente, si colloca per ora la nostra scuola - lasciano
agli allievi la libertà di scegliere quando e dove intraprendere
questo cammino, consigliandolo caldamente e lavorandoci perché il
“consiglio” possa diventare, nel tempo, scelta personale.
II.
L'APPRENDIMENTO FAMILIARE
Famiglia d'origine e Gruppo di formazione: modelli a confronto
Venendo, così, a
mancare un percorso terapeutico con la propria famiglia, il processo
formativo di un terapeuta familiare si avvia, si costruisce e si
sviluppa prevalentemente, quando non esclusivamente, all'interno di
un gruppo di formazione.
Il primo
apprendimento familiare (l'organizzazione reale e mentale della
famiglia, i significati emozionali, ecc.) avviene nella FAMIGLIA
D’ORIGINE. E' qui che apprendiamo il modello di famiglia: cosa
significhi essere figlio ed essere fratello, cosa significhi essere
padre o madre; qui apprendiamo pure cosa significhi essere coniuge e
genitore.
E' nella famiglia
che l'individuo, secondo modalità proprie alle diverse fasi di
crescita, costruisce la sua identità: nell'immagine che i genitori
gli riflettono egli impara a riconoscere sé stesso, a modellarsi nel
costante confronto con lo specchio che essi gli mettono davanti.
Vivendo l'appartenenza e sperimentando la possibilità di separarsi,
procede per la strada dell'individuazione, con tutte le potenzialità
e i limiti che la sua famiglia gli può offrire.
La famiglia si
pone anche come il luogo dove ciascuno apprende la capacità di porsi
in relazione con il mondo esterno e, in pari tempo, come “la scuola”
dove costruire i valori di riferimento per le scelte che la vita
chiamerà a fare lungo l'arco dell'esistenza.
E' un
apprendimento arricchente e nello stesso tempo condizionante. La
famiglia - diciamo - è “matrice di pensiero”.
E’ nella famiglia
d’origine che ciascuno costruisce il modello di riferimento
emozionale per ogni esperienza successiva sia sul piano personale
che professionale. Sul piano personale è al modello appreso nella
sua famiglia che l’individuo fa riferimento per le scelte
significative della vita: nella scelta del partner, nella
costruzione del proprio ruolo di marito/moglie, di genitore, ecc.
(9). Sul piano professionale dobbiamo affermare che è quello stesso
modello, quello appreso nella sua famiglia d’origine, che il
terapeuta porta con sé quando entra in seduta ed è su questo e
attraverso questo che guarda e sente la famiglia che gli è di
fronte.
Il GRUPPO DI
FORMAZIONE diventa, per il futuro terapeuta familiare, il luogo del
secondo apprendimento familiare.
Questo avviene, a
nostro parere, in due tempi, successivi l'uno all'altro sul piano
logico, contemporanei, nel loro divenire, sul piano cronologico.
In un primo tempo
l'allievo all'interno del gruppo, attraverso il lavoro che fa sulla
propria famiglia, procede per ritrovare la sua famiglia e le sue
regole; per ri-vederla e ri-conoscerla fino a portare a livelli di
consapevolezza il modello interiorizzato, con la sua struttura e le
sue regole.
In un secondo
tempo egli viene stimolato a procedere per la ri-costruzione di un
modello familiare interno che possa integrare quello già acquisito
negli anni come proprio. Integrarlo, non sostituirlo. Significa che
la propria famiglia rimane comunque la base del suo modello
familiare interno; l'esperienza nel gruppo di apprendimento permette
di costruire nuove relazioni significative e quindi di fondare nuovi
modelli relazionali
.
Ciò avviene lungo
i tre assi relazionali che definiscono la struttura familiare:
quello dell’essere fratelli (asse 2°) - questa è la
generazione cui l’allievo appartiene nella sua famiglia di origine
-, attraverso le relazioni che è chiamato a giocare con gli altri
allievi; quello dell’essere coppia (asse 1°) - l’immagine dei
propri genitori, reali e interni -, attraverso le relazioni che
giocano i didatti tra loro; il terzo è l’asse delle relazioni
intergenerazionali: l’essere genitori / essere figli (asse
3°): il gruppo e i singoli allievi sono in relazione con i didatti,
con ciascuno di loro e con loro in quanto coppia
.
* * *
Collocandoli
all’interno di quelli che abbiamo indicato come i due tempi che
caratterizzano il percorso formativo, vogliamo accennarvi a tre
strumenti particolari, come propri della nostra esperienza dell’ITF
di Ancona, che riteniamo significativi per favorire e promuovere il
percorso formativo degli allievi. Il primo (un lavoro scritto sulla
famiglia d'origine che ciascun allievo fa a conclusione del 2° dei
cinque anni di formazione) e il secondo (l’incontro diretto con la
famiglia d’origine dell’allievo) si collocano in quello che abbiamo
indicato come il tempo del ri-conoscimento del proprio modello
familiare d’origine (1° tempo); il terzo, invece, va collocato in
quello che abbiamo chiamato il tempo della ri-costruzione di un
modello familiare diverso (2° tempo): esso fa riferimento alla
conduzione del gruppo di formazione da parte della coppia dei
didatti in compresenza.
1° tempo
IL RI-CONOSCIMENTO
DEL PROPRIO MODELLO FAMILIARE D’ORIGINE
Sono diversi gli
strumenti attraverso cui abitualmente lavoriamo, nella scuola
Accademia, con la famiglia di origine degli allievi terapeuti. Tra
questi, naturalmente, vanno evidenziati:
a) il recupero
della storia della propria famiglia (attraverso il racconto, le
fotografie, i documenti vari, ecc.), il genogramma, la scultura di
alcuni momenti più significativi;
b) il riferimento
costante alla famiglia d’origine dell’allievo nella clinica (=
l’esperienza e l’intervento del terapeuta nell'incontro clinico
vengono costantemente ricondotti al e confrontati con il suo modello
interno di famiglia);
c) intermedio a
questi due momenti, cioè come un elemento che favorisce l'incontro e
l'integrazione tra la propria storia e la clinica, noi collochiamo
una duplice proposta che facciamo agli allievi: 1) un lavoro
scritto, come tesi conclusiva del 2° anno di formazione, cui diamo
per titolo “Un viaggio in famiglia” e 2) un incontro “reale” con la
famiglia d’origine all’interno del percorso di formazione.
Proviamo ad
illustrare brevemente queste due proposte.
1. Un viaggio
in famiglia
Il lavoro prende
in considerazione la dimensione storica, almeno fino alla
generazione dei nonni (nel senso della ricostruzione dei fatti e
degli avvenimenti), e le dimensioni affettiva e relazionale intra e
intergenerazionali (nei vari sottosistemi: della coppia, di questa
con le rispettive famiglie di origine, dei fratelli).
Il lavoro di
ciascuno viene consegnato, oltre che ai didatti, a tutti gli allievi
del gruppo di formazione. Ciascuno ha così a sua disposizione anche
i lavori degli altri: dovrà leggerli e farci le sue considerazioni
(scritte).
All’inizio del
terzo anno, poi, alcune giornate intere, cui partecipano in
compresenza anche i due didatti, sono dedicate all'analisi dei
lavori e allo scambio delle osservazioni.
Sulle motivazioni
che sottendono a questa nostra scelta nella costruzione e conduzione
del percorso formativo, vogliamo dare ora tre indicazioni.
1. Sul perché
un lavoro sulla propria famiglia non intendiamo, in questa sede,
aggiungere altro a quanto già detto sia sulla famiglia d’origine
come modello di riferimento interno, sia sulla problematica di quale
terapia per l’allievo terapeuta familiare.
2. Sul perché un
lavoro scritto sulla propria famiglia facciamo due
considerazioni.
La prima.
Crediamo sia esperienza condivisa come il dover scrivere costringe a
pensare - e a sentire -, più di quanto non faccia il solo dover
parlare. Scrivere spinge a cercare, a trovare quello che credevi
perduto; fa fissare pensieri e sentimenti che altrimenti corrono e
sfuggono; fa incontrare tante parole e tante sensazioni... E tra
tutto questo devi scegliere: è significativo? perché? perché scrivo
di questo momento e non di un altro? a quali parole affidare un
ricordo, un pensiero, un'emozione? Ti accorgi del limite delle
parole e nello stesso tempo della forza che possiedono. E la parola
scritta diventa un punto fermo: un punto in cui senti di essere
arrivato e un punto da cui senti che puoi ripartire. Allora senti,
una volta che ne hai incontrato la forza, tutto il limite dello
scrivere: ti accorgi che appena scritto, da lì devi ripartire,
perché la vita continua, così come la storia, personale e familiare.
La seconda. Dover
scrivere sulla famiglia d'origine diventa un invito a ri-entrarci: a
prendere le tue cose e fare un viaggio nella tua storia, per
scoprirla e riviverla. A trent'anni, quaranta, provi a ritrovare
parti di te che credevi perdute. Ti dà il permesso di “interrogare”
i tuoi parenti sulla storia condivisa, di ricucire, così, momenti e
relazioni sfumati o anche scuciti, quando non anche sospesi o
addirittura strappati.
3. Sul perché un
lavoro scritto in questo momento del percorso formativo.
Nella
costituzione di un gruppo di formazione e nel suo percorso evolutivo
possiamo cogliere alcuni momenti particolarmente significativi che
ne cadenzano il ciclo vitale. Proprio nel modo in cui,
parallelamente, possiamo guardare il processo evolutivo di una
famiglia. Il corteggiamento, il matrimonio, la nascita dei figli /
nascita dei genitori, il periodo centrale del matrimonio /
adolescenza dei figli, l'emancipazione dei genitori dai figli e di
questi dai genitori, il pensionamento, la vecchiaia e la morte sono
fasi che costituiscono la storia anche di un gruppo di formazione.
L'insieme di
questi momenti può essere considerato, a nostro parere, come
appartenenti a due fasi, successive l'una all'altra.
In un primo tempo
il bisogno di appartenere (appartenere alla scuola,
appartenere al gruppo e, in senso più propriamente affettivo,
sentirsi accolti, accettati) viene sentito come prioritario.
Sostenuto all'inizio da tutta una ritualità (la domanda di
iscrizione, la selezione, i documenti, le presentazioni) si sviluppa
poi attraverso la costruzione delle relazioni che permettono il
conoscere e il farsi conoscere. In questo periodo il gruppo si
costituisce e costruisce una propria identità che è il risultato
dell'apporto di ciascuno, allievi e didatti. Questa fase del ciclo
vitale diventa fondamentale nell'evoluzione di un gruppo: se
sufficientemente buona, il gruppo potrà diventare il luogo di
contenimento per l'allievo in formazione.
In un secondo
tempo, una volta consolidata l'appartenenza, il gruppo diventa la
base sicura (8) a) dalla quale partire per incontrare la propria
famiglia senza il timore di potercisi “perdere” e b) alla quale
poter ritornare con quanto si è ri-trovato e ri-preso della propria
storia.
La condivisione
del lavoro con gli altri allievi, anche essi reduci dal medesimo
viaggio, e con i didatti come “genitori affidatari” permette di
potenziare quel processo di trasformazione di ciò che prima poteva
essere non-pensabile e non-dicibile e che ora può essere pensato e
detto, quindi, in quanto consapevole, metabolizzato (5). La famiglia
d'origine del futuro terapeuta familiare, in quanto modello di
riferimento con il quale egli si dovrà sempre e comunque misurare,
può consolidare quel processo di trasformazione degli
elementi-zavorra in elementi-àncora, procedere, cioè, verso la
trasformazione da famiglia-handicap a famiglia-risorsa (1).
2. L’incontro
con la famiglia d’origine
E’ questa una
novità piuttosto recente che abbiamo introdotto nei gruppi di
formazione: il primo gruppo con il quale abbiamo iniziato ha
cominciato il suo training nel 1997. E’ partita come una sfida con
noi stessi: ci dicevamo che sarebbe stato bello, ma soprattutto
un’esperienza forte, poter offrire agli allievi l’opportunità di
incontrare la propria famiglia in una situazione contenitiva,
diciamo “protetta”. Alcuni allievi sono stati più coraggiosi di noi
e l’hanno presa sul serio! L’allieva che prima in assoluto ha
accolto la nostra proposta ci ha portato solo i fratelli: portare i
genitori sarebbe stato troppo per lei… poi hanno cominciato ad osare
sempre di più ed ora nei gruppi c’è un calendario che gli allievi
usano per prenotare l’incontro con la propria famiglia.
Una cosa da dire
è che a differenza della tesina sul Viaggio in famiglia, che
è parte integrante del percorso formativo, al momento l’incontro con
la famiglia non è “obbligatorio”: non ci convince l’idea di
costringere un allievo a portare la sua famiglia se non sente che
questa è un’opportunità che può offrire a sé stesso prima e, nello
stesso tempo, ai suoi familiari.
La struttura
organizzativa dell’incontro prevede tre momenti. Questi vanno visti
all’interno di quel pensiero, già indicato, che guida il nostro
lavoro: il processo formativo è anche un incontro tra le due
famiglie dell’allievo:
la famiglia d’origine (che abbiamo indicato sopra come il luogo del
primo apprendimento familiare) e il gruppo di formazione (il luogo
del secondo apprendimento familiare).
Il primo momento.
Prima dell’orario fissato per l’appuntamento l’allievo è invitato a
dire ai didatti (questi sono ambedue presenti) e al gruppo quali
sono le sue aspettative per questa occasione e cosa gli piacerebbe
trovarci, per sé e per i suoi.
Il secondo.
All’ora dell’appuntamento la famiglia viene invitata ad entrare
nella stanza di lavoro del gruppo: qui gruppo e famiglia si
incontrano per una rapida presentazione; i didatti spiegano il
setting dicendo alla famiglia che gli allievi che vedono, che sono i
compagni di corso del/la loro figlio/a, seguiranno l’incontro dietro
lo specchio unidirezionale; facciamo loro vedere la stanza di
osservazione poi iniziamo la “seduta”. Dopo la seduta, la cui durata
va tra un’ora e un’ora e mezza, famiglia e gruppo si incontrano di
nuovo per scambiarsi delle osservazioni, quando ce ne sono, e per
salutarsi.
Una volta
salutata la famiglia, il gruppo lavora sulla seduta (terzo momento):
ciascuno è invitato a restituire al/la proprio/a compagno/a di corso
quelle osservazioni, considerazioni ed emozioni che ritiene di poter
condividere in quel momento.
Alcune
considerazioni importanti.
La prima in
assoluto è che, pur avendo chiamato l’incontro con la famiglia
“seduta”, questa viene condotta con un assunto di base: la
famiglia che incontriamo è “una famiglia normale” e questa
percezione di normalità deve essere rispettata. Certo, il lavoro che
ciascuno di noi fa nel ri-pensare la propria storia familiare ci
aiuta a cogliere anche quegli aspetti disfunzionali dai quali
neanche le famiglie dei terapeuti familiari sono, per una qualche
grazia del cielo, esentate! Ma questo è un lavoro che fa l’allievo
con sé stesso e non può coinvolgere, a meno di una richiesta
esplicita e condivisa in tal senso, gli altri membri della sua
famiglia; tanto meno è lecito farlo se questo dovesse avvenire alle
spalle di altri non consapevoli (genitori, fratelli, nonni…). Qui è
la competenza dei didatti a dover garantire l’etica dell’incontro.
Può sembrare paradossale l’osservazione: da una parte è proprio la
competenza professionale che affina la capacità di cogliere quegli
elementi disfunzionanti che sono alla base della sofferenza
personale e familiare delle persone; quindi anche nell’incontro con
la famiglia dell’allievo il didatta porta quello sguardo che gli
permette di vedere oltre le apparenze e di cogliere anche sofferenze
non dette. Ma è proprio a questa competenza che il didatta deve
attingere per rispettare l’immagine di sé che la famiglia e i suoi
membri si sono costruita e che non chiedono affatto di essere
aiutati – peggio ancora “costretti” – a cambiare. Questo ci pare un
punto fondamentale: se non venisse rispettato, saremmo fuori dalla
nostra etica professionale [e personale].
Un’altra
considerazione. L’incontro con l’allievo e la sua famiglia è
condotto in compresenza da ambedue i didatti. Questo aspetto sarà
meglio affrontato nelle pagine che seguono quando parleremo della
conduzione del gruppo; per ora ci pare importante sottolineare che
la presenza di tutti e due i didatti che curano la formazione sta a
significare, anche sul piano della pragmatica della comunicazione,
che è “come se” i genitori reali – quelli che hanno curato la
nascita/crescita di questo figlio – ora possono riconoscere una
sorta di “affidamento” di questo figlio ad altri “genitori” che ne
cureranno la nascita/crescita professionale. Per i due didatti
l’essere presenti insieme significa, anche per loro stessi, vedersi
riconosciuti e riconoscersi reciprocamente in una relazione di
“coppia genitoriale” dove, quindi, anche le relazioni che giocano
tra loro sono significative per la crescita/formazione dell’allievo.
Abbiamo parlato
sopra dell’ipotesi di offrire agli allievi in formazione la
possibilità di fare essi stessi una terapia con la propria famiglia;
attenzione: un incontro di questo genere non è proprio da vedere
come un tentativo o un inizio di terapia familiare! La questione che
ci siamo posti sopra rimane, quindi, assolutamente tutta aperta.
Un’ultima
osservazione. Usufruire di questa opportunità è per l’allievo
un’occasione per ri-trovare la sua famiglia - e sé stesso
all’interno di essa - in un contesto nuovo, dove può vedere e
sentire l’immagine che i suoi hanno di lui; la presenza dei didatti
[e del gruppo di formazione] facilita il fluire di immagini e di
emozioni che la famiglia da sola potrebbe non essere in grado di
contenere.
La
videoregistrazione dell’incontro è a disposizione dell’allievo. Il
tempo dell’incontro è scelto dall’allievo: dal primo al quinto anno
il tempo opportuno è quello che l’allievo sente buono per sé.
2° tempo
RI-COSTRUZIONE DI UN MODELLO FAMILIARE INTERNO
La compresenza
della coppia dei didatti
Il modello
interiorizzato di coppia
La conduzione di
un gruppo di formazione in compresenza da parte della coppia di
didatti si pone l'obiettivo di proporre all'allievo come un
modello di funzionamento. L'allievo è chiamato ad entrare in una
contesto relazionale in grado di operare una sorta di medicazione di
conflitti e ferite accumulate nel tempo e di costituire un luogo
dove accedere alla possibilità di fantasmatizzare e di pensare (=
rendere pensabile) il proprio modello di famiglia e di coppia
genitoriale/coniugale.
La compresenza
dei didatti attiva un sistema relazionale di apprendimento assai più
potente rispetto alla sola presenza dell'uno o dell'altro che si
alternano.
Il piccolo
dell'uomo, relazionandosi ai genitori come individui - cioè come
padre e come madre - spinto dalla sua normale curiosità, non
riconosce il legame tra i genitori: lui si muove nell'idea di un
possesso unico e totale sia del padre che della madre. Solo
successivamente egli inizia ad avvertire che c'è una relazione tra i
genitori e che ci sono delle differenze tra questa e la relazione
tra il singolo genitore e lui.
Le difficoltà del
bambino di accettare nel suo mondo interno che i genitori vivano una
relazione privilegiata e significativa con lui e in pari tempo
condividano uno spazio privilegiato di coppia dal quale egli è
escluso (= al quale non appartiene) si misura, nel gruppo di
apprendimento, con la realtà nuova che porta la presenza di una
coppia, quella dei didatti, che gioca relazioni proprie.
In queste
relazioni l'allievo sente che non è chiamato ad entrare, perché non
gli appartengono. Contemporaneamente, però, si sente rassicurato
perché questa coppia, che pure lo esclude da spazi propri, si prende
cura di lui sia come coppia che come singoli “genitori”.
In questo
contesto appaiono, a nostro parere, assai significative le dinamiche
relazionali che operano all'interno della coppia dei didatti.
L'allievo
apprende (nel senso Bioniano di apprendere dall'esperienza, non nel
senso di apprendimento scolastico-concettuale) che la “coppia
genitoriale” può vivere una relazione fatta di accordi e disaccordi,
di conferme e contestazioni, di funzioni e capacità di apporto
differenziate rispetto agli obiettivi del sistema (in questo caso:
la formazione di psicoterapeuti), ma nel contempo reciprocamente
integrantisi. Apprende soprattutto - sempre che le relazioni di
questa coppia lo permettano (!) - che può appartenere senza per
questo dover pagare il biglietto della triangolazione, necessaria
alla sopravvivenza della coppia, che nella famiglia di origine, con
buona probabilità, si è sentito chiamato a giocare.
La relazione
coppia-dei-didatti / allievi
Se è vero che
l'essere umano può procedere verso la propria individuazione
attraversando le aree della appartenenza e della separazione, anche
nella sua dimensione professionale possiamo ipotizzare un percorso
analogo.
In una famiglia
sufficientemente sana ogni soggetto, nel suo percorso evolutivo di
bambino, di adolescente e di giovane adulto, costruisce la propria
individualità rispetto alla massa indifferenziata dell'io familiare
(6) cui appartiene all'inizio della sua storia, attraverso
l'interazione costante tra queste due istanze. La funzione dei
genitori, nella fattispecie, è quella di supportare,
differenziandosi, queste due forze propulsive: diciamo, in genere,
che propria della funzione materna è l'istanza di appartenenza e
propria della funzione paterna è l'istanza di separazione
.
I genitori possono giocare queste funzioni in modo “sano” se possono
dirsi che la loro sopravvivenza come individui non dipende dalla
presenza dei figli: se, cioè, nel nostro linguaggio, accanto alla
dimensione genitoriale essi sono in grado di condividere anche una
dimensione coniugale.
Noi ipotizziamo
che la funzione del gruppo di formazione sia analoga, con in più il
compito di permettere l'apprendimento di una modalità relazionale
riparatoria rispetto a quella appresa nella famiglia d’origine.
Sul piano
relazionale, il processo di appartenenza si gioca attraverso la
messa in campo delle dinamiche identificatorie (identificazione e
controidentificazione proiettiva) e delle potenzialità sé-duttive
che ciascuno ha acquisito e sviluppato nel corso della sua storia. I
didatti diventano il luogo di proiezione del “genitore ideale”, un
po’ come avviene nella relazione terapeutica. I didatti sono buoni e
bravi, i migliori sul mercato... (e i didatti, da parte loro, ce la
mettono tutta per sostenere questo processo, ciascuno con le
modalità che gli sono proprie: da chi si propone sfoderando tutte le
sue abilità da primadonna a chi si presenta con tutta le
riservatezza e modestia che fa tanto richiamo verso la scoperta)
così come gli allievi diventano i più belli e i più bravi per i loro
didatti! (8)
Diciamo questo,
senza perdere di vista, tuttavia, che nella realtà non tutti
riescono a fare facilmente questa parte del percorso. C'è sempre
qualcuno che vive l'appartenenza come perdita di sé. La sua
esperienza di figlio gli ha insegnato che se appartiene non può più
uscirne o, d'altro canto, che per lui non c'è posto nel gruppo di
appartenenza. I conti sospesi con un padre deludente, perché troppo
assente o poco attento ai suoi richiami di figlio/a, per esempio, o
con una madre poco affettiva, quindi scarsamente contenitiva,
diventano un grosso ostacolo a potersi dare il permesso di entrare
nel gruppo; un ostacolo a potersi affidare al didatta nel lavoro di
gruppo o al didatta-supervisore quando, come terapeuta-allievo,
incontra una famiglia...
E' necessario
appartenere dunque; ma appartenere per poi separarsi. E'
in questo gioco di relazioni che si può costruire la propria
identità professionale.
QUI crediamo
debba giocare la sua funzione la COPPIA dei didatti. Nella duplice
dimensione a) di coppia “genitoriale” nella relazione con gli
allievi (relazione inter-generazionale – asse 3°) e b) di coppia
“coniugale” nella relazione al proprio interno (relazione
intra-generazionale – asse 1°).
Anche il didatta
porta con sé la sua storia familiare; anche egli viene da una
famiglia presumibilmente non così ideale... anche in considerazione
della scelta professionale doppiamente riparatoria (si può dire
così?), come terapeuta prima e come didatta poi (magari anche per
riparare la relazione allievo-didatta vissuta come non
sufficientemente buona). Nulla gli garantisce l'immunità
dall'entrare nel gioco collusivo delle seduzioni, o delle
esclusioni, che l'uno o l'altro degli allievi gli propongono.
In un lavoro
fatto per un convegno sul padre qualche tempo fa (10), abbiamo avuto
l'occasione di riflettere sulla funzione che questi deve svolgere
come partner verso la sua donna: il compito di richiamarla
all'appartenenza di coppia, perché non si perda nel legame materno
.
Con un parallelismo, sia pure semplificatorio, ma utile per il
contributo di chiarezza che può dare, possiamo ricordare qui come al
compito paterno corrisponda un compito materno che è quello di
richiamare il suo uomo all'appartenenza di coppia nella
duplice dimensione, questa volta, di coniuge e di genitore.
Continuando nel
parallelismo: la funzione di vigilanza (= controllo) di un didatta
nei confronti dell'altro, accanto a quella di stimolo (= aiuto) pure
da giocare nella reciprocità, appaiono sostanziali per favorire la
costruzione di un gruppo (sistema) di apprendimento sufficientemente
aperto. I due didatti, come coppia “coniugale” hanno il compito di
favorire la fluidità della dinamica appartenenza-separazione, per
evitare che gli allievi, o qualche allievo, rimangano congelati
sull'uscio, senza potersi permettere di entrare e trovare nel gruppo
di formazione un luogo di contenimento atto a favorire il processo
di formazione, o per evitare, più frequentemente, che restino
intrappolati nelle maglie dell’appartenenza.
Come nelle
relazioni familiari le funzioni paterna e materna richiedono ad
ambedue i genitori la capacità di accoglierle ed esercitarle, anche
al di là dell'identità di genere, così nelle relazioni del sistema
coppia-di-didatti-e-allievi ambedue i didatti dovranno sviluppare la
capacità di permettere il processo di appartenenza e il processo di
separazione, sostenendosi reciprocamente nel costruire una membrana
di coppia (11) e una membrana gruppale con livelli di permeabilità
sufficientemente elastici, tali da permettere agli allievi di
entrarvi (per sentirsi accolti e contenuti) e di uscirne (per
individuare un'identità professionale propria).
Noi riteniamo che
questo processo sia molto più forte se i didatti possono permettersi
di giocarlo attraverso la compresenza nel gruppo, parallelamente
alla maggiore forza che porta la presenza di due coterapeuti in un
processo terapeutico (con le famiglie e, soprattutto, con le
coppie).
CONCLUSIONI
Abbiamo provato a
delineare alcuni pensieri che sottostanno all’ipotesi di fondo che
ci guida nel nostro lavoro di didatti. L’incontro tra la famiglia
interna dell’allievo e il gruppo di formazione è un incontro tra
modelli familiari/relazionali, incontro che, man mano, diventa
confronto e attiva, in pari tempo, un processo di integrazione. La
consapevolezza di partecipare ad un’esperienza formativa che entri
così in profondità nel mondo interno delle persone ci fa sentire la
responsabilità e il fascino di questo lavoro. E’ un’esperienza alla
cui costruzione didatti e allievi portano il loro contributo: come
ogni famiglia costruisce sé stessa attraverso l’incontro e – se il
processo evolutivo prevale sulle spinte involutive – attraverso l’integrazione
dei modelli che ciascun partner porta con sé e propone
all’altro, così nel gruppo di formazione il risultato finale è dato
dalla maggiore o minore integrazione tra i modelli che allievi e
didatti reciprocamente si propongono… è questo che fa sì che ogni
gruppo ha la sua storia che diventa unica rispetto a quella
di ogni altro. In questo processo di apprendimento
dall’esperienza il maggior livello di consapevolezza che i
didatti “per definizione” portano, riteniamo debba diventare
richiamo e spinta evolutiva per la capacità elaborativa (funzione
alfa?) degli allievi.
Per concludere ci
vengono in soccorso queste parole di Bion: “I metodi presentati in
queste pagine non sono definitivi. Anche quando mi sono accorto che
erano inadeguati, non sempre sono stato in grado di sostituirli con
qualcosa di migliore. In questo mi sono trovato nella situazione
dello scienziato che, consapevole che una teoria è sbagliata,
seguita tuttavia a farvi ricorso perché non ne ha scoperta una più
adeguata con cui sostituirla” (5).
BIBLIOGRAFIA
1. Andolfi M.,
“L’handicap dello studente come strumento di formazione”, in La
formazione relazionale, ITF, Roma, 1985
2. Andolfi M.,
“Accademia di psicoterapia della famiglia”, in Gurman A. e Kniskern
D (a cura di), Manuale di terapia della famiglia,
Bollati-Boringhieri, Torino, 1995
3. Andolfi M.,
“Come restituire competenza alle famiglie: un itinerario formativo
difficile”, Terapia Familiare n. 52/1996
4. Bion W.R.,
Esperienze nei gruppi, Armando, Roma, 1971
5. Bion W.R.,
Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972
6. Bowen M.,
Dalla famiglia all’individuo, Astrolabio, Roma, 1979
7. Bowlby, Una
base sicura, Cortina, Milano, 1989
8. Cardinali F.,
Guidi G., “Supervisione e terapia. Due processi paralleli. La
relazione di supervisione: analisi delle collusività”, Terapia
familiare n. 26/1988
9. Cardinali F.,
Guidi G., “La coppia in crisi di gravidanza. Sulla necessità di
ripensare l’intervento istituzionale”, Terapia Familiare n. 38/92
10. Cardinali F.,
"Ruolo del padre in situazioni di gravi difficoltà", in Atti del
Convegno “Essere padre oggi”, Senigallia, 1993
11. Dicks H.V.,
“Il matrimonio collusivo e i confini dell’ego” in Cigoli V. (a cura
di). Terapia familiare. L’orientamento psicoanalitico, Angeli,
Milano, 1983
12. Herrigel E.,
Lo zen e il tiro con l’arco, Adelphi, Milano, 1975
13. Nicolò
Corigliano A.M., “Le emozioni del terapista nella relazione
terapeutica ed in supervisione”, in Andolfi M., Piccone D. (a cura
di), La formazione relazionale, ITF, Roma 1985
14. Withaker C.,
Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio,
Roma, 1980
Questo lavoro è pubblicato in
M. Andolfi e V. Cigoli (a cura di), LA FAMIGLIA D'ORIGINE
- L'incontro in psicoterapia e nella formazione, F. Angeli, 2003
Per
completare il parallelismo: se la famiglia d’origine è il
luogo della prima costruzione della propria identità come
individuo, il gruppo di formazione è anche il luogo della
prima costruzione dell'identità professionale del
futuro terapeuta.
Questa
modalità è in realtà una costante che seguiamo per i lavori
scritti (tesina) che facciamo fare a conclusione di ogni
anno di corso.
Se il
suono in italiano non fosse tanto male, useremmo la parola
co-didattica per rendere il parallelo con la parola
coterapia, perché sostanzialmente di questo si tratta. In
pratica la conduzione dei gruppi viene fatta in compresenza
dai due didatti per un buon 80 % degli incontri; per il
rimanente 20 % ciascun didatta lavora con il gruppo da solo.
Parliamo di "funzione" paterna e materna, non di padre o
madre semplicemente, in quanto sia l'uno che l'altro possono
supportare, in tempi e modalità differenti, sia l'una che
l'altra funzione in una relazione complementare e non
rigida.
Questa funzione, in realtà, altro non è che, sul versante
della relazione di coppia, quella che, come genitore, svolge
in quanto luogo privilegiato dell'istanza di separazione.
Specifico della funzione paterna è il compito di portare la
legge nelle relazioni familiari: la legge della
proibizione dell'incesto.
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