"Psicoanalisi e psicoterapia sistemica; un confronto nella
teoria e nella clinica" è il titolo di un convegno tenutosi a Falconara (Ancona) il
29, 30 e 31 gennaio 1988. Il convegno era organizzato dalla locale U.S.L. promosso dal
Servizio di Salute Mentale.
Queste note non vogliono essere una relazione sui lavori del Convegno: esse sono solo
alcune riflessioni personali in margine agli stimoli di queste giornate.Unosservazione iniziale vorrei fare sullorganizzazione
di questincontro. Il Convegno era organizzato da una U.S.L., un ente pubblico, una
cellula di questo organismo tanto bistrattato che è il Servizio Sanitario Nazionale. La
prima cosa da rilevare è la positività, in linea teorica, di un fatto come questo: fa
pensare che anche nei servizi pubblici c'è posto per lo studio e il confronto tra gli
Operatori. E non è poco, considerando quanto una prassi di risposta all'urgente e al
contingente rischia di diventare la norma del comportamento quotidiano cui tutti ci si
deve adeguare, presumendo magari di poter agire e intervenire senza modelli di riferimento
teorici acquisiti. Ne va dato atto agli Organizzatori.
Passando ora ai temi del convegno.
Sottotitolo era "un confronto nella teoria e nella clinica". Viene spontaneo
chiederci se questo confronto c'è stato. Prima ancora però mi pare necessario porre
un'altra domanda: confronto tra chi?
Perché, se la psicoanalisi - uno dei due personaggi - si è presentata sulla scena, su
questa scena, come un sistema piuttosto omogeneo, la psicoterapia sistemica ha dato di sé
un'immagine così variegata e polimorfa da rendere immediatamente evidente che nella
realtà italiana non esiste una psicoterapia sistemica. Sotto la sua bandiera ne abbiamo
sentite di (quasi) tutti i colori: perfino rapidissimi quanto efficacissimi modelli
dintervento in situazione di profonda sofferenza mentale che ci riportano più ad
immagini da vecchio santuario dei miracoli che non al lavoro e alla fatica, umana, di una
psicoterapia...
Dunque, quale psicoterapia sistemica? Andolfi, Bogliolo, Cancrini, De Giacomo,
Malagoli Togliatti, Nicolò, Onnis, Vella... ingredienti troppo diversi per un piatto
unico! Al di là del soggetto/oggetto dello studio e dell'intervento - la famiglia - tra
alcuni di questi relatori era piuttosto difficile cogliere qualcos'altro di condiviso, sia
nella teoria che nella clinica. Colpiva, a questo proposito, la tavola rotonda guidata da
alcuni quesiti posti dalla Malagoli Togliatti ai partecipanti: Andolfi, Cigoli, Migone e
Zavattini. Rispetto a certi modelli meccanicistici, l'intervento di Andolfi mi pare ha
avuto il merito di evidenziare alcuni elementi di complessità del pensiero
relazionale-sistemico applicato alla psicoterapia familiare - perché è di questa che si
è parlato -, con la sua capacità di "attenzione" all'individuo, alla famiglia
nel suo insieme e alla loro relazione reciproca, nonché al terapeuta, anch'egli individuo
con i suoi processi mentali e la rete di relazioni emozionali che si instaura tra questi,
la famiglia e i singoli membri. Una tale complessità, a mio parere, fa sentire vicino e
possibile il confronto più tra scuole di pensiero diverse (quella psicoanalitica e quella
sistemico relazionale) che tra prassi operative raccolte piuttosto confusamente sotto la
bandiera del "sistema".
Per troppo tempo la psicoterapia familiare
traduzione (trans-duzione) terapeutica dell'ottica sistemica - è stata identificata, da
chi si definisce dentro e da chi si considera fuori, come un insieme di tecniche e di
strategie da calare con modalità quasi asettiche e aspecifiche all'interno del
sistema-famiglia. L'individuo, per assunto, non è conoscibile; il sistema ha le sue
regole; introduci determinati input e avrai quelle risposte, sempre e dovunque. Ho scritto
"è stata identificata", ma devo riconoscere che il passato prossimo che ho
usato ha solo il valore di realizzazione di un desiderio, perché per la verità ancora
molti continuano su questa strada (numero fisso di sedute, in prima seduta fai questo, in
seconda quest'altro, e così via...e il risultato è garantito!). Ne abbiamo sentito anche
in questo Convegno.
Se è vero che la famiglia è un insieme di individui in relazione affettivamente
significativa e che proprio in quanto sistema essa è diversa dalla sommatoria dei suoi
membri, è pur vero che non si può presumere di comprenderne il funzionamento senza
con-prendere anche il funzionamento individuale. In altre parole, se si può parlare di
una funzione mentale familiare (sistemica), essa va osservata in relazione con i
sottosistemi mentali individuali, e gli stessi comportamenti come le emozioni sono anche
espressione di questo rapporto dialettico.
Davvero stimolante, a questo proposito, l'intervento puntuale e articolato che A.M.
Nicolò ha fatto nella sua relazione finale al Convegno, dove ha anche indicato,
concretamente, alcune possibili strade di incontro tra le due scuole di pensiero: quella
analitica e quella relazionale.
Ora, la psicoterapia sistemica deve porsi seriamente
alcune domande quali: 1) qual è il funzionamento, quali sono i livelli di funzionamento
della mente sistemica; 2) quali i livelli di funzionamento della mente individuale; 3)
quali i processi che scaturiscono per l'individuo e per la famiglia in questa reciproca
interazione.
Per entrare ancora di più nel sistema terapeutico: anche lo psicoterapeuta ha una sua
mente con una capacità di pensiero e di elaborazione che si è venuto formando nel corso
della sua storia all'interno di una rete di relazioni emozionali (nella sua famiglia
prima, nel corso della sua formazione professionale poi), ed ogniqualvolta entra in
un'area terapeutica egli stabilisce una relazione emotivamente significativa, e non solo
per la famiglia nel suo insieme, ma anche per ciascuno dei membri e per lui stesso (1).
Le sue emozioni allora, come la sua capacità di elaborazione della sofferenza diventano
uno strumento prezioso per la comprensione della famiglia e per il processo di cambiamento
che, se è vero cambiamento, non avviene se non nella triplice direzione di cambiamento
della famiglia, dei singoli membri come individui e, non ultimo, del terapeuta stesso. Se
è vero che l'analista lavora sulla distonia tra mondo interno e mondo esterno del
paziente e sulla sua tendenza a non riconoscere le dimensioni reali dell'oggetto e delle
relazioni con esso facendo prevalere le proprie proiezioni, non mi pare che sia poi così
"altro" il campo di intervento di un terapeuta familiare; anche se
"altro" è il metodo, come ci ricordava Cigoli. Non è certo la stessa cosa, per
esempio, né si induce lo stesso livello di intensità e di tensione, rispetto a un
setting duale, quando la 'famiglia interna' di un individuo si trova con-presente con le
altre 'famiglie interne' di ciascuno dei membri e con la stessa 'famiglia reale'...
La psicoanalisi certo colpisce per il fascino del
linguaggio: Morpurgo e Resnik hanno saputo coniugare rigore scientifico e alta poesia nei
loro interventi! Ma ovviamente non è solo questo. La sua (quasi) esclusiva attenzione
all'individuo le ha permesso di elaborare tutto un sistema di pensiero intorno ad esso, al
suo processo evolutivo e alle sue dinamiche interne. Cogliere questo contributo da parte
della psicoterapia sistemica significa che essa vuole lavorare seriamente sia con
l'individuo che con la sua famiglia; così come per la psicoanalisi si fa necessario
riconoscere la "relazionalità" insita nel processo evolutivo individuale, nella
formazione delle strutture di pensiero e nella stessa 'relazione' terapeutica.
Quando si ha il coraggio del confronto - con il rischio
che questo comporta, perché l'altro può cogliere i punti deboli (della teoria e della
clinica) con maggiore libertà e puntualità - allora l'arricchimento è reciproco. Un
buon esempio ci è stato fornito in questo convegno dal seminario fuori programma
Resnik-Nicolò sulla discussione di un caso clinico di psicoterapia analitica di coppia.
Alcune volte si ha timore di ammettere questa con-sonanza. Certo, Freud e Palo Alto sono
piuttosto lontanucci, ma di acqua ne è passata sotto il ponte, e nessuno ormai seriamente
può identificare la psicoanalisi e la psicoterapia sistemica con l'uno o con l'altro!
Dunque ci si può anche parlare, magari scoprendo che si
può fare della strada insieme. Senza il timore di con-fondersi.
Oggi è di moda, nella vita politica italiana, parlare di
"pari dignità"... a proposito di partiti! Perché non riportare tale modello
sul tavolo del confronto scientifico tra queste due scuole di pensiero senza pretese
egemonie reciproche? Probabilmente potremmo cogliere le novità che ciascuna è in grado
di portare verso la conoscenza dell'uomo... che è poi, in ultima analisi, l'obiettivo
finale di ogni psico-scienza.
Da evitare però la con-fusione: il clinico e lo studioso non giocano lo stesso ruolo, né
svolgono la stessa funzione, anche quando questi vengono a fondersi (non però
con-fondersi) nella medesima persona. Il buon analista, ricordava Morpurgo, deve sapersi
porre di fronte al paziente come un soggetto pervio, e di fronte alla dottrina come un
soggetto forte: questa è una regola basilare, credo, per ogni studioso e per ogni
clinico.