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Caro Direttore,
da
mesi ormai si susseguono tante prese di posizione, a volte rigide, altre
più attente, sul tema delle cosiddette coppie di fatto. In un
clima politico logorato dalla ricerca dello scontro ad ogni costo (=
qualunque cosa facciano quelli dell’altra parte è sbagliata) corriamo il
rischio di ritrovarci ‘schierati’ da una parte o dall’altra senza
esserci neanche concessi un momento di riflessione per ascoltare davvero
le nostre ragioni e le ragioni degli altri.
Da
qualche mese a questa parte ho avuto modo di parlare di questo tema in
più occasioni e in situazioni differenti; ho incontrato tante persone,
anche di diversa estrazione socioculturale. Mi ha colpito, e un po’
sorpreso per la verità, quanta disinformazione o scarsa conoscenza
accompagna in genere questa problematica, anche in persone che diremmo
di buon livello culturale. Mi riferisco, solo per farti qualche esempio
concreto, ad incontri con colleghi psicoterapeuti, medici o psicologi,
con gli allievi delle nostre scuole di specializzazione, con insegnanti
e, non ultimo, con certa parte dei miei confratelli sacerdoti. Un
aspetto positivo tuttavia ho potuto constatare: come la poca conoscenza
è accompagnata il più delle volte dalla ricerca di maggiore informazione
e dal desiderio di confronto con altri pensieri per costruirsi una
propria idea e un proprio convincimento.
Ho
pensato di inviarti questi appunti anche se qualcuno potrebbe
obiettare che Terapia Familiare si occupa di clinica e di
ricerca, non di questioni sociali o politiche (sia pure nel significato
reale di ‘ciò che attiene alla vita della pòlis’). Ma so la tua
attenzione al sociale come pure la tua attenzione alla famiglia quando,
in particolare, ci tieni a ricordare che ‘prima viene la
famiglia, solo poi viene la terapia familiare’… Quanto ti scrivo
vuol essere un contributo alla riflessione che stiamo facendo nel nostro
paese sulla famiglia, appunto, e sui diversi modi in cui essa può
costituirsi.
Mentre ti ringrazio per l’attenzione e l’ospitalità, un’ultima
osservazione. Ho cercato di restare in un linguaggio da
uomo-della-strada: mi piacerebbe che questi pensieri non arrivassero
solo agli specialisti che abitualmente leggono la nostra Rivista, ma che
possano essere un’occasione per favorire un confronto anche tra e con i
non-addetti-ai-lavori.
1. Come avvicinarci
ad un discorso sulla famiglia
Un
primo punto da evidenziare credo sia il doverci ricordare che quando
usiamo questa parola – famiglia – in realtà non le attribuiamo un
significato univoco, non sempre, cioè, parliamo della stessa cosa.
Quando i politici o gli esperti di diritto ne parlano, immancabile viene
il riferimento alla Costituzione della Repubblica, che “riconosce i
diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”
(art. 29), e a tutte quelle disposizioni di legge che costituiscono il
diritto di famiglia. Sociologi e psicologi la guardano per sottolineare
il valore sociale e psicoaffettivo che la famiglia contiene e veicola.
Quando a parlarne sono gli uomini di chiesa, essi fanno riferimento al
concetto di famiglia che la chiesa è venuta strutturando lungo il corso
dei secoli nel tentativo di porsi in ascolto del ‘progetto di Dio’,
quale ci viene indicato da quella Lettera, così straordinaria, ma
anche così ampia e ancora non completamente compresa, che è la Bibbia.
Quando come persone parliamo della
famiglia, il nostro pensiero va all’esperienza personale, al fatto che
ciascuno di noi è nato e cresciuto in una famiglia. La nostra famiglia
d’origine diventa il nostro punto di riferimento. Nel bene e nel male.
In tutto ciò che di ‘buono’ (nel senso che ci ha fatto e ci fa star
bene) o di ‘meno buono’ (che ci ha fatto e ci fa star male) vi abbiamo
trovato nel passato e vi troviamo ancora oggi. La nostra esperienza
diventa così importante da colorare in positivo o in negativo anche i
nostri pensieri e ragionamenti, quelli che crediamo essere oggettivi,
liberi, cioè, dai nostri stati d’animo.
Se a
questo fatto potessimo porre maggior attenzione, certe nostre prese di
posizione, soprattutto quelle così rigide che non ammettono repliche,
potremmo evitarcele ed evitarle ai nostri interlocutori. Perché tutti
parliamo di dialogo, ma quante volte ci poniamo di fronte agli
altri con la ferma convinzione di possedere ‘la verità, tutta la verità,
nient’altro che la verità’… senza il coraggio di metterci in ascolto
dell’altro (= il diverso da noi, quello che non appartiene al nostro
partito, alla nostra chiesa, alla nostra classe sociale o alla nostra
cultura) con il pensiero che anche lui qualcosa di buono e di nuovo ci
può dare, se solo siamo capaci di ascoltare veramente, almeno un
po’.
Con
questa premessa ecco alcuni pensieri sui quali aprire un confronto nel
tentativo di cercare insieme una verità che ci permetta di migliorare la
nostra civile convivenza. Ho chiaro che anche i miei pensieri sono
‘condizionati’ dalla mia storia personale, dall’incontro con il
confessionale e dal mio lavoro di psicoterapeuta, nella clinica e nella
didattica, che quotidianamente incontra e accoglie la sofferenza del
vivere, in particolare quella sofferenza che abita le nostre case e
rende a volte così difficili le relazioni in famiglia.
2. Matrimoni di
serie A e matrimoni di serie B?
Quando si decide di condividere la vita è implicito un pensiero: ‘per
sempre’. Iniziare con il pensiero ‘finché dura’ è come dire di voler
entrare in casa, ma in realtà si decide di restare sulla porta. Né
dentro né fuori. Non ci stai certo bene.
Sposarsi significa dirsi ‘per sempre’. Certo, sappiamo che potrà anche
non essere così, ma un pensiero nascosto, sempre presente però, almeno
come augurio e speranza, è che ‘se questo vale per gli altri, non sarà
così per noi due’. Tale pensiero è così forte, anche se non detto, che
quando una coppia si trova a dover affrontare una separazione, questo
momento è sempre accompagnato da un senso di fallimento e di grande
sofferenza. Fallimento rispetto ad un progetto, il
progetto che nasce, appunto, con le parole ‘per sempre’.
Anche
quando due persone decidono per la convivenza? Sì. Nelle profondità
dell’anima è così: anche quando si interrompe una convivenza è con il
fallimento di un progetto che ci si trova a fare i conti: è qui
l’origine della sofferenza che accompagna la separazione.
Cosa
spinge una coppia a scegliere tra matrimonio e convivenza?
Tra
le diverse componenti che portano verso la decisione di scegliere la
convivenza piuttosto che il matrimonio, due appaiono come le più
frequenti. La prima nasce spesso dal pensiero che un periodo di
convivenza è una buona ‘prova generale’ per capire meglio se potremo
farcela a vivere bene insieme; in altre parole, se siamo proprio fatti
l’uno per l’altra. Una seconda ragione trova le sue radici nella
situazione economica: fare un matrimonio costa un sacco di soldi, adesso
non possiamo permettercelo, poi si vedrà. Sempre nel rispetto di queste
scelte, dobbiamo però dirci che non è certo una cerimonia da divo di
Hollywood che rende più bello il matrimonio: la bellezza e la gioia di
un matrimonio non sono proporzionali allo sfarzo che l’accompagna.
Rispetto alla ‘prova generale’ dobbiamo purtroppo dire che l’esperienza
ha dimostrato ormai da tempo che i matrimoni fatti dopo un periodo di
convivenza non si sono dimostrati più stabili degli altri.
Al
fondo credo che possiamo dire che ciò che fa la differenza nella scelta
tra matrimonio e convivenza è la dimensione più o meno esplicita –
quindi più o meno consapevole – del progetto. Decidere per il matrimonio
significa assumersi un impegno non solo l’uno verso l’altro all’interno
della coppia, ma anche di fronte alla comunità di cui si è parte, e
nello stesso tempo chiedere che la comunità stessa ci riconosca nella
nuova dimensione di coppia/famiglia. Di fronte alla comunità civile
(sempre) e di fronte alla comunità dei credenti (quando si decide per il
matrimonio religioso).
Perché un uomo e una donna che vogliono metter su famiglia non possono
sposarsi? Sposarsi non significa, in fondo, dirsi reciprocità (= l’uno
verso l’altro) nell’amore e nell’impegno di portare avanti la vita
insieme e nello stesso tempo chiedere il riconoscimento di questa
decisione da parte della società di cui siamo parte? Riconoscimento che
significa non solo arricchire e ampliare in una dimensione sociale
l’impegno reciproco, ma anche porsi nella condizione di ricevere aiuto e
sostegno.
Una
domanda, a questo punto, rimane aperta: perché abbiamo bisogno di una
nuova forma da dare a un ‘patto’ reciproco le cui dimensioni
oltrepassano la sfera solo privata e personale? Certo che un uomo e una
donna possono liberamente decidere di condividere la vita, di viversi
l’un l’altro come coppia, e di non sposarsi. Ma se questa vuole essere
una scelta privata, che senso ha chiederne un riconoscimento
formale da parte della società? Se invece c’è il desiderio di
riconoscimento, dal momento che per averlo basta presentarsi di fronte
ad un rappresentante della società (il sindaco) e dire ‘noi siamo marito
e moglie’, perché allora non farlo? Non ci sono impedimenti di legge:
anche in presenza di un precedente matrimonio è sufficiente una sentenza
di divorzio per avere libero accesso al nuovo matrimonio. Il cosiddetto
‘riconoscimento delle coppie di fatto’ – qualunque nome gli vogliamo
dare, Pacs, Dico, Cus… - non rischia di diventare una sorta di
matrimonio di serie B, sia nella reciprocità tra i due partner che
nel valore sociale del progetto?
3. E le coppie
omosessuali?
Un
punto, invece, ha bisogno, a mio parere, di essere guardato con maggiore
attenzione. La possibilità di un riconoscimento della coppia
omosessuale. Provo a spiegarmi.
Chi
sono gli omosessuali? Proviamo a ricordarcelo: sono quelle persone il
cui orientamento affettivo, quindi sessuale, è verso una persona del suo
stesso genere. Un uomo trova il completamento di sé nell’incontro e
nell’amore con un altro uomo e una donna lo trova nell’amore con
un’altra donna. Fino a metà del secolo scorso si pensava che questa
fosse una malattia psichiatrica, quindi da curare. Oggi il mondo
scientifico (della medicina e della psicologia) è d’accordo nel ritenere
che non si tratta affatto di malattia, ma di uno stato che nulla ha a
che vedere con concetti quali devianza, anormalità, patologia o
quant’altro. Si tratta solo di riconoscere una situazione di
differenza. Ma differenza non significa anormalità (= non
normalità). Qui dobbiamo fare tanta attenzione: molto spesso il concetto
di normalità che noi usiamo è un concetto statistico: ciò che noi
riteniamo normale è ciò che fa la maggioranza, ‘normale’ diventa il
comportamento della maggioranza (è evidente, per esempio, che se la
maggioranza ruba, prima o poi viene visto come ‘normale’ il fatto di
rubare…).
Omosessuali si nasce o si diventa? E’ una domanda cui non siamo in grado
di dare, allo stato attuale delle conoscenze, una risposta univoca.
Certo è che l’orientamento affettivo-sessuale verso una persona dello
stesso genere non è espressione di malattia, non è il risultato di
un’educazione sbagliata, non nasce da relazioni distorte o perverse
vissute in famiglia o altrove. Soprattutto non è una colpa (in senso
psicologico) né un peccato (in senso religioso). Gli omosessuali non
sono [solo] quelli del gay-pride, quelli, cioè che vanno in piazza per
esibire una sessualità senza regole e senza confini. Senza rendersene
conto, purtroppo, queste persone non fanno che alimentare un’immagine
distorta dell’omosessualità, favorendo e potenziando, così, nella
maggioranza dei cittadini quell’atteggiamento di emarginazione e di
rifiuto verso chi vive questa situazione.
Perché allora non dobbiamo riconoscere ad una persona il cui
orientamento affettivo-sessuale è verso un soggetto dello stesso genere
il medesimo diritto che riconosciamo alla persona il cui orientamento
affettivo-sessuale è verso un individuo di genere diverso? Perché non
può vivere le sue relazioni affettive nel rispetto delle stesse
‘regole’, fatte di diritti e doveri (come tutti), che definiscono le
relazioni di coppia tra gli esseri umani?
Se un
uomo e una donna mettono su famiglia hanno la possibilità di vedere
riconosciuta la loro decisione e la loro unione sposandosi (in comune o
in chiesa, a loro libera scelta). A mio parere sarebbe un atto di
civiltà riconoscere anche a chi decide di condividere la vita con una
persona del suo stesso genere – perché è in questa relazione affettiva
che trova il completamento di sé – la possibilità di vedersi
riconosciuta dalla società questa decisione e questo impegno. Non
vogliamo chiamarlo matrimonio? Non credo sia questo il vero problema.
Vogliamo chiamarlo Pacs o Dico o Cus o in qualche altro modo? Una
unione, un patto di civile solidarietà, un patto di convivenza, in cui
l’uno possa dire all’altro il ‘per sempre’ di un amore e di una
condivisione. La società di cui siamo parte ne prende atto e dà un
riconoscimento all’unione e al progetto di due uomini o di due
donne, così come riconosce l’unione di un uomo e di una donna: con le
medesime regole in vigore per tutte le coppie (casa, pensione, malattia,
assistenza reciproca, per es.; stato civile, tempi da rispettare in caso
di separazione o divorzio, ecc… proprio come per le coppie
eterosessuali).
Diverso invece, a mio parere, è il discorso relativo ai figli.
Non
perché una coppia omosessuale è meno capace di una eterosessuale di
amare un figlio o di prendersene cura. Il discorso qui va guardato
ponendosi dal punto di vista del bambino. Ogni bambino/bambina ha
bisogno di confrontarsi con il maschile (che incontra nella figura
paterna) e con il femminile (che incontra nella figura materna) per
costruire la sua identità come persona e come soggetto, maschio o
femmina (identità di genere). Non sarebbe buono per il piccolo essere
privato di questa possibilità. E’ vero che ci sono bambini che crescono
di fatto con un solo genitore (per la morte o l’assenza di uno dei
genitori, in certe separazioni altamente conflittuali, o in altre
situazioni), ma queste sono situazioni di emergenza. Va dato loro
tutto l’aiuto e il sostegno di cui possono avere bisogno. Ma non credo
che sarebbe sano mettere di proposito un bambino in una situazione di
emergenza: non sarebbe tale una situazione in cui ‘per definizione’ sono
presenti due padri senza una madre o due madri senza un padre?
Mi
rendo perfettamente conto che questo è un aspetto che non può esaurirsi
in quattro righe e che avrebbe bisogno di essere ulteriormente
approfondito. Certo è, comunque, che non possiamo dimenticare, quando
abbiamo a che fare con decisioni che coinvolgono i bambini, che è
necessario porci in un atteggiamento di grande rispetto verso di loro,
sapendo che essi chiedono a noi adulti di tutelarli nei loro diritti
fondamentali, non avendone loro la sufficiente capacità. E nella
relazione adulti-bambini dobbiamo ricordarci che non è un diritto
degli adulti avere dei figli, ma è un diritto dei figli avere dei
genitori.
4. Oltre certe
‘chiusure’…
Una
riflessione finale voglio condividere in particolare con coloro che si
riconoscono in un credo religioso, in particolare nell’essere cattolici.
Penso che se proviamo a riscoprire la nostra dimensione di cristiani
prima ancora che di cattolici, riusciremo a porci tante più
domande e a ritrovare un atteggiamento di maggior ascolto di fronte alla
sofferenza. Da qualunque ragione essa tragga origine. Anche di quella
sofferenza che accompagna l’omosessualità. (Riusciremo anche a non
lasciarci incastrare da etichette e definizioni di parte: cattolici,
laici, laicisti, teocom, teodem, integralisti di vari orientamenti… e
chi più ne ha più ne metta!)
Notavo già sopra come spesso parliamo di dialogo. Io credo che
non dovremmo avere paura di aprire un dialogo anche con pensieri che una
parte della chiesa non condivide fino in fondo. Se parliamo di dialogo
non possiamo pensare che il dialogo si possa fare soltanto con chi è
d'accordo con noi o addirittura con il solo scopo di portare gli altri
dalla nostra parte. Il dialogo è confronto. Il dialogo non porta
confusione. Porta ricerca, ascolto, incontro, apertura verso l'altro. In
una parola, ricerca e cammino verso la verità (e chi può pensare,
in questo mondo, di avere il monopolio della verità?).
Il
mio dubbio è che tante certezze in realtà nascondano pregiudizi e
rigidità che esprimono ancora il nostro rifiuto del diverso (= di chi
non fa parte della maggioranza). Su questo la chiesa – tutta la chiesa,
il popolo dei credenti e coloro che svolgono la funzione di guide, i
vescovi e il papa – ha bisogno di interrogarsi con coraggio e umiltà se
vuole essere fedele al suo Maestro. E’ una grande responsabilità quella
che ci è stata affidata. Questo atteggiamento di chiusura rischia di
alimentare l’immagine di una chiesa che continua a proporre un Dio che
giudica e condanna piuttosto che il volto di un Padre che è pieno
di Amore verso i suoi figli. Verso tutti, proprio perché TUTTI
siamo figli suoi. Non è questo, del resto, il Dio che ci ha fatto
conoscere Gesù di Nazaret?
Federico Cardinali
Direttore dell’Istituto di Terapia Familiare
Ancona,
luglio 2007
(Terapia Familiare n. 85/2007)

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