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PREMESSA / GUIDA ALLA LETTURAQueste pagine contengono una serie di
riflessioni apparentemente scollegate tra loro. Non ho voluto dimostrare una tesi: non
servirebbe; è necessario che ciascuno percorra la sua strada secondo il ritmo che gli è
naturale. Ho pensato di condividere degli interrogativi che sto ponendo a me stesso, come
persona, prima ancora che come 'esperto della psiche', perché altri possano cogliere
degli stimoli per la loro riflessione, come persone che vivono il nostro tempo e come
cittadini che operano in quel pezzetto della vita sociale che li vede direttamente
presenti (nel lavoro, nella politica, nel volontariato, ...).
La complessità è l'elemento che caratterizza la società e la cultura contemporanee
rispetto alla maggiore semplicità delle epoche, anche recenti, in cui sono vissute le
generazioni che ci hanno preceduto. Non ha senso, ovviamente, voler tornare indietro
pensando di ritrovare il paradiso perduto: è necessario, invece che l'uomo contemporaneo
sappia costruire oggi le sue risposte ai problemi che questa epoca gli pone. Così come,
del resto, hanno fatto le generazioni precedenti!
1. IL GIOCO DELLE CIFRE
Solo alcuni dati. Un po' per curiosità, un po' per non dimenticare che le cifre, da
sole, non dicono quasi niente: esse vanno sempre lette e interpretate.
La durata media della vita, oggi, in Italia, è calcolata in 73 anni per gli uomini e 79
per le donne; è aumentata nel tempo e sta ancora aumentando. Un secolo fa il 16 % della
popolazione arrivava a 60 anni, oggi ci arriva l'86 %; sempre un secolo fa era il 3,8 % ad
arrivare a 75 anni, oggi ci arriva più della metà della popolazione, il 55 %.
Il tasso di crescita è al di sotto dello zero: lo è da dodici anni. Perché il tasso di
crescita sia zero (cioè perché la popolazione totale non aumenti né diminuisca: questo
avviene quando c'è ricambio alla pari tra numero dei nati e numero dei morti) la media di
figli per ogni donna è calcolata in 2,05. Nel 1987 eravamo ad una media di 1,29 figli per
ogni donna: al primo posto nel mondo tra i paesi a bassa natalità. Se volessimo
ipotizzare un prolungamento nel tempo degli attuali livelli di ricambio, la popolazione
italiana scomparirebbe nel giro di 230 anni!
Nella Vallesina nel 1951 eravamo 107.643 persone, di cui 13.296 avevano più di 60 anni;
nel 1981, eravamo 97.626 di cui 20.798 ultra sessantenni. Il rapporto ultra
sessantenni/popolazione totale in trenta anni è passato dal 12,4 % al 21,3.
2. IL GIOCO DELLE ETÀ
La parola 'età' ha bisogno di essere definita se si vuol fare un discorso utile e
sensato. Vari sono i parametri dosservazione; limitiamoci a considerarne tre che per
il nostro discorso sono fondamentali: età cronologia, età biologica ed età
sociale.
Per 'età cronologica' è facile capire cosa indichiamo: sono gli anni che si contano
dalla nascita di una persona. E' uguale per tutti.
Per 'età biologica' intendiamo indicare l'insieme di quelle modificazioni che un
organismo subisce con il passare del tempo. Non è uguale per tutti; è diversa da specie
a specie, ed è diversa anche tra singoli individui che appartengono alla stessa specie (i
processi di mutamento dell'organismo in alcuni sono più veloci, in altri più lenti; di
uno diciamo che ha sessant'anni e non li dimostra, di un altro che ne ha venti e sembra
averne cinquanta...).
Con 'età sociale' intendiamo parlare del significato che una determinata società
attribuisce a quella certa età (cronologica e/o biologica). E' evidente che a questo
punto il discorso diventa assai complesso data la risonanza che la definizione sociale
dell'età ha, sia nell'atteggiamento della società stessa rispetto alle varie età
(fanciullezza, giovinezza, vecchiaia, maturità) che nella percezione (e conseguente
atteggiamento) personale dei singoli individui che appartengono ad una data 'classe'
detà.
3. QUANDO SI È VECCHI, QUANDO SI È GIOVANI?
Nei nove mesi che vive all'interno del corpo della madre, il bambino, per arrivare al
peso-forma della nascita, cresce 3 miliardi di volte; nei 70 anni successivi crescerà non
più diventi/venticinque volte. La sua capacità di accrescimento è notevolmente
diminuita: si può dire che il bambino nasce 'invecchiato' rispetto ad essa? Perché
no?
A settanta anni si è vecchi per giocare una partita di calcio; si è nella piena
maturità per guidare un governo o una nazione. A venti anni si è stravecchi se si vuole
mettere le mani su una tastiera di pianoforte per la prima volta (salvo che per diletto
personale!); a ottanta un concertista può ancora suonare divinamente.
E' evidente, dunque, che essere vecchi o essere giovani è un concetto relativo: si è
giovani o vecchi per una determinata cosa, in riferimento cioè a parametri ben precisi.
Non si è 'vecchi e basta', n si è 'giovani e basta': si è vecchi o giovani sempre
in riferimento a qualcosa di molto preciso.
Il problema nasce, allora, quando andiamo a vedere il valore che la società di
appartenenza di un individuo dà a quel 'qualcosa' rispetto a cui si definisce una data
età.
4. UN PROCESSO MENTALE UN PO' STRANO
Abitualmente pensiamo che una cosa ha un valore per sé stessa. Dimenticandoci
completamente che chi definisce il valore di una cosa (di un oggetto, di un luogo, di una
capacità, ecc.) è l'uomo che la usa: se si è affamati e ci si trova, da soli, in mezzo
a un deserto, vale molto di più un pezzo di pane e un po' d'acqua che una Ferrari in
garage o un cospicuo conto in banca, se si vuol salvare la vita.
E' un'osservazione ovvia, si direbbe fin troppo elementare: questo animale-sociale che è
l'uomo, però, non dimentica mai di dimenticarsene. Agisce e vive come se il fondamento
del suo essere gli venisse dal di fuori di s stesso, dalle cose che possiede, dalle
cose che produce, da quelle che compera, da quelle che vende, dalle cose che sa fare e da
quanto riesce ad accumulare.
Vive e si comporta come se non fosse lui a definire il valore alle cose, ma fossero queste
a definire il suo.
Succede che a un certo punto questo meccanismo 'perverso' gli si ritorce contro: come se
avessero un'anima in loro stesse, le cose e gli oggetti scartano un uomo che perde o
diminuisce la capacità di ri-produrle, non sanno più che farsene e ripartono
immediatamente alla ricerca di qualche altro individuo che si mostra 'capace' di
rispondere al loro bisogno di sopravvivenza e di moltiplicazione. Queste stesse cose
dunque definiranno il vecchio 'inutile' per loro; il giovane, invece, che le sa
ri-produrre e moltiplicare è il benvenuto. I vecchi non servono.
5. VERSO LA MATURITÀ, OVVERO LA CRISI DEL LIMITE
Da bambini ci dicevano: "Cosa farai da grande?"; e noi rispondevamo: "Da
grande farò...". Ai bambini chiediamo: "Cosa farai da grande?"; e loro ci
dicono: "Da grande farò...". E' successo così che ci hanno insegnato, e noi a
nostra volta continuiamo ad insegnare, che da bambini si deve vivere solo in funzione del
diventare grandi (nel senso di 'adulti' evidentemente). A scuola ci si va perché
così da grandi...; i genitori fanno i sacrifici per i figli "perché così da
grandi.... E via di questo passo.
Poi un bel giorno ci si accorge che 'grandi', cioè adulti, ci si è diventati: o, almeno,
così dice quel numero che definisce la nostra età (cronologica).
I sogni dei bambini, si sa, sono sempre immensi ('onnipotenti' dicono gli psicologi); la
realtà, si sa anche questo, ha sempre confini molto precisi e una dimensione molto
concreta, 'reale' appunto. La realtà, dunque, e l'onnipotenza parlano due lingue lontane
e reciprocamente incomprensibili, di più: inconciliabili.
L'uomo adulto si trova ora a fare i conti con la dimensione reale della realizzazione dei
suoi progetti; questo lo porta alla consapevolezza che i sogni infantili sono realizzabili
sì, ma all'interno di una cornice molto limitata rispetto all'infinito orizzonte del
bambino.
Il lavoro che si fa è spesso piuttosto lontano dalle aspettative; il compagno o la
compagna della vita non sono né il principe azzurro, né la fatìna dai capelli d'oro:
sono invece una persona molto concreta e reale, per ciò stesso con pregi e difetti.
6. INVOLUZIONE O CRESCITA?
Prendere coscienza del 'limite' e farne una misura di vita è parte integrante del
processo di maturazione di un individuo: significa saper fare i conti con le proprie
energie e comprendere, in profondità, che ognuno è parte di un universo più ampio
(l'universo degli uomini e della natura) e quindi comprendere che solo all'interno di
questa dimensione universale si potrà cogliere il significato della propria dimensione
(realtà) personale.
Proprio della nostra cultura (industriale e postindustriale), invece, appare un pensiero
ed un atteggiamento costante: quello di rintanarsi nel sogno infantile, onnipotente, e
quindi voler negare la dimensione reale della vita. Di qui quell'iperattività senza
tregua che sembra diventato il ritmo 'naturale' del vivere quotidiano. E' come se si fosse
strutturata un'equazione del tipo: vivere = produrre, quindi consumare; l'alternativa
significa morire: ma la morte non fa parte del sogno infantile. L'uomo così deve
produrre, sempre e dovunque, non importa a quale costo. L'uomo, finché produce ha diritto
a vivere; quando non è più in grado di produrre che vive a fare?
7. LA VITA E LA MORTE: LE DUE FACCE DEL VIVERE
Eppure tutto ciò che ha un inizio ha pure una fine: perfino ciò che produciamo
attraverso quella tecnologia che ci rende così orgogliosi, perfino noi stessi che di
questa tecnologia siamo i costruttori. Questa, del resto, è la nostra esperienza
quotidiana: chi la può negare?
L'esperienza è la strada maestra di ogni nostro sapere e di ogni nostro conoscere, in
poche parole è attraverso di essa che si verifica ogni nostro apprendimento.
L'uomo capace di riflettere sulla sua esperienza e di imparare da essa è l'uomo 'saggio';
in termini più scientifici e meno filosofici, è l'uomo 'maturo', l'uomo cioè che sa
cogliere il significato della vita. L'individuo che non sa investire parte delle sue
energie in questo processo di riflessione e di conoscenza si vede costretto a fuggire
continuamente da sé e a correre a perdifiato per le strade della dis-trazione (trarre
altrove) e del consumo: vive solo in quanto consuma: più consuma, più vive; che è come
dire, ancora una volta, che sono le cose (prodotte e consumate) a definire il valore della
vita. Abbiamo cambiato: non più penso, quindi esito!, ma produco e
consumo, quindi esisto!
8. LA VECCHIAIA: L'ETÀ PER COMPRENDERE
Ogni corsa a un certo punto finisce. Anche la più lunga e anche la più difficile. Non
si può correre all'infinito. Si direbbe una 'legge naturale'.
Con il passare degli anni l'esperienza cresce e con essa la capacità di coglierne i
significati più importanti. Certo, se il contatto con essa è già in atto da tempo,
questo diventa ora molto più ricco e profondo; il contatto con sé e con la vita che si
è coltivato negli anni precedenti si approfondisce; il tempo si fa più umano e più
rispettoso del ritmo naturale.
La morte, prima paventata, esorcizzata, negata, ora diventa una luce che illumina la
storia, propria e degli altri: è il punto di osservazione che ti fa cogliere il senso
della vita.
E' una nuova dimensione del vivere che ci viene offerta, come se la natura non volesse
rinunciare, a nessun costo, a fare il suo cammino di crescita e di maturazione. L'uomo
(l'umanità) viene invitato a ri-costruire quel legame che sta a fondamento del suo
vivere, e quindi del suo conoscere.
Potremmo qui cogliere il significato e il valore del ritmo di vita dell'anziano:
significato e valore per il singolo individuo, ma anche per la società di cui è parte
integrante.
9. LA VECCHIAIA: L'ETÀ PER CONTESTARE
Mi piace pensare che da questo punto di vista gli anziani sono i maggiori contestatori
di questa società: altro che '68 o rivoluzione francese! Sono i valori fondanti della
civiltà industriale (o postindustriale che sia) che vengono ridimensionati da una grossa
fetta di umanità (che sta diventando sempre più grossa, come ci dicono le statistiche
sulla popolazione).
A questo punto l'atteggiamento comune verso gli anziani può percorrere due strade:
1. accogliere questa 'contestazione' e accettare di rimettere in discussione l'attuale
ritmo di vita (vivere-produrre-consumare, sempre con la lingua di fuori) che tutti stiamo
verificando come potenzialmente autodistruttivo;
2. soffocare e spegnere questa miccia accesa, riproponendo con forza ai 'contestatori' di
rientrare a bordo nel rispetto delle regole, e quindi di farsi da parte se non sono più
'capaci di produrre e di consumare' quelle cose che fondano il valore della nostra
esistenza.
E' la seconda strada, mi pare, quella che stiamo percorrendo. Animazione per gli anziani,
gite per gli anziani, divertimenti per gli anziani, occupazione del tempo libero degli
anziani, colonie per anziani, e via di questo passo... stanno riempiendo la bocca di
tutti, cittadini e amministrazioni pubbliche, partiti e sindacati, perfino certe
organizzazioni private che vi hanno intravisto una nuova fetta di mercato.
Intendiamoci, non che ciò sia negativo per sé. Negativo, e quindi pericoloso, è lo
spirito che sottostà a tutto questo darsi da fare: si deve fare qualcosa per gli
anziani! questo è l'ordine di scuderia, allora qualunque cosa va bene, purché 'si
faccia'. Ancora una volta la parola d'ordine è "fare". Si fa pur di fare senza
accorgersi che questo fare è vuoto, dietro non c'è un pensiero che lo regge e che
permetterebbe, invece, di ascoltare i bisogni 'reali' di queste persone, gli anziani
appunto, che ora hanno acquisito la capacità di guardare la vita da un punto di
osservazione più alto che permette di godere di un orizzonte molto più vasto. Ci poniamo
di fronte a loro come se fossimo sempre noi a dover fare delle cose per loro, e, presi
dalla furia del fare, sempre in corsa e con il fiato di fuori, neanche ci accorgiamo di
quanto loro possono fare per noi: farci sentire che l'orizzonte della vita è molto più
ampio di quanto si possa cogliere a 20, 30, o anche solo 40 anni!
E' questo, credo, quello che avevano capito le generazioni precedenti alla nostra quando
guardavano con profondo rispetto alla vecchiaia come all'età della saggezza e della
maturità; è questo, credo, che hanno capito quelle popolazioni 'non civilizzate' che
considerano i vecchi come un patrimonio di ricchezza per la loro società e la loro
cultura.
Chi sa, forse ancora una volta un processo naturale che ci fa tanto paura, come
l'invecchiamento della popolazione, potrà offrirci l'occasione di ri-pensare certi ritmi
innaturali che ci siamo costruiti e che si stanno rivelando ogni giorno sempre più
distruttivi verso la capacità di vivere e di gustare questo nostro mondo...
- Pubblicato su APPUNTI (Periodico del Gruppo di Solidarietà di
MOIE DI MAIOLATI - Ancona), febbraio 1989
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