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Mi hanno riferito che anche a Jesi stanno passando delle persone per strada a chiedere la
firma per Lucia, la bambina filippina che è stata portata in Italia, illegalmente, da una
famiglia che voleva adottarla. Premetto che mia intenzione, scrivendo questa pagina,
non è quella di esprimere un giudizio sulla situazione particolare di Lucia. I fatti che
io conosco sono solo quelli riportati dalla stampa e dalla TV; tutto ciò è troppo poco
per una valutazione seria e approfondita. Soltanto la Magistratura e i Servizi socio
sanitari competenti, che conoscono a fondo l'intera storia, possono (e debbono) valutare e
decidere. Ci auguriamo che siano in grado di farlo quanto prima (mentre sto scrivendo non
si è ancora presa una decisione definitiva). Per il bene di tutti.
Vorrei invece portare alcuni elementi di riflessione perché non ci si lasci prendere da
considerazioni troppo parziali, magari dettate dal buon cuore, ma non per questo meno
devianti.
Si dice che ora è l'interesse della bambina che conta e che esso deve passare sopra a
qualsiasi disposizione di legge. Si sostiene che in un caso come questo è proprio la
legge che, anziché difendere una bambina, le si rivolge contro e le fa violenza.
Certo, siamo tutti d'accordo, almeno credo, sul fatto che una legge che vada contro la
persona e i suoi diritti elementari deve essere cambiata, e subito; senza tanti discorsi.
Dobbiamo però domandarci: chi è l'autore della violenza che una bambina ora sta subendo
con l'allontanamento dalla famiglia che l'ha ospitata in questi mesi? Chi è che l'ha
posta in una tale situazione di così profonda sofferenza?
Tutti ormai sanno in Italia che una coppia che desideri adottare dei bambini può farlo
se l'adozione avviene nel rispetto della legge (italiana e del Paese dorigine del
bambino, se questi è straniero). Prendere un bambino con sotterfugi o inganni significa
porre questo bambino nella situazione di vedersi portar via, prima o poi, da quella casa
dove, con l'inganno appunto, era stato portato.
Nei miei 15 anni di lavoro come psicologo nel Servizio Sanitario pubblico, ho incontrato
molte coppie che hanno adottato o che sono ancora in attesa di adozione e molti bambini
che sono stati adottati, italiani e stranieri.
Proviamo a chiederci cos'è che spinge una coppia ad adottare. E' il desiderio di avere
un figlio, si dice. E' vero. E' questo un desiderio molto umano, quindi del tutto
legittimo e degno di rispetto. Alcune volte, però, esso è così struggente, 'esagerato',
che i due sono disposti a qualunque cosa pur di averlo, un figlio.
Dal punto di vista degli adulti si potrebbe dire che non c'è niente di male a volere un
figlio ad ogni costo. (Non è proprio così; su questo, però, ora non voglio
entrare). Ma dal punto di vista del bambino?
Lo scopo dell'adozione non è quello di dare un figlio ad una famiglia, ma quello
di dare una famiglia ad un bambino che ne è privo e si trova in una situazione di
abbandono.
E' il bisogno del bambino che va posto in primo piano; il bisogno degli adulti viene un
momento dopo. E' il bambino che è il più debole, il più indifeso, quindi colui il cui
interesse deve essere ad ogni costo salvaguardato; anche a costo di sacrificare, se
necessario, il bisogno degli adulti di avere un figlio.
La domanda che noi ci poniamo e che la legge si pone per autorizzare un'adozione è:
questi due adulti sono in grado di reggere alla fatica di far crescere un figlio che ha
già sulle spalle unesperienza di abbandono e quindi di sofferenza? Ne hanno la
capacità? Poi, successivamente, al momento di decidere per l'affidamento di un bambino
concreto, ci chiediamo: questi due adulti ce la faranno a diventare genitori per questo
bambino?
Proprio alla luce di tante esperienze incontrate, di fronte a fatti come quello di Lucia
(vi assicuro che, purtroppo, non è l'unico!) non posso fare a meno di farmi alcune
domande: prendere un bambino con qualche sotterfugio, fuori della legalità, e portarlo in
casa propria per avere così un figlio ad ogni costo, sapendo che al momento in cui
l'inganno verrà scoperto sarà proprio il bambino a pagarne maggiormente le conseguenze,
non è quantomeno un atto incosciente? E' forse un atto di amore verso un figlio metterlo
nella condizione di essere fuori della legalità? Due persone che facessero ciò, sia pure
con tutte le buone intenzioni di questo mondo, possono essere affidabili come genitori?
Il problema non è quello di valutare le intenzioni di una coppia; il vero problema è
quello di salvaguardare l'interesse profondo di un bambino che ha bisogno di avere una
famiglia che lo rispetti, innanzi tutto, e sappia rispettare i suoi diritti (compreso
quello di essere un cittadino a pieno titolo, come tutti gli altri).
Tutti sappiamo, anche se qualche volta ci capita di dimenticarlo, che il rispetto è la
base dell'amore, anche di quello dei genitori verso i figli.
Si sta dicendo, in questi giorni: perché la legge non chiude un occhio di fronte ad una
situazione come questa, lasciando così tranquilla una bambina che ha già sofferto tanto?
Ripeto che non ho gli elementi necessari per esprimere un giudizio sulla situazione
concreta di Lucia. Situazioni come questa, però, mi fanno pensare necessariamente a
quanta leggerezza troppe volte sottostà a certe adozioni internazionali (così si
chiamano le adozioni di bambini non italiani). Esistono anche da noi, nelle Marche,
persone che fungono da intermediari con alcuni Paesi stranieri (in genere del cosiddetto
'terzo mondo') per trovare bambini da adottare. Un giorno ho chiesto a due coniugi che
aspettavano un'adozione straniera con chi stessero trattando: "Con un avvocato"
mi hanno detto, nient'altro. (Eppure esistono in Italia delle Associazioni, riconosciute
dallo Stato, che sono in grado di garantire molto seriamente anche gli interessi del
bambino).
Per fortuna non è sempre così. Anzi, la maggioranza delle situazioni, anche di quelle
che abbiamo a Jesi, è stata ed è affrontata con molta serietà, nel pieno rispetto dei
bambini e secondo la legge.
Abbiamo tutti sentito parlare di commercio di bambini. Non è una favola, purtroppo, ma
una dura realtà; di fronte a certe situazioni, è triste doverlo dire, ma non si può
fare a meno di usare questa parola; è una realtà disumana, ma anche essa fa parte della
realtà degli uomini e non serve a niente volerla nascondere; non si può fare a meno di
essere fortemente preoccupati per questi bambini, per come stanno ora e per il loro
futuro.
Chi difende un bambino dalla violenza - perché di violenza si tratta - di una situazione
che non è adatta per lui? E' giusto chiedergli di venire 'sacrificato' al bisogno dei due
adulti che ad ogni costo e con qualunque mezzo hanno voluto adottarlo? E' proprio una
violenza quella che fa la legge quando cerca di rimediare - per quanto è possibile farlo
- a una situazione così profondamente ingiusta e pesante per lui?
Mi rendo conto che un tema così complesso non può essere affrontato in poche righe su
una pagina di giornale. (A proposito: perché JESI E LA SUA VALLE non prende l'iniziativa
di promuovere un dibattito cittadino su un problema cui i mass media stanno dando tanta
attualità?) Ho voluto ugualmente provarci nella speranza che questi miei interrogativi
contribuiscano anch'essi al cammino che oggi stiamo facendo verso la costruzione di una
società che si fondi sempre più sul rispetto della persona. I bambini, se si può
dire così, sono più persone degli altri, perché più deboli e più indifesi.
- Scritto per un settimanale locale della città di JESI (Ancona), JESI E LA SUA VALLE, il
31 marzo 1989 in occasione di un fatto di cronaca di cui si stava parlando molto in Italia
in quel periodo. (In questa pagina è stato cambiato il nome della bambina).
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