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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

Perché la natura ritrovi armonia, benessere e salute

 

Noi, la terra

13 settembre 2020

 

Attenzione, non noi e la terra, ma noi, la terra. Dov’è la differenza? Dire, e pensare, noi e la terra è un pensiero che separa: noi da una parte, la terra da un’altra. Poter dire noi-la-terra ci aiuta a cogliere che noi e la terra siamo dalla stessa parte. Di più, noi e la terra siamo la stessa cosa. Quando diciamo noi, il nostro sguardo coglie un particolare: la nostra specie. Quando diciamo la terra il nostro sguardo coglie l’altro particolare, il pianeta: separandolo, nel momento dell’osservazione, dall’essere umano.

Ci dicono i filosofi della scienza che se non vogliamo perderci nella ricerca e nella conoscenza, bisogna tenere sempre aperti i due piani di osservazione: il particolare e l’insieme. È la forza del pensiero complesso.

 

Un esempio. Potrebbe il mio cervello (il mio cuore, il mio fegato, un mio piede...) dire io e Federico? No. Se vuole osservare e rispettare la verità delle cose dovrà dire io Federico. E se per un momento diventa necessario operare facendo una separazione, è altrettanto necessario che subito dopo recuperiamo l’unità. Meglio, l’unicità. Cervello, cuore, fegato, piede... sono io.

Proviamo a dirci tutto questo in un altro modo. Se vado dall’ortopedico perché ho un ginocchio dolorante, il medico guarderà quest’articolazione, ma non può non tenere conto dell’intero organismo. E nel prescrivermi una terapia, nel suo campo visivo ci saranno l’apparato cardiocircolatorio, il sistema nervoso, la funzionalità renale, e tutto il resto. È così. O, almeno, così dovrebbe essere. Quante volte lamentiamo, infatti, che la moderna medicina rischia di diventare una medicina degli organi, dove lo specialista restringe lo sguardo solo al suo organo (cuore, fegato, mano...) dimenticando tutto il resto, piuttosto che conservare la capacità di essere medicina dell’organismo. Cioè medicina della persona intera.

 

Dobbiamo allora buttare la specializzazione? No, certo. Non la specializzazione, ma la perdita dell’unicità nello sguardo dello specialista. La specializzazione è necessaria. Essa permette di osservare con maggior cura e competenza il particolare. Ma diventa deleteria per la salute quando dovesse portare a perdere di vista l’insieme. Quando dimentica che quel ginocchio, o quel cuore, sono io.

 

Un discorso analogo abbiamo bisogno di riscoprire quando guardiamo la salute della terra. Attenzione, perché qui di nuovo ci ritroviamo ad osservare un particolare: la terra. Con il rischio di dimenticare che essa è parte di un sistema solare; parte a sua volta di una galassia, la Via Lattea; parte a sua volta di un Universo, dinamico e in espansione.

Qual è il rischio che continuiamo a correre noi donne e uomini del XXI secolo? Quello di restare ancorati ad un pensiero vecchio: che vedeva la terra da una parte e l’essere umano dall’altra. Come due realtà totalmente differenti. Ontologicamente differenti, direbbero i filosofi. L’interpretazione che per secoli noi cristiani abbiamo dato a quelle parole della Bibbia «siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo...»,[1] era fatta alla luce di questo stereotipo culturale. La terra, le piante, gli animali su un piano, l’essere umano su un altro.

 

Non è questo il pensiero che ci guida nello sfruttamento oltre misura delle risorse, nel disinteresse verso la conservazione degli equilibri naturali, nell’opera d’inquinamento che continuiamo a portare avanti? Se noi siamo su un piano e la terra su un altro, nel momento in cui ci riteniamo più forti – ovviamente sbagliando: l’attuale pandemia ce lo sta ricordando con forza! –, decidiamo di farne ciò che vogliamo. Vogliamo abbattere una foresta? Chi ce lo può impedire? Siamo i padroni. Vogliamo continuare con l’energia da idrocarburi, indifferenti alla CO2 che immettiamo nell’aria? Vogliamo uccidere un elefante perché con le sue zanne potremo costruire bellissimi oggetti d’avorio? Abbattere un rinoceronte perché il suo corno potenzierà la nostra virilità, o cacciare una tigre o un leopardo perché dalla pelliccia ci arriverà un sacco di soldi?

 

Ecco, a me pare che sia qui il punto. Abbiamo bisogno di riscoprire che noi siamo la terra. Che la terra siamo noi. Quando abbattiamo una foresta o affoghiamo l’atmosfera di anidride carbonica, distruggiamo parte di noi, inquiniamo noi stessi. Quando muore un ghiacciaio, sono io, come ghiaccio, che sto morendo. Quando, nel piccolo, spreco l’acqua lasciando aperta la doccia oltre il necessario, è me che spreco. Quando uso il condizionatore o il riscaldamento oltre misura, è me-energia che sto buttando.

Lo so, non è semplice questo discorso. Né frequente sentirlo o farcelo. Ma non possiamo farne a meno. Noi siamo la consapevolezza della terra. Meglio, noi siamo la terra-che-è-consapevole. Scendiamo dal piedistallo. Recuperiamo lo stesso piano, noi e il pianeta. Solo guidati da questo pensiero, noi-terra possiamo ritrovare armonia e pace. E salute.


[1] Genesi 1,28

 

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